Cinquanta Sfumature di Rosa

scritto da athos
Scritto 8 anni fa • Pubblicato 8 anni fa • Revisionato 8 anni fa
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Rosa è la direttrice, Andrea un impiegato. Basta poco a volte per rompere l'equilibrio di una situazione. Il potere è fluido, passa di mano in mano.
- Nota dell'autore athos

Testo: Cinquanta Sfumature di Rosa
di athos

Cinquanta Sfumature di Rosa

“Piacere, Rosa.”
“Piacere, Andrea.”
Andrea strinse la mano alla donna che aveva davanti. Un flusso di pensieri lo investì, tanti piccoli flash concernenti tutte le vicissitudini che aveva vissuto nella sua vita.
A quattordici anni era entrato in seminario. Sua madre lo aveva spinto verso quella scelta dopo lunghissimi colloqui con Suor Anna, una cugina alla lontana che era finita nel monastero di Laus in Francia. Andrea in quei tempi era un normale chierichetto, serio e puntiglioso nella celebrazione delle messe. Sua madre cominciò a parlarne con lui, introducendo l’argomento poco alla volta, per consigliarli di iscriversi al seminario di S. dove avrebbe potuto studiare teologia e continuare la sua vita votata al Signore. Lui, così piccolo e ingenuo, aveva ascoltato alcuni racconti della cugina durante una sua visita. Erano anche stati in Francia, tra le mura di quel monastero perso negli ulivi, dove il sole scendeva lento la sera, in un silenzio irreale. Alla fine decise di iscriversi e, dopo un’estate passata tra i boy scout, a settembre entrò in seminario. Dopo un poco tempo capì che quello non era il suo posto. Non tanto per le rigide regole di convivenza che ivi regnavano, ma per quella terribile uguaglianza che sentiva sin dentro le ossa, dove gli sguardi pesavano molto più delle parole e lo ossessionavano a tal punto da non riuscire più a mangiare e dormire. Era dimagrito di quattro chili, che nell’età dello sviluppo erano veramente tanti. Sua madre, che era rimasta vedova tre anni prima, dovette cedere. Non sentì più la cugina suora e decise di iscrivere il figlio alla scuola per geometri lì vicino a casa. Andrea si diplomò a ventuno anni, e subito dopo cominciò a cercare lavoro. Il periodo della grande crisi non era passato, e il ragazzo s’industriò come rider a consegnare centinaia di pizze ogni giorno, poi fu la volta dei call center, dove ripeteva le stesse cose a migliaia di utenti. Si sentiva un automa, rigido come un pezzo di legno. Nel frattempo continuava a mandar curriculum.
All’alba dei trent’anni aveva finalmente trovato lavoro in questa ditta di Milano, che commercializza in prodotti elettrici. All’appuntamento con la sua nuova direttrice si era presentato in giacca e cravatta, sbarbato e pettinato il giusto.
Rosa Acunzi, alta e magra lo accolse con un bel sorriso.
“Andrea, da oggi comincerai a lavorare qui per sei mesi. Il contratto è a tempo determinato e ti permetterà di fare esperienza. Poi, al termine, se ti sarai ben inserito e se noi avremo ancora bisogno del tuo contributo, sarai assunto a tempo indeterminato.”
“Grazie.” Gli rispose Andrea.
“Ti presento il tuo nuovo collega. Conosce tutte le procedure e quando avrai bisogno, chiedi pure a lui. Non è vero Ernesto?”
L’uomo era sopraggiunto improvviso alle spalle e assentì. Aveva circa cinquantacinque anni e sembrava una persona a posto.
“Forza Andrea, vedrai che ti troverai bene.”
“Grazie.” Rispose Andrea, intimorito e stimolato da quel nuovo posto di lavoro.

