Due piccole parole

scritto da Grog
Scritto 17 anni fa • Pubblicato 17 anni fa • Revisionato 17 anni fa
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Autore del testo Grog

Testo: Due piccole parole
di Grog

«Ti amo.»
Non so come mi siano scappate quelle due parole: è stata una cosa istintiva, figlia della situazione in cui ci troviamo; mi sono uscite di bocca da sole, hanno beffato i miei intorpiditi freni inibitori ed hanno fatto la frittata.
Comunque sia, ormai le ho dette.
Ora rabbrividisco, paralizzato dal terrore: tra un attimo l'avrò perduta, lo so. Forse riderà… no, anzi, questo senz'altro non lo farà, non è da lei: mi guarderà, piuttosto, con uno sguardo dolce, gentile, pieno di commiserazione, poi dirà qualcosa di banale, del tipo "ti voglio bene, lo sai, ma non in quel modo lì", e si allontanerà con una vaga aria di rimpianto, lasciandomi solo a meditare su ciò che ho incautamente perduto.
Non oso nemmeno voltarmi verso di lei: resto lì, in piedi su quello scosceso promontorio alla fine del mondo, con l'oceano che ruggisce decine di metri più in basso, e tengo lo sguardo fisso sull'orizzonte, su quello spettacolare sole al tramonto che dipinge orli fiammeggianti sui contorni delle nubi, con la luce di un faro lontano che taglia con lenta cadenza la penombra del crepuscolo. È una visione primordiale e stupenda, ma ai miei occhi ora appare come svuotata di ogni poesia, inaridita: mi sento come se fossi già morto, non c'è più nulla nella mia vita, nulla su cui valga la pena di soffermarsi, visto che lei fra un attimo con quattro parole avrà mandato il mio povero cuore in frantumi.
C'è un vento freddo, tirato, che soffia dalle nostre spalle e gioca con i nostri capelli: con la coda dell'occhio vedo i suoi, lunghi e neri, spinti dalla brezza a formare una specie di cortina che mi cela il suo viso. Intuisco che anche lei, come me, ha lo sguardo fisso sul sole che va scomparendo all'orizzonte. Non ho il coraggio di guardarla direttamente, ma la immagino rattrappita come me nella giacca a vento, con le mani affondate nelle tasche e lo sguardo perso in lontananza, forse sconvolta al pari di me dalle parole appena uscite dalla mia bocca.
Cerco disperatamente qualcosa da dire, qualsiasi cosa, per uscire da quella situazione: non mi viene in mente nulla. Vorrei poter riprendere in mano il gomitolo del tempo che si dipana e riavvolgerlo un poco, appena qualche minuto, tornare indietro, cancellare ciò che è accaduto, l'errore appena commesso. So che non è possibile, ma invio lo stesso una muta, disperata preghiera al Cielo: «Ti prego, fa' solo che non abbia mai detto quelle due parole… ti prego… ti prego… ti prego… So che non merito tanto, anzi, so che non merito nulla ma, ti prego, abbi pietà: rimanda indietro il tempo solo di un paio di minuti, fammi rimediare… Giuro che sarò diverso, d'ora in poi, ma aiutami!»
Non accade nulla, naturalmente.
Anzi, no, qualcosa in realtà accade: sento un tocco leggero, inatteso, il tocco della sua mano sul mio braccio.
Non oso voltarmi, ma so che devo. Tuttavia tergiverso, cerco di prendere tempo, di trattenere gelosamente gli ultimi attimi prima del disastro. Alla fine cedo, mi volto verso di lei; tengo gli occhi bassi, fissi sulla lampo della sua giacca a vento, poi con uno sforzo li sollevo fino a guardarla in viso. Rimango allibito: non c'è commiserazione nei suoi occhi, né tristezza, semmai c'è un che di sorpreso, ed anche un'ombra di sorriso, appena accennato, che aleggia incerto fra occhi e labbra.
«Ti amo» ripeto d'impulso.
Maledizione, ancora tradito da quelle due micidiali paroline. Di colpo mi sento nudo, indifeso, alla sua mercé: da incauto, ho nuovamente messo il mio cuore nelle sue mani ed ora con un gesto lei può farne ciò che vuole, stritolarlo fra le dita o lanciarlo su in alto nel cielo, fra le stelle. Ora, non posso che restare con il cuore in gola ad attendere il verdetto.
Lei mi concede un vago sorriso, nuovamente. Io provo un tuffo al cuore: non c'è affatto commiserazione, in quel sorriso. Ci sono molte altre cose e c'è, soprattutto, tanta dolcezza.
«Vuoi vedere che…?» mi dico, incredulo: sono stato un pazzo, senza dubbio, ma possibile che sia stato anche un pazzo fortunato?
D'impulso, senza riflettere, alzo una mano verso il suo viso, le sfioro la guancia. Lei mi lascia fare. Comincio a provare una sorta di euforia, appena accennata.
«Voi vedere che…? No, non ci posso credere…»
