Questo dovrebbe essere il racconto finale del libro di racconti che auto pubblicherò l’anno prossimo. La traccia che seguo, naturalmente in maniera modestissima, è quella che ha utilizzato Kent Haruf in Canto della pianura, dove i personaggi del romanzo, come tanti fili intrecciati tra di essi, si ritrovano nella scena finale. Giobbe, una sorta di mio alter ego ritrova, nel rinfresco dopo la proiezione di un film, i personaggi di alcuni racconti del libro. I racconti sono: Và dove ti porta il cuore, Cinquanta sfumature di Rosa, L’asino, Il sindaco di Vacca Pezzata, La verità sia con te. E’ ancora da sviluppare. Sono ancora indeciso se far incontra-re i personaggi a Giobbe con dei dialoghi come qui riportato, o farglieli osservare in una panoramica dove lui penserà alle loro vite. Se qualcuno ha la pazienza di darmi un consiglio è ben accetto! Grazie
L’equilibrio
Quella sera il cinema era pieno di gente. Come ogni lunedì il programma del cineforum presentava un film italiano, facente parte del circuito dei cinema d’essai. Il film che stava andando in proiezione era L’equilibrio di Vincenzo Marra. Al termine della proiezione Giobbe, il curatore della rassegna, avrebbe preso la parola per spiegare i dettagli del film e per stimolare il dibattito che sarebbe seguito. Poi, per creare un clima di amicizia e di festa, la direzione avrebbe offerto un piccolo rinfresco. Queste serate a tema erano divenute famose, e vi partecipavano persone che arrivavano anche da paesi distanti più di venti chilometri.
L’equilibrio era un film della durata di circa un’ora e mezzo e per tutta la proiezione, il silenzio tra gli spettatori fu totale. Al termine, passati anche tutti i titoli di coda, la sala fu di nuovo illuminata.
Giobbe salì sul palco con il microfono in mano e cominciò a parlare.
“Cari amici, questa sera abbiamo visto un film veramente bello. Purtroppo le richieste erano ben oltre il numero di posti, e non sono potute entrare tutte le persone che fuori facevano la fila. Non potevamo farle entrare per le rigide regole di sicurezza che vigono negli spazi chiusi e non illuminati. Ora, con tutta questa luce, la sala può essere occupata anche da chi non ha visto il film. Purtroppo staranno in piedi, come me. Auguro a loro di trovare posto la prossima volta! Per adesso potranno seguire il dibattito.”
Ci fu un lungo applauso. Ora la sala era stracolma. Gente appoggiata ai muri, seduta sugli scalini, tutti pigiati e pieni di curiosità.
“E’ un piacere vedere tutta quest’attenzione, la riscoperta del cinema è un segno evidente di cultura e risveglio sociale. Anche il nome del nostro cinema, Paradiso, rimanda al famoso film di Tornatore e all'amore per i film in quell'Italia di tanti anni fa.
Per chi non ha potuto assistere direttamente al film, mi permetto di fare un riassunto. E’ possibile che nei prossimi tempi faremo un’apertura straordinaria settimanale per riproporlo.
La storia parla di Don Giuseppe, un prete che ha esercitato la sua missione in Africa e a Roma, chiede al vescovo di essere trasferito in un paesino del napoletano. Vuole tornare nella sua terra. Una volta ottenuto il beneplacito, conosce il prete che deve sostituire. Questi è Don Antonio, un uomo di grande carisma, famoso per le sue invettive contro i criminali che hanno disseminato di rifiuti tossici la terra intorno al paese. Introduce Don Giuseppe nella parrocchia e poi se ne va con tutti gli onori a Roma. Il nuovo prete gira per le strade del paese e vede tante cose che non funzionano, cominciando a prendere confidenza con la realtà. Vede una capra che beatamente vive nel campetto attiguo alla parrocchia. S’insospettisce, e comincia a chiedere il motivo per cui tutti i ragazzini debbano giocare in strada, mentre il campetto rimane a disposizione solo ed esclusivamente della capra. Le risposte sono vaghe, invitano il religioso a tacere e a far finta di nulla. Don Giuseppe pensa e ripensa e alla fine passa all'azione. Prende la capra, insieme all'enorme pentolone che serve per nutrirla, e la porta fuori dal campetto, legandola a una pianta. Ora i ragazzini potranno finalmente giocare in un luogo adibito allo sport.