I primi giorni Ernesto lo istruì sui programmi che avrebbe utilizzato, mostrandogli i codici dei prodotti e le operazioni di registrazione a magazzino.
Andrea cominciò a inserirsi nel sistema. La sua scrivania era posta in un grande salone, dove lavoravano dieci donne e due uomini, lui ed Ernesto. Le colleghe avevano un’età compresa tra i trenta e i cinquant’anni. Erano gentili, perlopiù tutte madri di famiglia che abitavano lì in zona. Ernesto era il miglior collega che avrebbe potuto sperare di trovare. Sempre disponibile e attento nei consigli. Dopo qualche giorno erano già amiconi.
“Vedo che guardi le gambe di Rosa!” gli disse un giorno Ernesto.
“In che senso? Lavoro come un matto che non ho tempo neanche di andare in bagno.” Gli rispose Andrea.
“Eh, sei un bel furbetto.” Gli disse battendogli un pugno leggero sulla testa. Andrea fece finta di nulla, ma effettivamente era vero ciò che gli aveva detto. La sua scrivania era parallela a quella della direttrice. Un divisorio in vetro li separava, ma lui osservava spesso Rosa, quando nei giorni che portava la gonna, accavallava le gambe e si girava per recuperare una cartella dal cassetto. Le gambe si mettevano in bella mostra e lui osservava tra una registrazione e l’altra. Rosa Acunzi era magra come un chiodo, sempre vestita attillata e con i capelli cortissimi. In azienda gli uomini la chiamavano la flaca, dalla celebre canzone di Jarabe de Palo, mentre le donne, più perfidamente, la appellavano la smilza. Era comunque, agli occhi di Andrea, una donna abbastanza carina, curatissima e con un certo appeal felino.
“Dove abita?” chiese a Ernesto.
“Fuori Milano, vicino a Lodi. Prende il treno tutti i giorni per venire a lavoro.” Gli rispose
“E’ tanto che lavora qui?”
“Una decina d’anni. Arriva da Roma. Ora mi chiederai se è sposata. Te lo dico subito: no. Non si sa molto della sua vita privata. Come vedi, e presto la conoscerai, è gentile, ma di sé non racconta mai nulla.”
Andrea la guardò mentre era al telefono passandosi una mano sulla coscia.

Andrea diventava sempre più veloce nelle registrazioni. Erano migliaia i prodotti trattati, ma con l’aiuto di Ernesto aveva trovato il sistema di ordinare i documenti, in modo tale da facilitarne l’inserimento nel sistema. Di solito registrava dal lunedì al giovedì pomeriggio. Poi stampava il tabulato del magazzino, lo controllava e il venerdì a mezzogiorno lo consegnava a Rosa.
Era passato solo un mese e aveva già preso pieno possesso delle sue mansioni.
Un venerdì entrò nell'ufficio di Rosa alle tre del pomeriggio.
“Va bene il tabulato?” le chiese.
“Lo sto leggendo. Mi sembra che sia a posto. Bravo.”
Lo guardò seria.
“Andrea ti piace lavorare qui?” le chiese mentre il telefono cominciò a squillare.
Lei prese in mano il ricevitore e rispose. Andrea non smise di osservarle le labbra. Erano rosa, come il suo nome. Un rosa color carne, che disegnava egregiamente il profilo sottile. Continuò a guardarle sempre più assorto nei suoi pensieri. Rosa parlava, mentre lo sguardo scorreva tutte le linee piene di numeri del tabulato. Ogni tanto si fermava, alzava gli occhi e trovava quelli di Andrea, fissi sulle sue labbra. Riabbassava lo sguardo, per poi rialzarlo. Andrea era sempre lì, incollato al rosa della sua bocca.
La telefonata finì.
“Ti stavo chiedendo prima della telefonata, ti piace il lavoro? Ti trovi bene qui?”
“Sì, mi trovo bene con tutti e con le registrazioni mi sembra di andare spedito.” Le rispose.
“Bene, tra qualche tempo ci sarà un picco di ordini in entrata. E’ una fortuna per te, perché hai la possibilità di metterti in mostra. Se tutto va bene, alla scadenza dei sei mesi, proporrò il rinnovo a Guglielmi.”
“Scusi, chi è il signor Guglielmi?” le chiese Andrea.
“E’ il direttore generale. Lavora nella sede di Torino e ti capiterà di vederlo ogni tanto. Non viene spesso qui. Comunque sono contenta che ti trovi bene. Se hai qualche problema non esitare a confidarmelo, mi raccomando.”
Andrea le sorrise, sempre fissando le sue labbra e si congedò.

