Cellulare muto

scritto da Grog
Scritto 17 anni fa • Pubblicato 17 anni fa • Revisionato 17 anni fa
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Autore del testo Grog

Testo: Cellulare muto
di Grog

Ore 17,00.
Sono in ditta, seduto al mio posto di lavoro, ma da mezz'ora non sono capace di fare altro che fissare il cellulare posato a portata di mano sulla scrivania, accanto alla tastiera del PC. Ho il cervello vuoto e non riesco a levarmi dalla testa quell'unico, martellante pensiero: «Dai, rispondi… che aspetti?… rispondi…»
Mezz'ora fa, infatti, avevo inviato un messaggino: «Ho finalmente trovato due biglietti per il concerto di stasera. So che è tardi ma se ci sbrighiamo ce la facciamo ancora ad essere là verso le otto», ma finora lei non ha risposto. Ed intanto il tempo passa e la speranza di non giungere a concerto già iniziato sta precipitando vertiginosamente. Vorrei strozzarla: mi sono quasi dovuto prostituire per ottenere quei due cavolo di biglietti, mi sono costati una cifra oscena, sono riuscito a metterci su le mani quasi in extremis ed adesso lei sta rischiando di mandare tutto in fumo.
Di tanto in tanto prendo in mano il cellulare, lo apro e controllo se non vi siano presenti messaggi: è un controllo superfluo, ovviamente, visto che se giungesse un messaggio la suoneria mi avviserebbe, ma l'impulso è più forte di me.
Sto provando un senso di frustrata impazienza, condito anche da una sgradevole morsa di nervosismo alla bocca dello stomaco, e mi verrebbe voglia di urlare, ma ovviamente devo frenarmi: in un open space, con le scrivanie separate solo da pannelli alti un metro e mezzo, non è proprio il caso di darsi ad esternazioni troppo eclatanti. Per lo stesso motivo le avevo inviato un messaggio anziché telefonarle: troppe orecchie attente a non farsi i fatti loro ci sono in un microcosmo aziendale e non ho alcuna voglia di dare adito a nuovi commenti sulle mie faccende personali.
Peggio ancora, nella mia ditta oltre che i ficcanaso prosperano anche i buoni samaritani. Mi pare quasi di sentirli, i loro consigli, se venissero a sapere che l'ho invitata un'altra volta: «Lasciala perdere, quella là… Non è tipo per te, quella: uno come te con lei è in braghe di tela… Ti sta prendendo per il culo, non lo capisci?… Trovati una ragazza adatta, piuttosto: una tipa semplice, senza tante arie…» Naturalmente, questo è anche il motivo per averle mandato un messaggino anziché aver percorso zigzagando fra i separé quella ventina di metri che separano le nostre scrivanie.
Ora, non dico che i buoni samaritani non abbiano parecchie buone ragioni per elargirmi quei consigli, peraltro non precisamente richiesti, ma il fatto è che da più di un anno io sono totalmente, disperatamente perso dietro a lei e non riesco a levarmela dalla mente. Non è con questo che io la stia sottoponendo ad una corte asfissiante, non ne sono proprio il tipo, e lei d'altronde non disdegna affatto avermi d'attorno. Anzi. Le mie proposte - cena, cinema, gita, concerto, qualunque cosa - vengono regolarmente accolte con un sorriso ed accettate, quando siamo insieme lei è sempre molto amichevole, se non addirittura di più, ma - maledizione! - al dunque mi trovo sempre, regolarmente a sbattere contro un muro: un muro morbido, gentile, ma pur sempre un muro. Di un legame stabile con me lei proprio non ne vuol sapere.

