Dicevano scagliasse bottiglie addosso ai bambini. Io, a dire il vero, non l’avevo mai vista farlo. Però al riecheggiare dell’urlo: “l’insalatara, l’insalatara” al pari degli altri monelli correvo a casa a rifugiarmi. Non so se si trattasse di suggestione, fatto sta che più di una volta ricordo d’aver udito rumore di vetri infranti da dietro le rassicuranti mura dell’abitazione dei nonni.
Comunque, trascorsa una mezzoretta dall’incursione dell’insalatara, tutta la banda si ritrovava nuovamente fuori. “L’ho scampata bella” raccontava Giovanni “me la sono vista sbucare dal nulla, come un fantasma” aggiungeva quando era certo di aver su di sé l’attenzione della maggioranza del gruppo.
Passato il pericolo, si andava tutti all’ombra delle palme, sopra il vecchio pozzo al centro del cortile, con fogli e matite, ad organizzare piani, ora per neutralizzarla, ora per catturarla con fantasmagoriche trappole stile Willy il coyote. Io partecipavo attivamente, l’ingegno non m’è mai mancato, ed era divertente escogitare quei piani strampalati. Ma il tarlo del dubbio mi rodeva.
Vero era che, attaccato alla gonnella di mamma, mi era capitato d’incrociare per strada l’insalatara, ed il ghigno sdentato col quale ricambiava le mie occhiate furtive era terrificante. Vero era che quella figura di donna con le pupille violacee perse nel vuoto, i capelli bianchi scarmigliati, la lunga veste nera lisa e sporca, avrebbe fatto accapponare la pelle a chiunque. Vero era pure che spesso mugugnava una litania tra sé, in una lingua sconosciuta, e c’erano ben pochi dubbi sul fatto che stesse recitando una formula magica o peggio, stesse gettando il malocchio addosso a qualcuno. Vero era infine che portava sempre con se una borsa di plastica gialla, che per di più tintinnava a ritmo del suo incedere claudicante.
Ma sommando tutti questi indizi, si poteva dire di possedere una prova certa? E poi, c’erano davvero bottiglie in quella busta? E servivano per colpire ignari bambini?
La leggenda del bambino che mangiava gli scarafaggi era stata sfatata l’estate precedente, quando una delegazione del nostro gruppo si era decisa ad andare a parlargli Da allora anche Luigi era entrato a far parte della compagnia, ci aveva insegnato l’arte del comandare le formiche (ma questa è un’altra storia) e qualche volta ci aveva pure offerto le liquirizie di cui tanto era ghiotto.
Che fosse anche quella dell’insalatara una leggenda? Chi aveva mai assistito ad un lancio? Soltanto una volta avevamo trovato a terra i resti di una bottiglia infranta, ma potevamo dire con certezza che appartenesse al suo arsenale? E soprattutto, mia mamma che pretendeva cambiassi la canottiera ad ogni sudata, mi avrebbe mai lasciato scorrazzare liberamente con un pericolo del genere in giro?
Decisi che valeva la pena rischiare. E siccome ero tutt’altro che impavido, convinsi Giovanni a farmi compagnia. Bisognava scoprire la verità. Era importante. Talmente importante che un paio di ore dopo ce ne eravamo scordati.
Successe un assolato pomeriggio, mentre l’intero gruppo era impegnato nella scelta delle prove da inserire nella prima olimpiade ufficiale dell’isolato. Ognuno propendeva per le specialità in cui eccelleva, screditando le altre. La discussione perciò era piuttosto animata. Così non ci accorgemmo subito. Al secondo o terzo strillo però, come giovani suricati, avevamo tutti le orecchie drizzate. Qualche bambino – che per ragioni anagrafiche non era ancora entrato a far parte della compagnia – dall’altra parte del cortile stava lanciando l’allarme: “L’insalatara, l’insalatara. Sta arrivando l’insalatara!”
D’istinto, come tutti gli altri, mi diressi verso casa, ma fu questione di un attimo, perché subito ricordai l’accordo e mi precipitai dietro al berceau di gelsomino dove avevo concordato di incontrarmi con Giovanni. Anche se, così facendo, stavo andando proprio in bocca alla strega.
Già, perché la compagnia, per non so quale ragione, giocava sempre dalla stessa parte del cortile, e così io e Giovanni avevamo dato per scontato che l’insalatara sarebbe giunta dall’ingresso su quel lato, per coglierci di sorpresa, e avevamo scelto il luogo da cui spiarla il più lontano possibile, o per lo meno lontano a sufficienza da non restare a tiro di bottiglia. Invece ora ci ritrovammo a meno di dieci metri da lei.
La donna si fermò appena dietro al cancello d’ingresso e ci lanciò uno sguardo da ghiacciare il sangue nelle vene. Come aveva fatto a vederci, coperti com’eravamo dai cespugli? Posò a terra la busta gialla e ne estrasse una bottiglia. Si guardò attorno. Ecco, eravamo spacciati.
Un gatto scivolò tra i piedi di Giovanni, che strillò. Io risposi con un altro strillo, se possibile più forte e acuto del suo. Adesso sì che eravamo davvero spacciati!
La donna però parve non accorgersi di noi, e continuò a vuotare la borsa. Dopo la bottiglia, tirò fuori una grossa latta, quindi alcuni piattini di plastica ed in ultimo una grande scodella di metallo. Colmò la scodella d’acqua e versò nei piattini il contenuto della latta, mentre altri gatti dopo quello che ci aveva spaventati le si facevano incontro.
Avevamo risolto il mistero. Saremmo stati degli eroi, per qualche ora, ma decidemmo di rinviare i pavoneggiamenti al giorno seguente. Entrambi desideravamo soltanto andare a casa al più presto…
L’insalatara testo di castagno1