Un giorno andarono a pranzare in un ristorante vicino all'ufficio. C’erano Rosa, Andrea, Ernesto, Franca e Claudia.
“Sei sposato?” gli chiese Rosa.
“No, neanche fidanzato.” Rispose Andrea.
“E’ libero lui, un ragazzo veramente libero.” Ironizzò Claudia, accarezzandogli un braccio. Andrea arrossì un poco, non sapendo cosa rispondere e Rosa corse subito in suo aiuto: “Fa bene, è ancora giovane. Senti, ti pongo una domanda: ti piace fare sport?” “Mi piace andare in piscina e camminare nei parchi. E lei?” “A me piace cavalcare, vorrei avere un cavallo ma costa troppo mantenerlo. Allora mi sono iscritta a un circolo di equitazione.” Poi tutti brindarono alla futura fidanzata di Andrea. L’atmosfera era buona e lui si sentiva completamente a suo agio.

La sera si ritrovò in birreria con Marco, uno dei suoi migliori amici.
“Ciao frate, come va il lavoro?” gli chiese.
“Bene, sono contento. Ho una direttrice che mi controlla!” gli rispose Andrea.
“Com'è?”
“Devi vederla Marco. E’ alta, magra e sinuosa. Mi guarda in una maniera particolare, non saprei spiegarti. L’altra sera mi ha detto che lavoro bene, che sto ingranando. Mi ha dato un secondo magazzino da gestire. Ora aumenteranno le registrazioni, dovrò fare degli straordinari. Comunque me li pagheranno, e non è male, non credi?”
“Dai, va bene, un po’ di soldi in più fanno comodo.” gli disse scherzando Marco.”
“Sì, e poi più ho le redini in mano e maggiori sono le speranze che mi confermino.”
“In settimana devo correre” continuò “poi il venerdì dalle sei alle sette devo vedere con lei tutti i tabulati.” Continuò Andrea “Quasi non mi dispiace, mi è simpatica questa donna.”
“Fai il bravo frate!” gli rispose Marco alzando il boccale pieno di birra.

La settimana successiva fu molto intensa. Era inizio mese e l’azienda aveva acquistato grosse quantità di merce, perché così avrebbe avuto più tempo per pagarla. Andrea aveva registrato a tutta velocità il primo magazzino e poi aveva cominciato a lavorare per il secondo. Finì tutti i giorni alle sette e mezzo di sera. Rosa alle sette e cinque minuti spaccate tutte le sere usciva. Passava davanti alla sua scrivania, poi scivolava alle sue spalle e gli accarezzava il collo. Glielo strizzava amichevolmente.
“Bravo ragazzo, io vado perché altrimenti perdo il treno. Buona serata.”
Andrea arrossiva al contatto, inconsciamente spingeva il corpo all'indietro per sentire meglio la pressione delle sue dita fresche e delicate.