Mi accosto un poco di più a lei… o è lei che si è accostata a me?… ed i suoi neri occhi espressivi divengono improvvisamente immensi, profondi laghi nei quali il mio sguardo annega, si perde. Vagamente percepisco che il mio corpo sta accennando a reagire alla sua vicinanza: è piacevole, è eccitante, ed anche leggermente imbarazzante. Sento il mio desiderio crescere, quasi volesse competere con il senso di attrazione emotivo, spirituale, che provo per lei: sto cercando in lei la donna, la compagna, ma allo stesso tempo la percepisco femmina, fatico a scindere le due sfere - il sentimento e la passione - e questo mi turba nel profondo. Lotto per sopraffare il maschio che desidera, per far trionfare l'uomo che ama, ma è una lotta sul filo del rasoio, senza un vero vincitore.
Le punte delle sue dita mi toccano la guancia. Sono fredde, in quella ventosa sera di giugno sull'oceano, ma il loro semplice contatto mi fa scorrere una scarica elettrica per tutto il corpo: è la risposta che cercavo, il sì inespresso ma al tempo stesso difficilmente equivocabile.
La cingo alla vita, la tiro verso di me. Lei in risposta, senza mai distogliere gli occhi dai miei, mi passa le braccia attorno al collo. Sento lo strusciare delle due giacche a vento una contro l'altra. Per un attimo mi viene quasi da sorridere: infagottati in quegli indumenti dobbiamo apparire come due omini Michelin che si abbracciano, goffi come orsi, ma, francamente, non me ne può importare di meno.
Il suo viso ora è di fronte al mio, vicinissimo, al punto che malgrado il vento riesco a sentire sulle labbra il suo respiro tiepido; i suoi occhi sono enormi ed in essi mi pare ora di scorgere una luce nuova, una luce che mi riempie il cuore di un che di immenso. Sento la punta del suo naso, fredda come ghiaccio, sfiorare la punta del mio: con vago divertimento, immagino che anche lei stia provando la medesima, gelida sensazione.
Supero l'esitazione, mi faccio avanti, tocco con le mie labbra le sue: sono morbide, cedevoli, disponibili. Provo un'immediata sensazione di inebriante felicità: sta dicendo di sì, ora ne sono definitivamente sicuro. Sento il mio cuore, di colpo, diventare grande come il mondo intero: non c'è nient'altro di importante nell'universo, ora, se non lei, qui, davanti a me.
Mia!
Il primo bacio è timido, incerto, dolcissimo; è unico, inimitabile, indimenticabile; è casto ed allo stesso tempo appagante come un intero amplesso; è una porta che si schiude su un intero continente tutto da scoprire; è un punto di inizio ed allo stesso tempo un traguardo raggiunto.
«Ti amo» le ripeto una volta di più, mentre siamo ancora labbra contro labbra dopo il nostro primo bacio. Nuovamente mi imbarazzano quelle due paroline, mi escono a fatica, ma l'esaltazione del momento mi fa superare l'istintiva ritrosia.
«Ti amo anch'io» mormora finalmente lei. «Ti amo dalla prima volta che ti ho visto. Cominciavo a disperare che te ne saresti mai accorto…»
Vorrei forse commentare, ma non lo faccio. Mi limito alla migliore fra le risposte possibili: il secondo bacio della nostra storia d'amore. Un bacio più convinto, questa volta; un bacio vero.
«Aspetta» fa però lei all'improvviso, sciogliendosi dall'abbraccio. Io rimango perplesso, colto di sorpresa dallo sviluppo inatteso: non stava andando tutto benissimo così? Che bisogno c'era di interrompere?
Con sorpresa la guardo abbassare con gesto deciso la lampo della sua giacca a vento, poi portare le dita alla mia gola, trafficare un po' ed infine abbassare con la stessa decisione anche la lampo della mia.
«Ma che cavolo… fa freddo…» sto per dire, ma lei mi previene: infila le braccia all'interno della mia giacca, me le passa dietro alla schiena e mi si stringe addosso.
«Splendida idea» commento allora, cambiando di colpo opinione nel percepire il tepore del suo corpo, nel cogliere la pressione dei suoi seni contro il mio petto, proprio quei due splendidi seni che fin troppe volte da che ci conosciamo hanno indotto in me pensieri vergognosamente impuri. Seni che invece d'ora in poi mi sarà lecito toccare.
Lei nemmeno risponde, se non protendendo verso di me il viso alla ricerca del terzo bacio della nostra neonata unione. Cosa mi resta da fare? Niente di particolarmente originale: la stringo a mia volta fra le braccia, lei, la giacca a vento e tutto, e mi abbandono al bacio richiesto.
Lassù, su quel promontorio battuto dal vento, ai confini del mondo.
Due piccole parole testo di Grog
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