1.
Non ho mai nutrito particolare simpatia per le giornate di pioggia, specialmente se sono costretto a passarle nel mio paesotto desolato.
Quel giorno, mercoledì 10 ottobre, la pioggia cadde imperterrita. La sua triste musica si fece udire già dalla sera prima; segno che l'autunno aveva disteso il suo manto sulla superficie terrestre. L'anno era il 1990 : triste decennio in cui ebbi il "dispiacere" di veder cambiare per il peggio le mode, la musica e il cinema. Tutta la magia degli anni precedenti sembrò scemare ai miei occhi, asciando posto alla banalità più sconcertante.
Uno spiraglio di luce si aprì quando in mattinata, durante la pausa pranzo a lavoro, lessi un articolo su Repubblica. I miei occhi viaggiarono veloci leggendo quelle righe : "La città di Milano rende omaggio ad una delle più grandi attrici italiane". Giulietta Masina si trovava a Milano per l'inaugurazione del "Teatro Giulietta" in via Marghera 28.
Il sogno di una vita : la mia attrice preferita a 30 km da casa mia! Non esitai un attimo : decisi di assistere alla cerimonia il cui orario di inizio era schedulato per le 21.30.
Il costo del biglietto era di 60.000 lire, ma i soldi all'epoca non erano un problema e per vedere Giulietta ne avrei spesi anche duecento. Avendo svolto il primo turno in litografia, la buona sorte giocò a mio favore concedendomi pomeriggio e serata liberi.
Una volta a casa, rovistai tra i miei abiti più eleganti, decidendo infine di indossare una giacca monopetto a tre bottoni, camicia bianca, cravatta nera, jeans scuri e un paio di scarpe derby in pelle ereditate da papà. Portai con me una penna e una foto busta del film "Le Notti Di Cabiria", sperando che Giulietta depositasse la sua firma su quel pezzo di storia pagato una fortuna ad una mostra di reliquie cinematografiche.
Le lamentele di mia moglie Iris non tardarono ad arrivare. Le telefonai in ufficio poco dopo le 16.00 informandola dell'evento.
Entusiasta le dissi che sarei passato a prenderla in ufficio dopo le 17.00, ma lei rispose che doveva trattenersi per gli straordinari e che sarebbe rincasata tardi.
"Ma è proprio necessario che tu vada? C'è da fare la spesa, far sviluppare le foto del mare... ". Iris non simpatizzava molto i "miei colpi di testa", ma in fondo sapeva quanto era importante per me vedere Giulietta.
Dopo aver ascoltato le mie giustificazioni che somigliavano tanto a quelle di un bambino desideroso di un dolcetto, fece un sospiro e disse : "Ok, ci vediamo quando torni".
Via Marghera è la zona dei ristoranti : certo oggi è un po’ cambiata rispetto ad allora, ma l'aria intrisa di romanticismo e passione è rimasta.
Il Teatro Giulietta si presentava decisamente maestoso. La facciata esterna in stile neoclassico, severa e lineare; al centro un portico a terrazza sostenuto da due pilastri lineari, al di sopra un piano attico terminante con un timpano retto da colonne binate e da lesene. L'interno si fece apprezzare ancora di più : nella curva a forma di cavallo si trovavano diversi ordini di palchi e camerini; un grande lampadario con ottantaquattro lumi a petrolio appeso al centro del soffitto, le decorazione interne disegnate secondo il gusto neoclassico e un immenso palcoscenico.
Una fila interminabile padroneggiava all'ingresso principale, formata per la maggiore da gente di mezza età. Vi erano anche giovani coppie, ma ebbi modo di constatare che sicuramente ero la persona più giovane presente.
Dopo un attesa interminabile, giunsi finalmente all'ingresso della platea dove un signore baffuto in frac strappò la superficie del mio biglietto (acquistato poco prima alla biglietteria principale) assegnando il mio numero di poltrona.
L'adrenalina scorse puntuale nelle mie vene alla vista di quella stupenda platea che sembrava luccicare in ogni angolo. Avvertendo un leggero tremolio alle gambe, mi accomodai sulla confortevole poltrona di velluto rosso. La visuale da quel punto era abbastanza buona; fortunatamente la mia vista allora non era ancora incerta. Cercai di scorgere qualche personaggio importante tra il pubblico, ma tra tutti quei capi grigio scuri e quelle pettinature a la "Maria Antonietta" non notai nessuno.
