Ho ancora due grandi amori... mio padre e Settembre - by vert
Credo sia importante dirvi subito che sono nata in Settembre, un periodo dell'anno che ho sempre considerato di mia proprietà, che amo, ho amato e amerò fino all'ultimo dei miei giorni.
In quei primi giorni del mese iniziava il nuovo anno scolastico; nuove amicizie, nuovi professori e un altro anno da sistemare sulla scacchiera della mia vita.
Vi confesso che quando frequentavo le classi elementari attendevo la fine delle vacanze perché sapevo che dopo, con Settembre, arrivava il mio compleanno.
Ogni anno i regali erano sempre gli stessi: diario, astuccio, quaderni per la scuola e tanti dolci. Non erano dolci comprati in negozio, erano preparati in casa, ma a me non importava, ero ugualmente contenta. Mi piaceva il profumo che riempiva la casa quando la nonna e la mamma si mettevano in cucina a pasticciare, così come mi piaceva il profumo della carta nuova dei libri, dell'inchiostro di stampa, delle gommine per cancellare e soprattutto l'inebriante profumo del legno delle matite quanto le temperavo con il tempera-lapis, ricordo che in quegli anni (per la disperazione di mia madre) le mie matite avevano davvero vita molto breve.
Molti anni più tardi rivissi quelle stesse emozioni…prima che mia figlia salisse in cielo, quando osservandola temperare le matite, quel profumo riusciva ancora a farmi pizzicare gli occhi d'emozione.
Gli anni della mia infanzia... Con i miei amici e le amiche ci si riuniva in casa di mia nonna a ballare nella grande cucina. Le musiche della radio erano la nostra colonna sonora. A volte invece facevamo girare qualche vecchio disco di Cole Porter, di cui la nonna era gelosissima.
Anni d'oro, anni spensierati e colmi di nostalgiche memorie.
Ricordo che a undici anni avevamo già gusti e idee molte precise, però se me lo avessero chiesto avrei ammesso, senza neppure arrossire un po', che credevo ancora alla Befana, mentre la prima mestruazione era ormai vicina.
Il mese di Settembre si sa, è il mese della vendemmia e i primi giorni di scuola non erano ancora così pressanti da toglierci il piacere del gioco. In quel periodo il babbo assumeva sempre qualche lavorante in più, di solito contadini conoscenti e in quei giorni e ci si alzava alle tre del mattino per andare nei vigneti. Noi ragazzi della famiglia e anche le figlie e i figli dei lavoranti, si saltava sul retro di qualche furgone per partecipare a quell'avventura che si rinnovava come nuova ogni anno e non appena i primi raggi di sole dissolvevano l'umidità della notte e l'aria s'illuminava diventando fresca e frizzante, come ad un segnale prestabilito tutto diventava silenzioso e noi, attratti da quell'improvvisa immobilità, correvamo curiosi di vedere i grandi, fino ad allora ombre in movimento nel buio, raccogliersi per la preghiera sui campi…
Negli anni delle elementari il nostro gioco preferito era percorrere l'intero perimetro dei vigneti rincorrendoci e bagnarci gli stivali di rugiada e terra rossa e sebbene tanti anni fa Settembre fosse ancora un mese decisamente caldo, l'umidità del mattino e quella serale della campagna, costringeva le nostre mamme ad infagottarci con panni e stivaloni di gomma, che tuttavia durante la giornata ci toglievamo, non visti, per essere più liberi di giocare.
Quando eravamo stanchi di correre, si partiva all'esplorazione delle masserie abbandonate, che sebbene conoscessimo come le nostre tasche, restavano pur sempre avventure meravigliose in compagnia di elfi, fate e streghe... oppure ci arrampicavamo sugli alberi o si dava la caccia alle lucertole.
A volte noi ragazze ci si sedeva a guardare, naso in su, le prodezze stupide dei ragazzi, pronte però a difendere i loro alibi se mai i grandi avessero intuito cosa combinavano.
Di tanto in tanto sentivo fortissimo il richiamo della presenza di mio padre, allora lasciavo la compagnia con una scusa qualsiasi e mi accodavo alla sua squadra, scoprendo così la fatica sul suo volto e su quello dei suoi lavoranti.
In quei momenti avrei voluto essere un maschio per affiancarlo nel suo lavoro e mi stupivo della loro forza fisica quando sollevavano "tini" colmi di grappoli, parlando e discutendo dell'eventuale guadagno che avrebbero ricavato alla cantina sociale.
Le donne invece non parlavano, ed io m'incantavo ad osservare le loro mani gonfie, viola di mosto e gli occhi stanchi per le ore di lavoro, a volte portavo loro dell'acqua per sentirmi come loro, pregando il cielo che mi chiedessero di aiutarle. Ogni tanto mia nonna offriva agli uomini del vino con formaggio e fette di pane condite con i pomodori rossi, saporiti e pieni di semi.
Ungeva le fette con l'olio buono e il sale e invitava tutti a mangiare. Dopo gli uomini, toccava a noi ragazzi addentare il pane e leccarci labbra e dita per prolungarne i sapori…Poi era il turno delle donne, che badavano a rimettere tutto a posto e subito riprendevano il lavoro.
Le ragazze più grandi a volte si isolavano per parlare di vestiti e di ragazzi e se noi provavamo ad accostarci ci guardavano con distacco sbuffando.
Poi anch'io crebbi e parlai di vestiti e di ragazzi e seguendo il mio viscerale amore per quella terra alla quale mi sentivo legata con un doppio filo, ma che in seguito fui costretta ad allontanarmene fisicamente, non ho mai smesso di aspettare Settembre per tornare in quella casa e a quei profumi ormai patrimonio del mio DNA.
Quei giorni non furono soltanto lunghe ore colme di allegria e di giochi, ma furono per me lunghissime lezioni di vita che lasciarono solchi profondi nella mia anima bambina.
Poi, improvvisamente mio padre si ammalò, negli anni che seguirono le elementari la sua malattia peggiorò e la calura dell'estate per lui divenne una prova durissima.
Desideravo il fresco della notte perché lui trovasse sollievo. Soffrivo nel leggere in quei suoi occhi buoni il desiderio di unirsi agli altri e per quella forzata sospensione della sua vita...Il contatto con mio padre mi mancava in maniera assurda, irragionevole. Passavo le mie ore di studio in silenzio in una grande stanza al piano terra, un posto fresco dove mio padre rimaneva durante il giorno seduto e in silenzio sulla sua poltrona e dove trovavano spazio i miei giocattoli.
Con alcune strisce di legno di vecchie cassette della frutta mi ero costruita una casa per le mie bambole e in un angolo riponevo giornali e libri che poi gli leggevo per delle ore seduta in terra, pregando che il tempo si fermasse e non me lo portasse via, ma che ci portasse diritti a Settembre e tutti la smettessero di pensare al mare e a divertirsi, perché soltanto così papà sarebbe stato meglio, le porte si sarebbero chiuse per l'aria più fresca e la mamma avrebbe ripreso a preparare le zuppe di legumi...
Scusate… non riesco più a scrivere ho gli occhi colmi di lacrime...
Ho ancora due grandi amori...mio padre e Settembre testo di mcb/vert