Ore 17,30.
Ancora nulla. Decido di andare a dare un'occhiata discreta alla sua scrivania: magari non è là, l'hanno tirata dentro in qualche riunione e non può rispondere. Se così fosse, almeno potrei calmare un po' la mia agitazione. Forse.
Mi alzo, con l'aria di andare a prendermi un caffè, e percorrendo un largo giro faccio in modo di passare per il corridoio giusto e nella direzione adatta per gettare un'occhiata indifferente nella sua postazione: per la miseria, lei è là! Peggio ancora, sta parlando al cellulare…
Con l'animo in tempesta me ne torno alla mia scrivania: brutta stronza, se sta usando il cellulare, allora vuol dire che non può non essersi accorta del mio messaggio, ma in tal caso perché non mi ha risposto? So per certo che lei ad andare a quel concerto ci teneva anche più di me, ma allora cosa aspetta a rispondere?
Ma certo!
Senza dubbio è appena uscita da una riunione, ha trovato il mio messaggio solo pochi momenti fa ma qualcuno l'ha chiamata sul cellulare prima che avesse il tempo di comporre la risposta: deve essere andata senz'altro così.
Non mi resta che pazientare un po' e la risposta non si farà attendere.

Ore 18,00.
Comincio a dubitare che la sua telefonata possa essersi protratta così a lungo: rifaccio il giro dell'open space, questa volta con meno cautela di prima - ormai la maggior parte del personale se n'è andata a casa - e ripasso davanti alla sua postazione.
Strano, lei non c'è.
Mi azzardo ad entrare e mi guardo attorno: niente borsa, tutto in ordine e cassetti chiusi a chiave. Non c'è dubbio, se n'è andata. Ma allora perché non mi ha risposto?
Prendo il cellulare e le telefono: niente da fare, la suoneria suona a vuoto e lei non risponde. Comincio ad avere il sospetto che mi abbia dato buca.
A questo punto è evidente che non ha senso che me ne resti qui in ufficio: ormai ho la testa nel pallone e non riuscirei a combinare più nulla di buono. Poi ho pur sempre i biglietti per il concerto: cercherò ancora di contattarla durante il percorso verso lo stadio, ma se non mi decido a muovermi rischio di non riuscire ad entrare nemmeno io stesso.

Ore 19,30.
Sono in coda fuori dallo stadio: c'è un oceano di gente che sta cercando di entrare e sto iniziando a provare un certo fastidio a stare così nella calca, ma d'altronde quello di stasera è un evento di quelli imperdibili. Strano solo che lei non si sia fatta viva e che continui a non rispondere al cellulare: tra l'altro con tutta quella folla - metà della quale pare non possa fare a meno di usare il telefonino in continuazione - il campo va e viene ed ormai riuscire a recuperarla è diventata un'impresa praticamente impossibile.

Ore 19,45.
Infine sono riuscito a rintracciarla… in un certo senso: infatti in questo preciso momento lei si trova nella calca fuori dallo stadio a non più di cinque metri da me e sta parlando fitto fitto con un tizio che - maledetto bastardo - sta occupando il posto che avrebbe dovuto essere mio. È evidente che la carognetta, visto che io non sembravo in grado di procurare i famosi biglietti, senza dir nulla è andata a fare un po' di moine ad un altro e mi ha silenziosamente scaricato.
Cerco di sgomitare un po' per dirigermi dalla sua parte e farmi vedere: basterebbe quello per darmi almeno un minimo di vendetta, ma naturalmente non è che la folla che mi circonda sia molto disposta a lasciarmi passare, per cui dopo qualche tentativo ed un paio di battibecchi con i vicini non mi resta che rassegnarmi.
Se non altro da quel momento in poi ho qualcosa per occupare la mente intanto che sto in coda: un po' mi dedico a rodermi il fegato guardandola civettare con il tizio, un po' mi trastullo ad immaginare ipotetiche scene madri da recitare domani fra me, lo sdegnato protagonista, e lei, la colpevole e contrita antagonista. Il tutto, con un ampio ventaglio di possibili esiti a seconda delle oscillazioni del mio stato d'animo.

Ore 22,30.
Il concerto non è ancora finito ma ho deciso di andarmene: la delusione che lei mi ha rifilato mi ha azzerato qualunque piacere la serata avrebbe potuto offrirmi. Anzi, il rock ad alto volume sta anche iniziando a procurarmi un acuto senso di disagio e non vedo l'ora di trovarmi nuovamente a casa mia: comincio ad accarezzare l'idea di attaccarmi alla prima bottiglia che mi capiterà in mano per scolarmela tutta, metodicamente, fino all'ultima goccia.