Dopo poco tempo riceve la visita del piccolo boss locale, il quale gli rammenta che tenere l’animale nel campetto, era per lui motivo di sfizio. Il richiamo al prete è forte. Il piccolo boss passerà sopra a questa interferenza, ammonendolo che in futuro per qualsiasi decisione, dovrà chiederne il permesso.
La vita nel piccolo paese prosegue. Il prete visita i malati in ospedale, e fa amicizia con una donna che è al terzo tumore, con la vita ormai segnata. Questa donna lo supplica di cercare il figlio, che non vede da tanto tempo. Don Giuseppe si attiva, comincia ad andare a cercarlo e lo trova. Fa il guardiano dei drogati, che dopo aver acquistato le dosi, si fanno vicino a un casolare all'aperto. Il degrado è ai massimi livelli ma Don Giuseppe trova la forza di convincere il figlio a incontrare la madre.
C’è anche una ragazza, Assunta, che cerca sempre di incontrarlo, non riuscendo mai, quando lo avvicina, a profferire parola. Il prete s’incuriosisce e chiama Don Antonio per avere qualche aiuto. Quest’ultimo ritorna in parrocchia accolto dalla venerazione dei fedeli e, sull'argomento, dice che la donna è malata, ha delle turbe psichiche.
Il buon don Giuseppe accetta questa spiegazione, con lo sguardo fisso di chi non è molto convinto.
Un giorno Assunta si avvicina, è più decisa e confessa.”
In sala ci fu un leggero mormorio. Gli spettatori ricordavano il passaggio duro del film, la descrizione di una realtà drammatica.
“Teme che sua figlia sia vittima di abusi sessuali.” Riprese il discorso Giobbe. “Don Giuseppe non perde tempo. Porta la ragazzina in ospedale per sottoporla a una visita di controllo, che darà un esito molto duro: la ragazzina ha subito rapporti sessuali violenti.
Comincia una lotta interna nel paese, il prete è visto ormai come un soggetto pericoloso e cominciano le minacce. Il timore dei boss locali è che la notizia di violenze su minori farà accorrere la polizia, interferendo sul commercio di droga.
La donna dei tre tumori muore e il figlio è ucciso come ritorsione. Don Giuseppe si dispera, però riesce a portare in salvo Assunta e la figlia. A questo punto solo e minacciato di morte, va a parlare con il vescovo.
Spera di trovare un appoggio, un aiuto a quella barbara situazione. Trova il vescovo freddo e distante, che lo rimprovera duramente per aver rotto l’equilibrio del paese. Il finale vedrà Il prete coraggioso evitato da tutti parrocchiani. Il ritorno di don Antonio sarà cosa fatta, tra il tripudio dei fedeli. Continuerà nella sua finta lotta contro gli inquinatori. Tanto, ormai, quella è storia vecchia e non da più fastidio. Il vero interesse dei criminali si è spostato vero il commercio della droga. Don Giuseppe se ne andrà, sereno in cuor suo di aver fatto il possibile. L’unico a salutarlo sarà il chierichetto che, seppur smaliziato dalla realtà in cui vive, ha compreso il coraggio e la purezza di quel prete coraggioso.”
Un applauso scrosciante accolse la chiusura della storia. Molte persone avevano gli occhi lucidi e tutti i volti erano visibilmente emozionati. Anche Giobbe era commosso, prese una piccola pausa, un lungo sospiro e continuò.
“E’ un bellissimo film, girato con i giusti ritmi e con un bravissimo attore, Mimmo Borrelli. E’ lui che si porta sulle spalle tutta la storia e la sua interpretazione è encomiabile. Bellissime le riprese dietro le spalle, mentre cammina in ospedale o nei vicoli del paese. Danno un senso di coraggio e di ricerca della verità.
Terribile l’esito di questa storia. Chi cerca la verità e la giustizia, a volte si scontra con una serie di poteri che vivono in perenne equilibrio. Qui non comanda il buon senso ma il piccolo comun denominatore che nasconde e occulta le realtà sgradevoli. L’omertà è ai livelli più alti del sistema e, l’equilibrio, deve rimanere tale.
