Tra bipede e quadrupede, conviventi nello stesso nucleo abitativo, il rapporto di superiorità verteva nettamente a favore del secondo.
Elena: bambolina dai riccioli biondi e gli occhi blu, eterna sognatrice, demonietto con la faccia d'angelo, non era molto capace di badare a se stessa.
O, almeno, non quanto ci si sarebbe aspettato da una donna in dirittura d'arrivo ai quaranta, età scomoda per sperare di crearsi una famiglia bipede.
Halleluja: taglio da pastore tedesco con colori e lunghezza del pelo da rottweiler, coda lunga che agitava ironicamente al momento giusto.
Il nome era perfetto: non era il tipico cane dall'affetto regalato e pareva scodinzolasse a mo' di beffa alle frequenti manifestazioni di esuberanza della sua protetta.
Eh già, perché, se avesse avuto il dono della parola, a domanda, avrebbe risposto che non era un balocco da regalo di compleanno, salvato dal canile, ma il legittimo tutore della stramba ragazza con la sensibilità talmente accentuata da mostrare la carne cruda.
Non era in zampa con le metafore; ragionava in termini alimentari, se non persino espletativi. Era un animale... cosa si poteva pretendere di più?
Appena entrato nella vita di Elena, con le sue orecchie dumbesche e la coda tra le gambe, si era visto battezzare con quel nome impegnativo, sbottato con gioia alla notizia che era stato salvato dalla prigionia cinofila.
"Halleluja!", stringendoselo al petto, accucciata a terra.
"Halleluja!", accennando un leggero movimento caudale, retto sulle zampe.
E ne aveva ben donde di non farsi contagiare dall'entusiasmo: Elena non era la tipica padroncina che lo lasciava tranquillo a casa, ricordandosi dei suoi pasti ad orari concordati o della corsa campestre, in gara coi suoi simili, marcando il territorio di bagno turco a cielo aperto.
C'era da dire che di coccole gliene faceva a iosa e bisognava pur premiarla con una leccatina di mano, pena abbracci stritola ossa e ore di patetiche lagne singhiozzate all'orecchio pendulo; alla fine, le tornava il sorriso e lui accennava il suo scodinzolamento sospirando l'halleluja: si poteva ciancicare un osso o prendere una boccata d'aria come atto di stima verso il suo partecipe amore e la sua innata fedeltà.
Le uscite, con lei, erano noiose e pericolose. Gli toccava fare da cocchiere (badando che infilasse al polso il guinzaglio e tirandola con più forza per non farla collassare a terra, quando aveva bevuto troppo) e da guardia del corpo, qualora le strusciatine di qualche pessimo elemento di genere maschile non fossero state gradite... allora gli toccava digrignare i canini lustri in un sorriso bieco, latrando minacce. Non era un cane da combattimento; amava il quieto vivere ma si faceva rispettare per la stazza e, al parco, era sempre bastato così. Con gli uomini era diverso: non poteva permettersi incidenti che avrebbero provocato l'allontanamento o peggio.
Elena non avrebbe retto a quel genere di cose, così fragile da subire la solitudine e l'abbandono.
E che poteva fare, allora? Ringhiava con tutte le sue forze, imponendosi davanti alla sua pupilla in tutta la maestosità dei suoi cinquanta chili di muscoli e pelo raso. Funzionava.
Alle manifestazioni di gratitudine, accennava il suo striminzito movimento di coda e, halleluja!, si tornava a casa, a riposare le zampe in tensione ai piedi del letto, sbuffando per l'eventuale scampato pericolo.
Era un disastro quella ragazza e gli anni passavano e non si decideva a trovare un compagno: mica lui era immortale!
E fortuna che c'era lui che, addomesticandola un po' per volta, era riuscito a farle mettere la testa a posto, a costo di prodigarsi in un'infinità di gesti affettuosi: agli umani piacevano quelle smancerie.
Se fosse nato felino, del resto, sai che rogna dover gorgogliare fusa!
Il destino era stato clemente, halleluja.
Alle solite, la sveglia aveva suonato e lei l'aveva buttata in terra.
Sgranchite le zampe, con un lungo sbadiglio a bocca asciutta, constatato che la ciotola dell'acqua era ridotta a poche gocce, si era diretto in camera da letto. Non sprecava fiato ad abbaiare.
Ci provava prima con le buone: una sana leccata, rasposa e umida, in piena faccia e qualche tenero mugugno.
Poi, se l'impellenza urinaria era urgente, passava alle maniere forti: addentava il piumone e glielo tirava via, urlando un semplice ma perentorio bau.
Ah, se lo capiva a quel punto!
Tampinandola per dirigerla in cucina, le mostrava le sue ciotole con un colpo secco di zampa reclamando i viveri e le concedeva il tempo per le sue abluzioni, consumando la colazione con il mantra di trattenimento dei bisogni da effettuare fuori.
Ci voleva pazienza con gli umani. Non erano intuitivi quanto gli animali; sensibili, certo, e bisognosi d'amore e attenzioni, ma limitati nel comprendere i semplici fatti della vita; pareva che fossero davvero ottusi a sbattere il muso sempre sugli stessi muri, quando, il più delle volte, serviva soltanto alzare una zampa e pisciare liberamente.
E che diamine!
Ma con Elena aveva fatto un buon lavoro. Era cocciuta ma dall'intelletto vispo e, trattenendola in casa un po' più spesso (affaticandosi a far soqquadro), era riuscito a farle riprendere gli studi, subendo persino l'imbarazzo del collare di alloro il giorno della laurea.
Il suo l'aveva svolto a dovere e pazienza se spesso aveva dovuto leccare il sale delle sue lacrime, di dolore o di insofferenza o di delusione: ne aveva sempre in quantità illimitate.
"Come farei senza di te? Sei il cane migliore del mondo!", arruffandogli il capo mentre si leccava i baffi, satollo.
Toh, un complimento di buon mattino!
Era una buona giornata... Halleluja!
Halleluja! testo di Deaexmachina