Ore 0,30.
Se non altro il fatto di lasciare lo stadio un bel pezzo prima della fine del concerto mi ha consentito di arrivare a casa abbastanza rapidamente.
Sono nervoso, depresso e incazzato. Tutte e tre le cose insieme.
Coerentemente con il programma, appena entrato abbranco dal mobile bar la prima bottiglia che mi capita - guarda caso, proprio quella che lei stessa mi aveva regalato per il mio compleanno - e me la porto direttamente alla bocca, così, senza bicchiere. Ne ingollo una sorsata, faccio una smorfia e rabbrividisco per il bruciore giù per la gola, poi rimetto la bottiglia al suo posto: la prospettiva di sbronzarmi non mi pare più così attraente, in questo momento.
Mi accendo una sigaretta, poi mi scappa un'imprecazione quando lo sguardo mi corre al posacenere e vedo un'altra sigaretta, accesa poco prima e consumata per meno della metà: decido di fumarle tutte e due, tirando boccate alternativamente dall'una e dall'altra. In effetti mi sento un po' un pirla a fare così, ma mi rifiuto di sprecarne una solo perché sono nervoso. E poi, se mi sarò fatto venire il cancro, sarà stata solo colpa sua.

Ore 2,00.
Dopo una decina o quasi di sigarette ed un paio di chilometri percorsi facendo su e giù senza sosta per il salotto, decido che è ora di farla finita. Con lei, intendo. Domani quindi la prenderò da parte con la scusa di un caffè, le comunicherò di averne avuto abbastanza di farmi prendere per il culo e mi dimetterò dalla mia scomoda carica di cavalier servente a tempo pieno. Anzi, che non lo farò più nemmeno part-time. Più precisamente, che si scordi della mia stessa esistenza. Basta. Finito. Kaputt. Il tutto, detto con calma e fermezza, senza eccessi e senza insulti che, per quanto meritati, non farebbero che sminuirmi nella mia dignità.
Mi ripeto un paio di volte il discorsetto e poi mi metto a nanna.
Naturalmente va a finire che passo tutta la notte a rimuginarmi l'intero catalogo di scene madri, inframmezzate da brevi parentesi di sonno.

Il mattino seguente, ore 9,00.
Arrivo in ditta, un po' stordito dal riposo insufficiente della pessima nottata che ho passato, nervoso come un gatto e con la bocca impastata per le troppe sigarette. Senza curarmi troppo di dissimulare - in fondo, che m'importa dei buoni samaritani se fra dieci minuti lei sarà comunque fuori dalla mia vita? - passo dalla sua postazione per invitarla al caffè.
Manco a farlo apposta, lei non c'è.
Faccio un giretto per l'open space, approfittando intanto per dare una ripassata al mio discorsetto, e - ma guarda che strano… - finisco per trovarla nella saletta di ricreazione, dove tutta pimpante sta commentando il concerto di ieri sera con un paio di colleghi. Entro come nulla fosse nella saletta e vado dritto come un fuso alla macchina del caffè, compio le varie operazioni necessarie per ottenere la mia dose di brodaglia nera ed infine lascio il locale senza dir nulla, scoccando solamente verso di lei un'occhiata rovente. O, almeno, spero che così mi sia venuta, perché sotto sotto ho l'atroce impressione di essere invece riuscito a mettere insieme soltanto una faccia da bambino imbronciato.
Ed intanto adesso mi tocca rinviare il momento del mio discorsetto fino alla prossima pausa caffè…