Sul palcoscenico era stato allestito un tavolo lungo circa quattro metri con diverse sedie. Il tavolo era ricoperto da una enorme rivestimento rosso che permetteva al pubblico di scorgere la sua raffinata eleganza. Osservando le intrinseche decorazioni presenti nella stoffa, mi sfiorò il dubbio che tali meraviglie fossero fatte d'oro. Sullo sfondo risplendeva una gigantesca immagine di Giulietta nei panni di Gelsomina, la quale insieme a Cabiria fu uno dei personaggi più amati a livello mondiale interpretati dall'attrice.
Finalmente su quell'immenso palco fece ingresso un uomo di bassa statura, dalla evidente calvizie e dall'abito raffinato : Moraldo Lombardi, ideatore e proprietario del "Teatro Giulietta".
Consumati i soliti convenevoli, Lombardi introdusse Giulietta Masina. Il tema de "La Strada", scritto da Nino Rota, echeggiò in tutto il teatro tra la tempesta di applausi dalla durata di mezzo minuto. Tutti i presenti si alzarono in piedi ad applaudire Giulietta la quale appari' emozionata. Vestiva una camicetta bianca adornata da numerosi brillantini e una lunga gonna nera. I capelli minuziosamente pettinati e cotonati, orecchini tondi d'oro e una argenteria invidiabile. Il volto, segnato dalle rughe, possedeva ancora quella particolare bellezza; così come lo stupendo sorriso : pregio a me carissimo. Nonostante i tacchi alti delle sue scarpe nere, mi apparve decisamente bassa; come me la ero immaginata per anni.
Provai un vortice di emozioni nel vederla congratularsi col pubblico, pensando : "Finalmente ho realizzato uno dei miei sogni : vedere dal vivo Giulietta Masina".
Applaudii e sorrisi come tutti i presenti, sperando che Giulietta puntasse lo sguardo verso di me per poterle trasmettere tutte le emozioni che provai guardando "La Strada".
"Grazie, grazie a tutti". Disse Giulietta al microfono passatogli da Moraldo Lombardi. Udire la sua voce fu stupendo come quando la sentii per la prima volta nel film "Giulietta Degli Spiriti"; calda, confortevole, squisitamente materna.
Lombardi la invitò a sedere. Dopo aver presentato gli altri ospiti della cerimonia seduti al tavolo, ovvero critici cinematografici e giornalisti dei quali non ricordo neanche il nome, Giulietta prese parola. Migliaia di occhi puntati su di lei.
Giulietta espresse il suo amore per Milano, nella quale aveva vissuto per un periodo e anche per la zia di origini milanesi con la quale visse a Roma. Si sentì profondamente onorata del tributo donatole, esprimendo il suo amore per il teatro.
Subito dopo incominciò a narrare la sua carriera cinematografica, soffermandosi particolarmente all'uomo più importante della sua vita : Federico Fellini.
Ascoltai ogni singola parola di Giulietta, sperando che non finisse mai di parlare.
Dopo circa quarantacinque minuti, per mia tristezza, l'inaugurazione giunse al termine. L'uscita di scena di Giulietta fu accompagnata da applausi assordanti
di maggiore durata rispetto a quelli del suo ingresso; nelle mani reggeva fiera una targhetta donatagli da Lombardi che annunciava l'inaugurazione del teatro.
I flash delle macchine fotografiche fecero risplendere il suo volto senza sosta mentre lei si allontanò dal palco con numerosi inchini.
Vidi scomparire la sua adorabile figura che agitò la mano in segno di saluto.
"Ciao Giulietta". Pensai soddisfatto di averla finalmente vista udendo le sue dolci parole.
La platea brulicò di persone intente a raggiungere l'uscita; in testa vi erano fotografi e giornalisti (i quali si erano aggiudicati le prime file) ansiosi di intervistare Giulietta per scrivere un lungo e invitante articolo. Facendomi spazio tra la folla, giunsi nei pressi della biglietteria dimenticando per un attimo quanto odiassi i luoghi affollati.
Un'accozzaglia di telecamere e microfoni si era radunata nei pressi dell'uscita : i giornalisti stavano intervistando Giulietta, dandosi spintoni e sfoggiando domande a raffica alle quali non le fu concesso il tempo di scegliere a quale rispondere per prima. Alzandomi sulle punte dei piedi la vidi rispondere cortesemente, felice nonostante l'assedio dei giornalisti la stava facendo quasi scomparire. Al suo fianco vi era Federico Fellini, anche lui stretto nella morsa.