Il cinema! La bellezza, il mistero, l’enorme forza che trasmette, la grandiosità di raggruppare tutte le arti, di dare profondità alle storie, di musicarle, di renderle vive. Il fatto incredibile di ritrovarci tutti qui, gomito a gomito, ad assistere a una storia, una rappresentazione che può essere reale o fiction.
Quella appena raccontata è una storia semplice, di facile comprensione; porta con sé, però, una profondità estrema. Si può copiare dal luogo di ambientazione, la terra di frontiera napoletana, e incollare in ogni angolo del mondo, a tutti i livelli sociali, dove vige un equilibrio. Quante volte ognuno di noi, cari amici, si è trovato incastrato in qualcosa che aveva a che fare con dei poteri forti, che non andavano per il sottile e rinunciavano a riconoscere qualsiasi tipo di giustizia. Quante volte, per il quieto vivere, tanti soprusi sono passati in secondo e terzo piano. Quante volte la violenza non è manifesta, ma vive sottile e strisciante. Don Giuseppe è un prete comune, è un uomo con molti dubbi, un uomo che pensa ma dinanzi ai crimini compiuti in una realtà de¬gradata, reagisce con tutte le sue forze. Egli esce di scena sapendo di aver fatto tutto il possibile. Non vince la sua battaglia, perché il potere riprende in mano il gioco e ripristina l’equilibrio. Il suo equilibrio.”
Un applauso lungo e sentito partì spontaneo. Tantissimi giovani si alzarono in piedi trascinando tutta la sala in un’enorme standing ovation. Giobbe non era abituato a questo tipo di ribalta e subito con una mano cercò di far cessare quello scrosciare continuo. Dopo un paio d minuti tornò il silenzio e si diede via al dibattito.
Furono fatte tante domande cui Giobbe non rispondeva mai, preferendo che fossero gli stessi spettatori a interagire tra di loro. Come sempre ci fu qualche polemica, qualcuno che non aveva pienamente capito il significato del film. Tutto filava comunque nei segni della civiltà e della necessità di capire. Molto impor¬tanti furono le parole dei ragazzi e delle ragazze del liceo, e ogni persona alla fine del dibattito era consapevole del fatto che sarebbe ritornata a casa migliore di quando era uscita.
Si passò nella parte superiore dello stabile, dove erano stati preparati stuzzichini, bevande alcoliche e analcoliche. Il momento di scambio era notevole, le impressioni sul film appena visto si mescolava ad altri discorsi. Molte persone si conoscevano tra di loro, approfittando di quell'evento per ritrovarsi e salutarsi.
Giobbe gironzolava tra i banchetti sbocconcellando una pizzetta e bevendo prosecco.
“Giobbe, hai fatto un gran discorso. Complimenti, ci hai fatto commuovere.”
Giobbe trangugiò il boccone, bevve un sorso inchinandosi al cospetto della ragazza.
“Lucia! Come stai? Ti vedo in splendida forma.” Le rispose con un sorriso.
“Sto bene, mi sono ripresa. E’ stato un periodo difficile, con tanti cambiamenti. Ti presento Fiorenza. Forse lo saprai, è la mia compagna.”
“Sì, non ti nascondo che ho sentito qualcosa. Sono felice per te. Fiorenza, mi raccomando, siate felici insieme. Una delle qualità più importanti di una persona è la sincerità, e Lucia ne ha in abbondanza. Proprio oggi ho ricevuto una mail da un mio amico. Vi ricordate dell’omicidio di Loano? Ne hanno parlato tutti i tg.”
“Sì, mi ricordo.” Gli rispose Fiorenza.
“Anch'io, ho visto anche dei programmi di approfondimento.” Confermò Lucia.
“Jerry, il ragazzo che era rimasto chiuso nella palestra, io lo conosco. Ieri ho ricevuto una sua mail. Lui e Bonnie vivono in Inghilterra e stanno cercando di recuperare l’equilibrio dai traumi di quella tragica se¬rata. Si vogliono bene e vanno avanti. Non è una buona notizia di questi tempi?”
“Sì, è un’ottima notizia. Giobbe sono contenta di averti visto. Passa qualche volta, quando ti capita.”