Ore 10,30.
Sono nello stanzino delle fotocopie, intento distrattamente a duplicare un po' di scartoffie per uso mio personale mentre con la testa sono, manco a farlo apposta, intento invece a pensare a lei. Sono talmente intento a pensare a lei da non accorgermi che nel frattempo mi è giunta alle spalle.
«Hai qualcosa che non va?» esordisce senza mezzi termini mettendosi accanto a me, con le mani posate sul coperchio della fotocopiatrice. Tiene lo sguardo fisso dinnanzi a sé, senza guardarmi. È tesa e la cosa salta all'occhio.
«Chi, io?» replico, già sulla difensiva, tenendo gli occhi fissi sul display della fotocopiatrice. «Nuuu… e perché dovrei?»
«Mah, se non lo sai tu…» fa lei, sostenuta, poi si volta verso di me: «Entri al caffè, non mi dici una parola, neanche un "ciao", te ne vai guardandomi storto… Ti ho fatto qualcosa, per caso?»
Esito. Strano, devo essermi perso il discorsetto in qualche cantuccio della memoria…
«Dimmelo, almeno» incalza lei. «Avrò bene il diritto di saperlo, no?»
Annaspo, preso in contropiede: com'è che adesso sono io ad essere finito sotto accusa?
«No… non è che mi hai fatto… cioè…»
Per darmi un contegno sto pigiando a caso i tasti della fotocopiatrice, così ho la scusa per non guardarla negli occhi.
"Dannato codardo, tira un po' fuori le palle!"
«Insomma, ci sono rimasto male, ieri, per la faccenda del concerto…»
"Un po' pochino, questo, per essere un tirar fuori le palle…"
«Tutta quella fatica per rimediare due biglietti, ci ho speso pure un capitale, e tu nemmeno mi rispondi al cellulare…»
"Ops… errore!"
Naturalmente, non se lo lascia scappare…
«Ah, quindi ce l'avresti con me perché ti avrei fatto fare tanta fatica per niente?» mi rimbecca subito, offesa.
"Ecco… appunto…"
«Mi avessi almeno detto che era perché ci avresti tenuto tanto ad andarci con me, l'avrei anche capito…»
«Più che altro, ci avrei tenuto tanto che non ci fossi andata con quello là…» borbotto, interrompendola. Non so da dove mi sia venuto fuori quel minimo di coraggio, ma almeno sono riuscito, seppur goffamente, a sputare il rospo.
«HA! E questa cosa sarebbe, adesso? Gelosia? E potrei sapere cosa credi che te ne dia il diritto?» ribatte subito in un tono di furia appena controllata. Mi pone la mano sul braccio e mi costringe bruscamente a voltarmi verso di lei. Per un interminabile istante mi fissa con occhi che mandano lampi - Dio, quegli occhi! Grigio-azzurri, intensi, belli da impazzire, ma che ora fanno quasi paura, pieni di collera come sono - poi di colpo cambia espressione, la fiamma nel suo sguardo si placa, sorride e solleva una mano per accarezzarmi la guancia: «Sciocco che sei… Guarda che quello di ieri era solo mio cugino, niente di più.»
Evidentemente devo aver fatto una faccia da merluzzo appeso a seccare, perché lei fa una risatina e poi mi elargisce un leggero colpo sul petto con la mano aperta: «Dai, su… Era mio cugino davvero, sai? Non ti sto prendendo in giro: lui è uno che ha le mani in pasta per queste cose ed all'ultimo è riuscito a trovare due biglietti, ma uno l'ha voluto per sé. Cosa potevo fare? Poi quando mi hai mandato il messaggio non ho trovato il coraggio di dirti che ormai mi ero impegnata con lui. Ho fatto male, lo so, mi dispiace, ma speravo che non te ne saresti mai accorto: come facevo ad immaginare che fra tutta quella gente saresti capitato proprio a due passi da me?»
«Quindi mi avevi visto?» chiedo, colto di sorpresa.
Lei annuisce: «Sì, ma sperando che tu non avessi ancora visto me avevo fatto in modo di farmi trascinare via dalla folla.»
«Ed infatti poi non ti ho più vista» completo io.
Ci dev'essere però qualcosa nel mio atteggiamento, forse traspare quel po' di scetticismo che in effetti sto provando, che la induce a chiedermi: «Non mi credi, forse?»
«Beh, sì, certo che ti credo…» rispondo a stento, con la netta sensazione di non suonare affatto convincente.