Fellini era un uomo corpulento, mastodontico che superava il metro e ottanta di altezza. Le spalle larghe e il torace me lo fecero apparire ancora più enorme di quanto in realtà fosse.
Accanto a Giulietta appariva come il suo angelo custode, emanando un caloroso senso di protezione. Nonostante non amasse particolarmente le cerimonie e i ricevimenti, fu fiero di assistere all'inaugurazione e della carriera di attrice di sua moglie, la quale lui stesso fece fiorire.
Scortati dai propri agenti, i coniugi Fellini si recarono verso l'uscita ancora inseguiti dai fotografi. La mia speranza di stringere la mano a Giulietta e farmi firmare la foto busta, stava ormai scemando.
"Hey! C'è Anitona!!!". Gridò un aspirante giornalista dal corpo rachitico togliendosi la penna dalla bocca.
Ormai Giulietta non interessava più, le lasciarono raggiungere la macchina a braccetto di Federico; ora telecamere, flash e cascate di domande avrebbero torturato lei : Anita Ekberg.
Una visione celestiale : stupendamente giunonica, divina; l'espressione massima della naturalezza femminile. Certo, nessuno sfugge ai segni inferti dal tempo, ma Anita apparve immensamente bella nei suoi lunghi capelli biondi e nel suo elegante e lunghissimo vestito nero, il quale credevo fosse quello che indossò ne "La Dolce Vita"... ma non poteva essere!
Anita stava a fianco di Marcello Mastroianni; sempre raffinato ed elegante, portava un cappello in testa : look che alcuni dicevano avesse ereditato da "8 1/2", altri per coprire la calvizie imposta da Fellini per interpretare Fred Astaire nel film che vedeva Giulietta nel ruolo di Ginger Rogers, appunto "Ginger e Fred".
Non so perché, ma in una delle mie fantasie ho sempre immaginato Mastroianni e la Ekberg cenare insieme al ristorante. Marcellino intento a gustare un gigantesco piatto di cozze e Anita che lo osserva divertita con un piatto fumante di spaghetti al pomodoro. Non sono per niente misteri l'appetito vorace di Mastroianni e il suo fascino verso le donne.
Altre domande vennero poste e altre foto vennero scattate : ora era il turno di Anita e Marcello. La ressa rese impossibile avvicinarsi anche a loro.
Felicissimo di aver visto cinque pilastri del cinema italiano, ma soprattutto di aver visto Giulietta, decisi di lasciare quell'immenso teatro.
2.
La pioggia continuò a cedere in quella serata autunnale, forse meno intensa che nel pomeriggio, ma comunque insopportabile. Decisamente di umore euforico, non badai al mio capo bagnato frugando nelle tasche della giacca alla ricerca di una sigaretta. Non vi era nessun pacchetto : consumai le ultime rimaste durante il viaggio a raggiungere il teatro.
Desideroso di nicotina, entrai in un bar che fungeva anche da tabaccheria chiamato "Il Giglio". Le luci soffuse al suo interno rimandarono alla mia mente la tipica atmosfera della "Milano da bere". Data l'ora tarda, le sedie del bar erano poste a gambe per aria sui tavoli.
Puntando lo sguardo verso il bancone, notai una minuta figura di spalle abbigliata con una lussuosa pelliccia e una lunga gonna nera discutere scherzosamente con il barista. In testa portava un nero cappello femminile con la funzione di non farsi rovinare i capelli dalla pioggia. Ben presto, avvicinandomi sempre di più al bancone, notai che si trattava di Giulietta. Aspirando delicatamente una sigaretta, continuava a ridere e scherzare con il panciuto barista.
Rimasi paralizzato.
"Stiamo chiudendo!". La voce roca del barista mi fece sobbalzare.
Giulietta si voltò verso di me con ancora il suo stupendo sorriso stampato sul volto.
"G-g-giulietta!". Fu tutto quello che cercai di balbettare.
"I giornalisti sanno che sei qui??". Domandò il barista a Giulietta inarcando il sopracciglio sinistro.
"No... deve essere un ammiratore!". Disse regalandomi il suo sguardo penetrante accompagnato dall'onnipresente sorriso.
Non so come, riuscii ad avvicinarmi a lei accennando passi goffi come se stessi camminando in una palude. Le strinsi la mano in preda ad una crisi di panico; lei a sua volta strinse la mia con una presa decisa e accogliente.
