Un giorno in un caffè

scritto da Pyrameis
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Autore del testo Pyrameis

Testo: Un giorno in un caffè
di Pyrameis

È seduta al suo tavolo. Quello solitario, nel remoto angolo male illuminato di un locale usurato e stanco. Le lampade al neon, oltre a fornire una luce fioca ed intermittente, ronzano spudorate.
Però il caffè è buono.
Tanto le basta per tornare ogni giorno.
Arriva all’alba, con il suo cappotto lungo a farle da strascico, il berretto calcato sulla testa fulva e la punta delle dita bluastra per il gelo da cui i guanti privi di estremità non le proteggono.
Prendendo posto, lascia scivolare la borsa dalla spalla ed essa si raggomitola ai suoi piedi con un suono duro e definitivo. A volte estrae dai suoi meandri dei fogli spiegazzati e macchiati, altre fissa il vuoto scrutandolo avidamente in cerca di qualcosa.
Sempre, quel che i guanti lasciano intravedere delle sue mani nodose, falangi sbozzate e unghie mangiucchiate, sanguina inchiostro. Blu, nero o rosso macchia il candido pallore delle dita scheletriche raccontando al mondo di tutte le storie che lei ha scritto tenendole per sé.
Ordina una tazza di caffè dopo l’altra.
Espresso senza zucchero, più nero del carbone. Capita di vederla rosicchiare i biscotti che ogni tanto il barista le porta come omaggio. Deve tenersi da conto l’unica cliente assidua anche se lei non fa che esaurire le sue scorte di miscela arabica.
È una bella donna.
Alta, bionda come il grano in piena estate. Ha occhi teneri e gentili che s’increspano agli angoli ogni volta che sorride.
È anche una donna triste.
La piega della bocca che guarda a terra, il respiro lento e pregno di malinconia sospirata.
Gli avventori la guardano e vedono una figura dimessa, avvolta in un soprabito infeltrito e sfatto, che rincorre sogni ad occhi aperti.
Lei li osserva e si racconta le loro storie.
Quando è pronta le scrive, più spesso che no le lascia scappare via a confondersi con la nebbia perenne che dilaga per la città.
Sarà colpa del fiume, ma in qualsiasi giorno dell’anno una patina grigio fumo ricopre le case e le persone.
Sarà colpa del fiume, ma lei vive in quella cortina, drappeggiata sulla cittadina come un regale manto per la sua pochezza, e da essa trae l’unica parvenza di quella che immagina dovrebbe essere la felicità.
Dalla foschia emergono due giovani.
Entrano nel locale tenendo tra loro una distanza glaciale, ma è chiaro che si conoscono bene. È nel modo che hanno di orbitarsi attorno, sovrapponendo i gesti senza scontrarsi. È nel modo in cui si guardano in cagnesco, ma comunque si guardano.
Sono molto simili.
Magri e slanciati, con ciuffi di ispidi ricci neri che tracciano sulla fronte linee spezzate.
Sono fratelli.
Lei lo decide in un istante.
Sono fratelli e stanno chiaramente litigando per qualcosa che, come un albero caduto per l’irruenza di un vento burrascoso, ostruisce il solito fluire del loro legame.
Deve essere una donna.
Nella sua esperienza solo una donna ha il potere di deviare il corso ordinario della vita di un altro essere umano.
Non c’è al mondo disgrazia altrettanto grande.
Parlano concitati, agitano gli arti rischiando più volte di scagliare tazze e piattini lungo imprevedibili traiettorie.
Il cameriere le porta un’altra tazza il cui caldo vapore interrompe il contatto visivo disperdendo la visione. Sono solo due ragazzi che discutono. Probabilmente del tempo. Oppure di soldi, sembra che in fondo non ci sia altro argomento valido.
Sospirando lei cerca nella borsa il portasigarette e i fiammiferi.
Quel povero bar è sgangherato e moribondo al punto che mai nessuno si è preso il disturbo di decorarlo con i fastidiosi inviti a non fumare seguiti dalle ridicole cifre a cui una probabile multa ammonterebbe.
Il cancro ai polmoni per il fumo passivo è il disagio minore in cui si rischia di incorrere entrando.
Aspirando la prima boccata, ammaliata dalla punta incandescente della sigaretta, fa di tutto per non ripensare al topo che un giorno ha visto sgattaiolare verso i bagni.
Per liberarsi dell’immagine indesiderata scuote con veemenza il capo.
Il gesto disturba un’estremità della sciarpa, languidamente adagiata tra le pieghe delle falde del cappotto, che si smuove dal largo nodo in cui è acconciata e scivola lungo la sua spalla.
Con un imprecazione soffocata la donna la intercetta appena prima che finisca nella tazza, rovinando, così, il caffè, il suo umore e il proprio aspetto.
Risistema il colpevole lembo di stoffa e si toglie la cuffia passandosi la mano tra i capelli in un gesto che sublima la stizza e l’irritazione per un incidente evitato per un pelo.
La morbida carezza del mezzo guanto tra la criniera scompigliata calma la frustrazione e, non per la prima volta, la donna considera di togliere qualche strato d’abiti.
Non direbbe di avere freddo, nemmeno in quel locale refrattario all’installazione di una qualsiasi forma di riscaldamento funzionante.
Potrebbe liberarsi almeno dello strato superficiale, del bozzolo di tessuto creato per l’esterno. Però non lo fa. Un istinto, antico ed atavico, le sconsiglia di esporsi ai pericoli insidiosi del gelo, soprattutto di quello che non si può propriamente avvertire.
Beve una lunga sorsata di caffè bollente.
I suoi occhi vagano inquieti. Sfiorano ogni cosa senza posarsi su niente.
Con lo sguardo accarezza mollemente il mobilio e la clientela, ma non prova interesse né per l’uno né per l’altra.