«Hm… non m'incanti» fa lei, sostenuta, «ma lasciamo perdere.»
«No, ma davvero… io…» annaspo.
"Ancora un po' e mi dirà che mi perdona di non crederle… Per la miseria, va sempre a finire così, con lei."
Lei mi pone due dita sulle labbra. «Sst. Non parliamone più» dice dolcemente. «Piuttosto, perché non chiudiamo questo piccolo malinteso stasera stessa? Magari, se m'invitassi a cena, riusciresti anche a farti perdonare…»
"Farmi perdonare? E per che cosa?"
Resto interdetto: c'è qualcosa che non va, in tutta questa faccenda. Anzi, molte cose. Naturalmente, la prima di queste cose è che avevo ormai deciso di farle il mio famoso discorsetto, solo che al momento non riesco più a trovare la forza di aprir bocca: lei è così… perfetta, ecco… così affascinante, con il suo viso così particolare, quegli occhi ammalianti, felini, i lunghi capelli biondi, quella sua seducente figura che pare fatta su misura per stare fra le mie braccia - se solo lei lo volesse - e, soprattutto, quel suo fascino sottile ma assolutamente irresistibile.
Capisco subito che ci sono cascato di nuovo. Peggio, mi accorgo di provarne quasi sollievo: non potendo avere il paradiso, allora meglio avere l'inferno vicino a lei piuttosto che il purgatorio lontano da lei.
«Non mi sembri così impaziente di farti perdonare» osserva lei, in tono vagamente minaccioso, notando la mia esitazione. «Come credi, allora…» Detto questo, si volta e se ne va, come se niente fosse, con la massima naturalezza.
"Tutto sommato, meglio così: mi risparmio pure il discorsetto…" penso mentre la guardo allontanarsi.
"Ma sei scemo?" mi dico subito dopo. "Sei davvero sicuro di volerla perdere così?"
Facile la risposta: "No, piuttosto la morte."
Sto per lanciarmi al suo inseguimento quando il capo in persona del club dei buoni samaritani mi intercetta proprio sulla soglia dello stanzino delle fotocopie. «Ma guardati in che stato sei!» esordisce in tono di esasperato rimprovero. «Ma non lo vedi come ti sta riducendo? Quella con te non fa che giocare: ti sfrutta, si gode tutte le tue attenzioni e poi vedrai, quando non avrà più bisogno di te ti butterà via come una scarpa vecchia.»
Improvvisamente mi stufo: «Chi è che hai detto che butterà via?» chiedo bruscamente.
«Te, butterà via! Proprio te, povero illuso» replica il buon samaritano con aria convinta da predicatore.
«Capirei che te la prendessi tanto se fossi tu ad essere buttato via, invece!» ribatto.
«Io?» mi fa eco lui, fra l'offeso e lo sconcertato. «Cosa vorresti dire? Io sono felicemente sposato e padre di famiglia. Io con quelle…»
«Ecco» lo interrompo, «allora, se non è di te che si sta prendendo gioco, vuol dire che non sono fatti tuoi: tu ti sei autonominato, non richiesto, mio consigliere ed angelo custode, ma sei solo un impiccione rompicoglioni. Se io voglio farmi prendere in giro da lei sono fatti miei, tu invece occupati dei fattacci tuoi. Dei miei tu non ne sai un accidente ma, da quel presuntuoso rompipalle che sei, pretendi di essere quello che ne sa tutto. Ora invece basta: dacci un taglio!» Alla fine della tirata mi accorgo di averne sottolineato ogni parola percuotendogli ritmicamente il petto con l'indice teso, parlandogli a muso duro con il viso a due dita dal suo.
Quel che è peggio, dalle facce stupite che mi guardano da sopra i separé mi accorgo anche di averlo fatto a voce maledettamente alta. Anzi, di aver proprio urlato.
«Bra-vo!» echeggia sarcastica dal labirinto di scrivanie una voce non identificata.
Un pensiero terrificante mi attraversa come un lampo la mente: "Oddìo, senz'altro mi avrà udito anche lei…"
Di colpo mi sgonfio, arrossisco come un peperone, con l'ultimo rigurgito di collera riesco ancora a sibilare al buon samaritano: «D'ora in poi stammi fuori dalle palle», poi me la squaglio senza guardarmi intorno verso la relativa tranquillità della mia postazione di lavoro.