Gli disse Lucia.
“Ok! Ora vado a mangiucchiare ancora qualcosa.”
Giobbe cominciò a gironzolare per il parterre, tra il gran vociare delle persone. Vide, o meglio, si scontrò con una signora elegantissima, fasciata in un paio di pantaloni di pelle nera.
“Dio mio, Rosa, anche tu qui.”
Rosa Acunzi lo guardò sorpresa. “Oh, il mio Giobbe! Pensavo che te ne fossi già andato. Bravo, mi è piaciuto il tuo monologo. Geremia, lui è Giobbe, un mio amico d’infanzia.” Presentò il figlio, un lungagnone dinoccolato dallo sguardo profondo. Giobbe gli diede la mano, poi si salutarono spinti dalla calca. Non poté non notare gli stivaletti vachero che stonavano un po’ con l’eleganza del cappotto.
Era proprio una bella serata e Giobbe se la godeva tutta. Girò per la sala, si fece servire un bicchiere di aranciata perché aveva già bevuto abbastanza. Stava per andare in bagno quando si sentì toccare la spalla. Si voltò e vide Rocco. Anche lui era un amico di scorribande giovanili. Era un po’ malmesso, con la barba non fatta e i vestiti spiegazzati.
“L’hai vista Lucia?” gli chiese a bruciapelo.
“Sì, era con la sua compagna.”
“Mah, non so che pensare.”
“Non pensare, così va il mondo. Cerca di stare bene e guardare avanti.”
“Hai ragione, non mi sento molto in forma, devo cercare qualcosa che mi aiuti a riprendere la strada.”
“Rocco, quello che è stato ora non c’è più. Volta pagina, il mondo ha mille strade.”
“Grazie Giobbe, ora vado a casa a dormire perché sono molto stanco.”
Si abbracciarono come due amici fraterni. Giobbe fu impietosito dal suo sguardo mite e sconfitto.
Quell'incontro lo confuse, si diresse verso il tavolo dei vini. Pensò di bere un ultimo bicchiere e poi di tornare verso casa. Era indeciso se bere un prosecco, fresco e leggero o un rosso più corposo. Temeva che il bianco gli facesse venire il mal di testa e allora scelse un bardolino. E un’altra pizzetta. Una bambina correva veloce tra le gambe degli adulti. Fu urtato e per poco il vino non traboccò dal bicchiere. “Mannaggia.” Le disse. E poi scoprì chi era. Rachele, la figlia di Irma e la nipote di Lucio. Li guardò e scoppiò a ridere. An-che loro ridevano di gusto.
“Lucio e Irma la dolce. I miei adorabili vicini di casa di gioventù. Sono contento di vedervi.”
Lucio gli batté un pugno sulla testa.
“In altri tempi mi sarei messo la fascia tricolore.”
“Eh già, basta politica, abbiamo bisogno di vita.” Lo accarezzò Irma.
Giobbe li guardò con affetto e pensò a come il tempo li aveva cambiati. Ora Irma era una giovane donna bella e sicura, mentre Lucio affrontava l’inizio della vecchiaia con coraggio. Solo chi cade può risorgere, pensò Giobbe, la vita dopotutto è una storia con tanti capitoli. E all'interno di questi capitoli ci sono moltissimi paragrafi.
Prese Rachele per la vita e la sollevò per aria. La bambina era abituata a questi voli. Dentro di sé Giobbe gli augurò di fare tantissimi voli nei capitoli che aveva ancora davanti e di non smettere mai di tenere i piedi a un centimetro da terra. Qualsiasi incidente l’avrebbe scossa ma da quell'altezza sarebbe solo scivolata e non caduta.
La guardò negli occhi e le disse: “Ti piacciono i quadri?”
“Sì, a volte la mamma li dipinge.”
“Bene, anche tu quando sarai grande potrai dipingere la luna di verde o un fuoco che arde, dei ragazzi di tutte le razze o una bambola di pezza dai capelli azzurri. Chissà, magari farò in tempo a vederli. Che ne dici? Ricordati sempre che in ogni quadro c’è di più di quello che salta all'occhio.”
Gli accarezzò i capelli e gli diede un bacio su una guancia.
L'equilibrio testo di athos