"Giulietta, lei è l'attrice più grande di tutti i tempi! Grazie di averci regalato capolavori stupendi...". Incredibile! Fui in grado di parlare!
La mia eroina mi guardò stupita, con occhi grati e pieni di dolcezza. Il barista osservò divertito la scena, ansioso di sentire la risposta di Giulietta.
"Grazie infinite... come ti chiami?".
Restai stupito : "C-come?".
"Ti ho chiesto come ti chiami". Ripeté la domanda cortesemente.
"Io mi chiamo... Luca". Risposi imbarazzato, ancora tremante.
"Sei giovane Luca, quanti anni hai?". Ancora una volta non credevo alle mie orecchie.
"Ne ho venticinque..." Risposi estraendo dalle tasche della giacca la foto busta di Cabiria e facendo il più in fretta possibile per non seccare Giulietta e rubarle tempo prezioso.
"Un' età stupenda... Oh bella!". Giulietta scorse la foto busta che posai sul bancone insieme alla penna. "Potrebbe firmarmela per favore?".
"Certo! Queste foto buste hanno un gran valore oggi... ti deve piacere proprio Cabiria... ecco : a Luca con tanto affetto, Giulietta". Non ne potei più di trattenere le lacrime che appena Giulietta mi restituì la foto busta, piansi di gioia.
"Grazie tante... grazie...". Le dissi stringendole nuovamente la mano.
Giulietta mi apparve lusingata e serena; togliendosi il suo elegante cappello mi disse : "Grazie a te... posso offrirti un caffè?".
Le mie mani stavano andando a pizzicare le mia braccia, per verificare se mi trovavo all'interno di uno dei miei sogni più belli.
"Sì! Grazie mille!". In quel momento avrei bevuto anche benzina, purché offerta da Giulietta Masina.
"Tulio, portaci due caffè... vieni, sediamoci al tavolo".
Feci accomodare Giulietta togliendo due sedie dal tavolo più vicino al bancone, accomodandomi accanto a lei. Mentre posò accuratamente i suoi abiti allo schienale della sedia, emanò un sublime profumo di pulito; un aroma candido ed innocente che non avrei scordato facilmente.
Le parole vennero a mancarmi all'istante : continuai ad osservarla in ogni dettaglio, studiando i suoi modi di fare tipicamente aristocratici.
Tulio, questo il nome appunto del barista, arrivò subito dopo servendoci due caffè fumanti.
"Come stai Luca? Ti è piaciuta l'inaugurazione?". Disse Giulietta, rompendo l'imbarazzante silenzio accendendosi un'altra sigaretta.
"Beh io... s-si...". Il tremore non mi aveva ancora abbandonato.
"Non essere così inquieto, a me piace parlare con i giovani e ai giovani piace parlare con me". Giulietta sorseggiò delicatamente quel caffè bollente.
"Sai, anch'io ero emozionata come te quando ad Hollywood ho chiesto l'autografo a Clark Gable. Lui mi rispose che forse era il caso che lui lo chiedesse a me visto che quella sera avevo vinto l'Oscar." Ricambiai il suo sorriso, osservando il suo sguardo sognante a narrare quella storia.
"Quando l'ho raccontato a Federico". Proseguì con un tono più serio. "Lui mi disse : "Ma chi Gable? Con quelle orecchie a sventola?".
Risi un po’ imbarazzato però sciogliendomi lentamente : "Per me è un onore poter parlare con lei... non sa quanto ho adorato "La Strada" e "Le Notti Di Cabiria"... e "Giulietta Degli Spiriti".
"Fa davvero piacere vedere un giovane interessarsi al nostro cinema, adoro recitare nella mia lingua... ultimamente mi sono state fatte offerte da tutti i paesi del mondo tranne che dall' Italia; le ho avute dalla Francia, dalla Cecoslovacchia, dalla Germania, dalla Jugoslavia...".
Colsi l'occasione per dirle che, nonostante non avesse recitato appunto nella sua lingua, amavo molto anche "La Gran Vita". Lei mi ascoltò osservandomi attentamente mentre la tensione abbandonava definitivamente il mio corpo.
Le narrai che avevo bramato per settimane la copia in VHS de "La Gran Vita" in una videoteca nell'attesa di ricevere l'ultimo stipendio per acquistarla. Giulietta restò stupita dall'adorazione che avevo per lei e per il suo ruolo di attrice, mentre elencai le scene che mi avevano divertito di più del film in questione. Tra queste vi era quella in cui lei stessa, durante un approccio, si pungeva con le spille da balia applicate al reggiseno (atto per tenere lontani gli uomini troppo focosi).