Aveva lavorato duro quei giorni e il venerdì sera Andrea entrò nell'ufficio di Rosa. Lei indossava un tailleur nero con un foulard rosa intorno al collo. Le mise davanti il tabulato. Era molto più corposo del solito.
“Accidenti, ho capito perché questa settimana hai fatto tanti straordinari!” le disse sorridendo.
Andrea continuava a guardare fisso le sue labbra. Non vedeva l’ora di poterle osservare da vicino.
Lei cominciò a scorrere le pagine del tabulato.
”Mmhh, qui forse c’è un errore. Il codice HGVC2 ha quantità zero.”
“Vediamo, può essere che abbia sbagliato l’inserimento. Il sistema però non avrebbe dovuto accettare una quantità nulla.”
E’ vero” gli disse Rosa “potrebbe essere un errore del programma. Se non ricordo male, ci sono alcuni codici che sfuggono alla regola.”
“Aspetti, vado a prendere il documento."
Si mosse agile e troppo veloce. Urtò una penna che cadde per terra. Si piegò, la raccolse e vide con sorpresa che Rosa era a piedi nudi, senza calze.
Andrea ritornò nel salone a recuperare la bolla di consegna.
“Quantità due, signora.” Le disse.
“Perché non mi dai del tu come fanno tutti?”
“Con lei sono abituato così, mi viene spontaneo. Poi penso che sia più facile nei dialoghi.”
“Come vuoi Andrea.”
Rosa si tolse gli occhiali e passò le mani sulla faccia, coprendosi gli occhi.
“Oggi sono proprio stanca. Dovevo uscire con delle amiche ma credo che mi riposerò guardando un po’ di tv.”
“Ma sì, signora. Ci sono sabato e domenica da organizzare.”
“Hai ragione. Qualcosa troverò da fare. Mah. Vediamo intanto il documento.”
Andrea gli si mise di fianco. Rosa s’inserì nella procedura e gli fece vedere l’errore del programma. Andrea sentiva il suo profumo arrivargli alla testa. Sentì il suo gomito urtargli la gamba, una leggera pressione che non diminuiva, non si distaccava. Lui rimase fermo. Il gomito si mosse, piano, poco alla volta. Sapeva dove voleva arrivare e raggiunse il suo scopo. Lo toccò lì, e lui alzò gli occhi al cielo. Sentiva il calore arrivargli sino alle tempie, le guardò la testa, ferma e rivolta verso il video. Si spostò leggermente all'indietro, ma la pressione non accennava a diminuire. Fece un passo indietro e ritornò a sedersi nella poltroncina davanti alla scrivania.
Rosa lo guardò. Negli occhi aveva una luce strana, un bagliore che non aveva mai colto in quei pochi mesi di conoscenza.
“Possiamo smettere qui Andrea. Buon Week end. Prepariamoci a una settimana molto intensa.” Gli disse.
Lui ricambiò lo sguardo, la salutò e uscì dall'ufficio.

Come tutti i venerdì sera doveva incontrarsi con Marco in birreria. Era stanco, la settimana era stata pesantissima e gli telefonò per rinviare l’incontro. Non voleva raccontare nulla di quanto successo poco prima, non sapeva neanche se era vero, perché si sentiva molto confuso.

Il lunedì si presentò al lavoro alle otto e trenta in punto. Rosa era già alla sua scrivania e gli mandò un sorriso. Si alzò e si diresse verso di lui.
“Ciao Andrea, senti, siamo un po’ incasinati. T devo dare una parte del terzo magazzino, perché Claudia è ammalata. Sarà assente tutta settimana. Diamoci dentro il più possibile, ti aiuterò anch'io. Poi venerdì ci troviamo e controlliamo i tabulati. Sai quando si corre troppo, è possibile commettere errori.” Gli disse.
“Va bene Rosa, comincerò con il primo, poi seguirà il secondo e poi vedremo per il terzo.”
“Sì. Ernesto, fai vedere tu per il terzo magazzino.” Gli sorrise e ritornò in ufficio.
Ernesto sghignazzava in maniera scomposta.
“Minchia, ti ha preso di mira. E’ vero che sei veloce, ma in vent'anni che lavoro qui non ho mai visto nessuno essere caricato di lavoro come te. E poi il venerdì sera, a ritrovarsi a controllare tutto. Che palle! Ma sei giovane, ce la farai!” gli disse.
“Che cosa devo fare…dire di no?” gli rispose preoccupato Andrea. “Comunque, tu mi spiegherai e poi ci penso io.”