Vagabonda seguendo un’orbita precisa.
Inizia a muoversi dalla sua estrema sinistra e accoglie nel proprio campo visivo e meditativo tutto lo spazio delineato dal movimento verso destra.
Ripete più volte il passaggio, considerando elementi nuovi ad ogni ripresa.
Finalmente intercetta qualcuno.
Una vecchia signora seduta da sola ad un tavolo per due.
È molto anziana e sembra in attesa.
Avrà lasciato a scuola i nipotini, affidati alle sue cure dalla figlia in carriera, ed ora si riposa sulla sedia scheggiata e traballante di quel bar che reca su di sé gli stessi segni del tempo che imprimono rughe sul suo volto antico e bruciato dai giorni.
Si riposa e aspetta.
Forse la cara amica con cui ha detto addio alla giovinezza e al fianco della quale ha percorso tutta quella lunga strada che non conduce da nessuna parte se non alle porte della morte.
Forse un antico amante. Probabilmente l’uomo sposato di cui si invaghì da ragazzina e a cui dovette rinunciare in cambio di un marito che non voleva e di una famiglia in cui il destino e l’inesperienza finirono per incastrarla.
Deve avergli dato appuntamento molti e molti anni fa, promettendogli che un giorno, in un futuro indefinibile, si sarebbero ritrovati esattamente a quel tavolo in quel caffè che all’epoca era ancora un giovane virgulto pieno di promesse in boccio.
Così eccola qui che attende, ora che il peso del tempo la schiaccia e la famiglia a cui ha dato origine si allarga stringendo sempre più le maglie della sua prigione invece di lasciarla libera.
Lo aspetta, ma lui non arriva.
Il suono della tazzina che ritrova il proprio posto sul piattino è un piccolo riso cristallino, ma basta a riscuotere la donna dalla spirale malinconica che la storia la induce a percorrere.
Stringe senza troppa partecipazione la sigaretta priva di filtro e lascia che la cenere si adagi sul tavolo come fa la neve fuori dalla vetrata.
La nebbia è evaporata, ora che i candidi fiocchi sono giunti a rinforzare lo strato di nevischio già accumulatosi ieri sulle strade.
Guardare la neve le piace.
Le ricorda i suoi giorni da bambina, quando con lo zucchero e il limone versati in un bicchiere di neve si faceva il gelato e si spezzavano le piccole stalattiti ghiacciate per fare merenda con la loro acqua solida.
Non si può più fare nulla di tutto ciò, per quanto ne sa.
Tutto, oramai, è da considerarsi pericoloso e potenzialmente venefico.
L’olio di palma, il pane, lo zucchero. Strumenti del demonio travestiti da innocui prodotti quotidiani, finalmente scoperti ed esposti alla pubblica gogna.
I bambini non si azzardano nemmeno più a toccarla la neve, figurarsi ingerirla.
Sono tristi gli esseri umani in potenza di questa nuova generazione.
Sono tutti un po’ come il bambino che fa il suo ingresso proprio mentre la donna medita su ciò che è andato perduto e sul niente guadagnato al suo posto.
È grassottello e barcolla dall’ingresso al bancone.
Non è la robustezza sana di chi è stato allevato con tanto cibo, ma buono. È l’obesità malaticcia e pallida dei fast-food sdoganati e della pigrizia fisica ed intellettuale.
Con la sua superiorità infantile non chiede da bere, ordina, squillante e petulante, che gli sia data, prima di immediatamente, una bibita.
Il cameriere, tornato dietro il banco, porge alla sua avida presa la lattina che trasuda acqua da tanto è gelida.
Fuori uno nuovo strato di neve si è formato ed è lì a sperare che qualcuno vada e ne intacchi il candore per assaggiarlo mentre il bambino, colui che dovrebbe assolvere al compito, è, da solo, dentro un locale sgangherato a scolare rumorosamente una bevanda distillata dal cancro stesso.
Una macchina quasi certamente lo sorveglia da fuori e il suo caldo interno protegge dall’inverno l’autista che ha concesso al suo padroncino quella fermata pur di far tacere le sue proteste.
Tornati a casa i genitori di lui rimprovereranno il povero uomo che non ha colpa dei capricci del figlio viziato che loro hanno generato ed instradato verso il successo rubato. Lui subirà in silenzio, sapendo di aver sbagliato, ma consapevole che lo rifarebbe altre migliaia di volte pur di avere un attimo in più di libertà da quell’arpia travestita da essere umano.
Il bambino lascia la lattina sul bancone e, incurante, esce.
Cala il sipario tra il silenzio del pubblico.
Una commedia grottesca che ha solo orripilato senza produrre l’eco della risata che ne scusa l’orrore.
Tra un’osservazione e l’altra la sigarette si è esaurita, il mattino si è fatto sera e il bar è in procinto di chiudere.
Il cameriere, barista, tuttofare, invita i clienti ad uscire con gentile fermezza.
Finge di pulire rapidamente i tavoli su cui anni di sporco si sono allegramente stratificati creando ere geologiche degne di essere esplorate.
Ribaltando sopra essi le sedie smuove più polvere di quella che ha rimosso con lo strofinaccio liso e macchiato con cui ha inferto alla sporcizia colpi pesanti come carezze.
Spegne la luce mentre la donna esce.
È così, ad arcione della soglia, sul crocevia dei mondi, per metà fusa con la neve e quel che resta della foschia e per l’altra metà schiava della tenebra, che, nella semplicità di un respiro, lei svanisce.
Sparisce nella sera, disperdendosi in essa come l’ombra di uno spettro.
Un giorno in un caffè testo di Pyrameis
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