Ore 10,40.
Mi arriva un sms. "Davvero pensi che ti stia prendendo in giro?", c'è scritto. Non c'è firma, ma non ho bisogno di controllare il numero per sapere che viene da lei.
Rispondo: "Sono i buoni samaritani a pensarlo, non io. Io gioco la mia partita, tu la tua: mi sta bene così."
«E con questo, il mio discorsetto è bello che morto e sepolto» mi dico premendo il tasto di invio. Mi accorgo di provare comunque un senso di sollievo: bene o male, la situazione si è in qualche modo definita.
Altro sms. Dice: "Allora giocala, la tua partita."
Dopo il salasso per i biglietti, opto per partire basso: "Cena e cinema bastano per farmi perdonare?", rispondo.
"No. Riprova."
"Cenetta raffinata a lume di candela?"
"Va già meglio. E poi?"
"Dipende da come sarà andata la cena, suppongo…"
"Risposta esatta: passa a prendermi alle otto."

Ore 19,59.
Ecco fatto, ho scelto: meglio l'inferno vicino a lei, senza dubbio. Inferno che potrebbe poi essere anche piuttosto piacevole, in fondo: basta conoscere bene la partita ed accettarne le regole.
Infatti adesso sono sotto casa sua, con il dito già sul pulsante del citofono, pronto per portarla fuori per una costosissima e - spero… - piacevolissima serata nella quale farò del mio meglio per superare me stesso e "farmi perdonare".
Naturalmente, il primo passaggio sarà quello di farmi i soliti dieci minuti d'attesa sul marciapiede prima che lei scenda: dieci minuti rigorosamente da trascorrere senza nemmeno poter accendere una sigaretta ammazza-noia - e nervosismo - per non cominciare a puzzare di fumo prima ancora di vederla.
Soffocando il solito vago senso di agitazione premo il pulsante, dall'altoparlante esce la solita sgraziata pernacchia, dopo qualche secondo sento finalmente la sua voce melodiosamente distorta dal citofono: «Sì?»
«Sono io. Sono qui sotto. Ti aspetto» rispondo in un trionfale crescendo di banalità.
Lei invece non si rivela per nulla banale.
«C'è un cambiamento di programma…» annuncia.
«Ugh!» Mi sento come se avessi preso un pugno nello stomaco.
«Non usciamo più» spiega. Dopo un istante di pausa - studiato, suppongo - riprende: «La cenetta la facciamo qui da me. Sali: quarto piano.»
Mai salito su da lei, in più di un anno.
Perfetto: adesso mi sento come se, dopo il pugno, qualcuno lo stomaco me l'avesse accartocciato fra le dita…

Ore 0,30.
Non mi sento più lo stomaco accartocciato: anzi, ora è piacevolmente intento ad elaborare una cenetta che si è rivelata semplicemente superlativa.
Il resto della serata sta andando altrettanto bene. Anzi, anche meglio. Tutto sommato, direi che sto da dio.
Diciamo che per qualche imperscrutabile motivo stasera ho ricevuto una promozione: da cavalier servente e basta, a cavalier servente con mansioni d'alcova. Per quanto tempo non si sa e solo quando lei ne avrà voglia, naturalmente, cosa che comunque spero possa d'ora in poi avvenire con una certa frequenza. Il che mi sta comunque benissimo.
Insomma, è proprio come dicevo: basta conoscere bene la partita ed accettarne le regole.
Solo che le regole sono fatte per essere cambiate.
Da chi può permettersi di cambiarle, naturalmente…
Cellulare muto testo di Grog
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