Non aveva mai lavorato tanto. Anche sua madre gli chiedeva se gli piacesse quella posizione, ma in fondo era contenta, perché alla fine del mese la busta paga sarebbe stata molto più pesante.
Undici ore al giorno di registrazioni fino a giovedì pomeriggio, dove aveva completato i due magazzini. Ernesto gli fece vedere il terzo magazzino, che aveva alcune peculiarità particolari. Andrea era sveglio e capì subito. Ci dette dentro altre dodici ore e il venerdì alle cinque entrò trafelato nell'ufficio di Rosa. Indossava una gonna attillata e una camicetta bianca, abbellita da solito foulard rosa. Gli altri colleghi poco alla volta avevano abbandonato l’ufficio per il week end.
“Settimana dura eh, mio caro Andrea?” esordì.
“Abbastanza Rosa, spero di aver fatto pochi errori.”
Lei lo guardò rassicurante e prese il tabulato che le aveva passato. Anche qui trovò una quantità a zero. Forse era il solito errore del programma. Come il venerdì precedente Andrea andò sulla sua scrivania a prendere il documento in questione. Ritornò nell'ufficio e si mise al suo fianco.
“Vedi” gli disse indicando una tabella sul video “è qui l’errore che i programmatori non riescono a eliminare.”
“Il codice è sempre quello, possiamo controllarlo personalmente e non dovrebbero esserci problemi.” Gli disse Andrea.
Rosa non disse nulla. Poco alla volta spostò all'indietro il gomito fino a toccargli i pantaloni. Cominciò a premere, più forte della volta precedente, e Andrea non si mosse. Arrivò lì, al punto desiderato e cominciò a massaggiare. Il sangue cominciò ad andargli alla testa, mentre lei era sempre seduta a guardare il video. Sembrava indifferente. Poi si girò e le vide la stessa strana luce negli occhi. Cominciò a massaggiarlo con le mani, prese la fibbia della cintura e la slacciò, tirò giù la cerniera e gli calò i pantaloni.
Buttò la poltrona contro la vetrata, Andrea temette di vederla andare in frantumi ma resse all'urto.
Ora si trovava con i pantaloni abbassati e le dita delle mani che trattenevano la camicia. Era quasi paralizzato. Rosa era inginocchiata, in ammirazione di quell'erezione imponente.
“Cazzo, che bel cazzo che hai.” Gli disse.
Glielo prese con le due mani, mentre lui le vedeva la testa dall'alto in basso, la sua direttrice ora era lì, davanti a lui, in ginocchio. La testa si muoveva con movimenti lenti. Era aggrappata languidamente a lui, sollevò lo sguardo e gli disse con voce roca: “E tutto mio.”
Lui rimase sorpreso, straziato dentro da quella frase che gli ricordava antiche vicissitudini. Rimase lì ancora qualche secondo poi fece uno scatto all'indietro.
“No, tutto no.” Gli urlò.
Si rivestì in fretta e uscì dall'ufficio, lasciano socchiusa la porta.

Il lunedì si presentò al lavoro alle otto e trenta in punto. Rosa era già alla sua scrivania e gli mandò un sorriso. Si alzò e si diresse verso di lui.
“Ciao Andrea, senti, siamo un po’ incasinati. Ti devo dare una parte del quarto magazzino, perché Claudia è sempre ammalata e per di più Lorena questa settimana è in ferie. Sarà assente tutta settimana. Diamoci dentro il più possibile, ti aiuterò anch'io. Poi venerdì ci troviamo e controlliamo i tabulati. Sai quando si corre troppo, è possibile commettere errori.” Gli disse.
“Va bene Rosa, allora comincio con il primo, il secondo e il terzo, poi vedremo per il quarto. E venerdì verrò nel suo ufficio a controllare il tabulato. Magari troviamo ancora quel codice la cui quantità rimane sempre a zero. Come l’altra volta.”

Cinquanta Sfumature di Rosa testo di athos
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