Rise divertita a ricordare quella scena e prese il via a raccontare gli episodi che le stavano più a cuore della sua carriera.
Mi resi conto che durante quel suo delizioso rimembrare era impossibile interromperla; risultava totalmente immersa nelle sue storie e nei suoi sogni. Mai prima d'ora apprezzai così tanto sentire parlare una persona.
Giulietta espresse il suo rammarico per un film mai fatto : un lungometraggio che aveva chiesto più volte a Federico Fellini sulla storia di Madre Cabrini.
Affascinata dalla sua biografia, disse che sarebbe stato il sogno della sua vita impersonare la missionaria, ma dopo varie diatribe con il marito il progetto andò a monte per il dispiacere di Giulietta. Ricordando di aver letto la storia di Madre Cabrini, le dissi che abitavo vicino al paese dove la religiosa aveva maturato la vocazione al Collegio Del Sacro Cuore (ora trasformatosi in oratorio Del Sacro Cuore) di Arluno (paese a sud ovest di Milano).
"Davvero? Mi piacerebbe andarci un giorno".
"A me piacerebbe visitare il suo paese natale, San Giorgio Di Piano...".
La sua risposta risuonò commovente : "Ogni volta che ritornavo in estate cercavo sempre qualche ricordo della mia infanzia... la stazioncina con il campanellino che segnalava l'arrivo del treno; mi ricordo il paese perfetto con il campanile e i quattro orologi."
Quando venne il turno di parlare del film "Giulietta Degli Spiriti", il suo sguardo divenne ancora serio. Inizialmente apprezzò i miei complimenti riguardo la sua fantastica voce : le dissi appunto che, oltre l'ottima recitazione, fu il particolare che apprezzai maggiormente. "Giulietta Degli Spiriti" fu il primo film che mi diede il privilegio di conoscerla come attrice; questo grazie a Sylva Koscina. Dopo aver visto "Sette Scialli Di Seta Gialla" e "Nel Buio Del Terrore" (titolo alternativo : "Diabolicamente Sole Con Il Delitto"), fui desideroso di vedere un altro film con Sylvia. Leggendo il suo nome sul retro della VHS decisi di acquistarlo. Ricordo che passai un intero inverno a guardarlo ogni sera tra le proteste di Iris e infinite sigarette. Ogni volta dopo innumerevoli visioni, quando giungeva il tempo di coricarsi, nella mia mente bisticciavano quegli scenari bizzarri e quei colori vivi di "Giulietta Degli Spiriti".
Mi innamorai anche della regia di Fellini ricercando tutte le sue produzioni.
Raccontai tutto questo a Giulietta, la quale udendo i titoli dei due film che citai di Sylvia Koscina storse un po’ il naso : "Non mi piacciono i film di violenza, amo i film che riescono a trasmettermi qualcosa...". Nonostante questo, nutriva una stima spropositata per Sylva Koscina e per molte attrici del cinema italiano e mondiale.
Fu imprudente farle il nome di Anna Magnani tra quelli di Sofia Loren, Monica Vitti, Claudia Cardinale e Audrey Hepburn.
Pur essendo passati molti anni Giulietta non dimenticò i diverbi con Nannarella, nonostante le dissi che consumai "Nella Città L'Inferno".
"Anna era una donna notturna". Così la definì Giulietta, cercando di trattenersi forse per non farmi cadere un mito. "Non si alzava fino a tardo pomeriggio e tutti i gatti di Roma hanno pianto quando lei se ne è andata, perché gli dava da mangiare a tutti quanti".
Ritornando al discorso di "Giulietta Degli Spiriti", mi disse che si trovò in disaccordo sul finale con Federico e che quel film non la rappresentava.
"Per le donne è diverso : io non volevo che a Giulietta il mondo le si spalancasse davanti, ma che si perdesse". Apprezzai la sua sincerità.
"Dissi a Federico che i miei abiti nel film erano inadatti, che non avrebbero aiutato la mia interpretazione".
Qui mi trovai in disaccordo ma non le dissi nulla. Lasciai che si togliesse quel "sassolino dalla scarpa" nel migliore dei modi. Le dissi soltanto : "Lei è stupenda in ogni film", guadagnandomi ancora una volta il suo indimenticabile sorriso.
Poco dopo mi deliziò con il suo amore per i vestiti. I suoi capi erano diventati ormai incontabili, conservati con tanto amore e cura.
