gelosia

scritto da Vergiuliana
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Anni 50 Milano Un po' di umorismo (almeno spero )
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Testo: gelosia
di Vergiuliana

Il pianoforte

Mio padre diceva di essere la reincarnazione di Cassandra perché, come la sacerdotessa greca, prevedeva sciagure alle quali nessuno credeva. E fin qui nulla di difficile, una volta che qualcuno ti spiega la mitologia. Ma poi diceva anche: «Io posso scalare l’Everest, ma non litigare col portinaio». E io, qui, non capivo.

Edmundo era il portinaio dello stabile in cui vivevo con i miei genitori. Era una persona alta e grossa, dal grande viso quadrato e gli occhi enormi. Uno di poche parole, un tipo burbero ma simpatico. Con mio padre, poi, era addirittura devoto, ossequioso; anche mio padre lo stimava molto. Tifavano entrambi per l’Inter; Fausto Coppi era il loro idolo; entrambi, dopo la guerra, naturalmente, partecipavano il giovedì sera al circolo comunista di Via Duprè.

In una mattina di maggio, nel 1937, mio padre, Angelo, aspettava il tram per andare al lavoro quando due uomini gli si avvicinarono, mostrarono il distintivo, poi gli chiesero, naturalmente, se era lui quell’Angelo Vercesi che lavorava alle Assicurazioni ecc… ecc., e se era vero che era rimasto in ufficio quando il Cavaliere era venuto a Milano.

Era stato Edmundo il primo a soccorrere mio padre quando i due l’avevano picchiato perché non aveva la tessera del partito. Era accaduto una mattina di settembre del 1937; in Mahon ne parlarono per anni. Edmundo aveva visto tutto perché era vicino al portone a fumare ed era accorso appena i fascisti se ne erano andati.

Tutti se lo ricordavano, quel fatto, accaduto davanti all’edicola di fronte alla fermata del dodici, vicino al Ponte della Ghisolfa. Quindi, pensavo io, non c’era motivo di litigare con Edmundo. Un giorno, ero già in là negli anni — ne compivo dieci —, mia madre mi spiegò che quella frase voleva dire che «il papà si ritiene coraggioso e nulla gli fa paura, ma non sa gestire i piccoli conflitti». Mia madre si chiamava Flora, come la dea della primavera: era molto bella e di intelligenza superiore. Io ero orgogliosa di lei e anche gelosissima. I miei genitori erano entrambi impiegati, ma mio padre aveva frequentato solo le tecniche, mentre mia madre, oltre al diploma, aveva anche studiato pianoforte.

Quel pianoforte, portato dalla sua casa di ragazza, era il mio incubo. Sembrava il re della casa. Troneggiava in salotto, occupandolo quasi tutto, e mia madre lo lucidava con una cura che a me pareva eccessiva. Era uno Steinway, nerissimo, e riluceva quasi come la targhetta alla porta di casa, che la domestica Maria lustrava con accanimento affinché il cognome di famiglia, scritto in bronzo dorato, rifulgesse in tutto il suo splendore.

Ero una bambina gelosissima di mia madre. Ma sapevo con certezza che Maria, il papà e persino il nonno — suo padre — non avrebbero mai preso il suo cuore più di me.

Ma quel pianoforte… Quando suonava, mia madre sembrava dimenticare il mondo. Io me ne stavo in un angolo a soffrire con una certa dignità. Poi, però, la mamma si voltava verso di me: «Ti piace?» chiedeva. E io mentivo, fingevo entusiasmo: mai avrei voluto dispiacerle. Flora aveva i capelli corti e ricci, se li ondulava al ferro e, quando suonava, un ciuffo nero le cadeva sulla guancia; lei lo gettava, con un gesto deciso, dietro l’orecchio.

E poi… la zia Rosa. Sull’angolo della piccola anticamera c’era un tavolino con dei giornali o dei libri e, sopra un ripiano, una monumentale radio. Nientemeno che una Marelli del ’45. Sopra quella radio stava il ritratto cupo, con lo sfondo sfumato nero, della zia Rosa, sorella di mio nonno: una suora morta di tisi a vent’anni. Mia madre parlava sempre di lei come di una creatura eccezionale, dotata di ogni virtù; nessuno, pareva, poteva starle alla pari.

Una volta la sentii dire che era la persona che più aveva ammirato al mondo.

No, questo non lo doveva dire.

«Aveva ammirato, non amato», mi spiegò la Tata. «Non che ama. Adesso ama te. E poi… quando Rosa è morta, tua madre aveva dieci anni. Cerca di stare tranquilla con questa gelosia.»

La Tata era l’unica al mondo a sapere della mia gelosia: per il pianoforte, per la Rosa. Si chiamava Maria Magni e viveva in casa nostra da poco prima che io nascessi. Veniva da un misero paese nel bergamasco e aveva una lunga cicatrice che partiva dall’orecchio destro e arrivava a metà gola. Il suo vero nome era Matilde: a me quel nome piaceva molto e spesso lo ripetevo, ma solo dentro di me, perché lei non voleva essere chiamata così.

A otto anni iniziai ad andare a dottrina per prepararmi alla Prima Comunione. Dopo qualche mese, ero pronta per la prima confessione, ma nacquero dei problemi. Dovevo dirlo o no al prete che ero gelosa della zia morta? Mi sentivo in colpa. Quindi decisi di fare la pace con la zia suora. Presi a comprarle enormi mazzi di fiori ed erbe, che la Tata sistemava in un vaso davanti al suo ritratto. Così non la vedevo più: in un certo senso, la questione era risolta.

Però, per scrupolo, andai da suor Giuseppina, che insegnava religione ai cresimandi, una suora col naso adunco e gli occhi languidi, abbastanza simpatica, e le confessai che ero gelosa: insomma, tutta la storia. Lei mi guardò con sorpresa. Si agitò un poco; il velo le andò di traverso e prese fra le mani il rosario, come se la faccenda richiedesse una certa prudenza. Disse che non era possibile, che non aveva mai sentito una cosa simile: una ragazzina gelosa della zia morta. Non esisteva nemmeno un peccato così…

Mi consigliò di pregare, di «chiedere l’intercessione» della zia suora, che dal cielo… A quel punto mi ero stufata di tutta quella storia e pensai che non si poteva sapere se fosse andata in cielo diretta: magari era ancora in purgatorio, magari qualche peccato l’aveva fatto pure lei. Persino lei.

Naturalmente non lo dissi a suor Giuseppina. Comunque, quando feci la confessione, non raccontai al prete della vicenda della gelosia per la zia morta, perché in fondo non si trattava di un peccato. Non le facevo del male; anzi, le mettevo i fiori…

 

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