"A casa ho una stanza di soli vestiti... sono in tutti gli angoli; persino sul soffitto... passo le ore a guardarli, mi fa stare bene". Avrei versato assegni dalle cifre impronunciabili per vedere quella stanza e osservarla adorare i suoi preziosi vestiti.
Mi venne naturale chiederle anche dove si trovasse suo marito, Federico Fellini.
"Lui non ama molto le cerimonie, è andato a riposarsi in albergo. Ripartiremo domattina per Roma, io ne ho approfittato per salutare Tulio, visto che il teatro è vicino al suo bar. Passavo sempre di qui per un caffè durante i miei soggiorni a Milano... Tu sei sposato?".
"Si da due anni...". Risposi fissando la tazzina ormai vuota.
"E' bello amare una persona... l'amore è vita". Le sue parole mi provocarono brividi leggeri.
"L'amore deve essere ricambiato". Ribattei io.
"Hai paura che non ti ama?". Chiese Giulietta con la sua voce materna.
"Tutto sembra cambiato da quando eravamo fidanzati".
"E' normale cambiare... prima o poi tutti cambiamo. Cambiare è un atto d'amore verso la persona che si ama.".
Le lacrime cominciarono a riempire i miei occhi. Avvertii la stessa commozione che provai vedendo Cabiria genuflettersi all'altare mentre prega la madonna di farle cambiar vita.
"Grazie Giulietta". Le dissi sperando che gli infiniti "grazie" che pronunciai quella sera non le fossero andati a noia.
"Di niente Luca, è stato un piacere parlare con te. Ora scusami devo andare; domani sarà un' altra giornata movimentata". Giulietta si alzò dalla sedia, si diresse verso il bancone pagando i due caffè a Tulio. Mi alzai anch'io; il tremore alle gambe scompari' del tutto.
Una volta usciti dal bar dissi a Giulietta : "Questa sera ho realizzato un sogno; parlare con lei è stato come parlare con un' amica che mi sembra di conoscere da tanto tempo.... mi scuso per l'imbarazzo iniziale ma la ringrazio per non avermi messo troppo in imbarazzo e avermi fatto aprire".
Giulietta si mise il cappello in testa accennando una deliziosa risata : "Sono contenta di aver realizzato un tuo sogno. La vita non avrebbe significato se non avessimo modo di sognare. Ti auguro tanta felicità e di non smettere mai di sognare". Riattaccai con i soliti lagnosi "grazie", restando senza parole per le stupende frasi pronunciate dalla mia attrice preferita a pochi centimetri da me. Le feci per stringere la mano, ma lei mi disse : "Salutiamoci bene!". Le diedi tre baci sulla guancia, che lei ricambiò nel più affettuoso dei modi.
Dopo averla salutata mi incamminai verso la macchina, continuando a voltarmi ad osservare la sua camminata leggera ed elegante. Giulietta diventava sempre più piccola, fino a quando svoltò in un vicolo che costeggiava via Marghera scomparendo dalla mia vista. La convinzione di aver sognato quella magnifica serata, restò leggermente viva dentro di me.
Il giorno dopo, osservando la foto busta autografata da Giulietta, mi resi conto che, per mia gioia, tutto ciò era accaduto veramente. La incorniciai appendendola al muro della camera da letto; svegliandomi ogni mattina assaporo il ricordo di quella sera.
Da quel giorno vidi Iris sotto un'altra luce, imparando ad amarla per quello che era. Chiarimmo fatti a cui prima d'ora non avevamo mai accennato, forse per la paura di soffrire o di ferire entrambi.
Il nostro matrimonio riacquistò vitalità; quella vitalità che gli mancava per funzionare al meglio.
Quando appresi della morte di Giulietta, avvenuta poco dopo quella di Federico Fellini, diverse lacrime bagnarono il giornale appena comperato all'edicola vicino casa.
Venne sepolta con la lunga gonna nera scelta per la cerimonia dell'inaugurazione del "Teatro Giulietta", perché la faceva apparire più alta e snella. In una mano aveva il rosario color perla, quello con cui aveva da poco detto addio a Federico, e una rosa rossa. Nell'altra, posata sul cuore, teneva una piccola fotografia di Federico.
Il giornale era ormai zuppo... Ciao Giulietta, ovunque tu sia.
A Giulia Anna "Giulietta" Masina (22/02/1921-23/03/1994), moglie di Federico Fellini e grande attrice.
Giulietta a Milano testo di luke676