Carmen aprì gli occhi in un sussulto: si era addormentata a braccia spalancate e con la vestaglia addosso, senza nemmeno mezzo lenzuolo sopra. Non aveva cambiato mai posizione e provava una strana calma cerebrale: a far le spese di quell’assenza di moto notturno fu invece il suo collo, molto più provato della sua mente lì per lì.
Si sollevò, si massaggiò la zona della nuca e notò anche che fosse molto ma molto presto ma non aveva più sonno e così, dal niente, visto che ci pensava sempre Luz appena aveva un attimo libero, le prese bene di andar ad innaffiare le pianticelle che tenevano per le scale. Quelle scale erano diventate col tempo una specie di clinica per tutte le piante mezze morte che Carmen raccoglieva dagli scaffali quasi per pietà ed onde evitare che venissero gettate perché senz’altro non le avrebbe più acquistate nessuno mezze marroni com’erano. Si sentiva quasi nobile quando era lei a decretarne la dipartita, a toglierle dal vaso e depositarle nel sacco dell’umido, anziché qualcuno degli altri commessi che lavorava sotto di lei; la donna aveva sempre avuto questo slancio umanitario verso chiunque e qualsiasi cosa visto che tra le mura domestiche non aveva gran modo di sfogare tutto questo amore… prima lo faceva con il padre, erano uguali in questo, coccoloni e senza paura di farlo vedere. Non che Zaira fosse una madre anaffettiva ma preferiva la concretezza d’un fatto compiuto a tante parole stucchevoli e smancerie. Non le veniva proprio naturale abbracciare la figlia, preferiva spronarla visto che la percepiva indifesa quasi quanto il padre.
Carmen uscì con l’innaffiatoio sgocciolante alla base e prese a dissetare quella parvenza di geranio e azalea che occupavano perimetralmente il pianerottolo.
Si stava avvicinando all’ingresso dell’altra casa col flusso continuo d’acqua quando sentì l’uscio scattare ed un tonante “buongiorno signora!”.
Carmen rimbalzò su se stessa, le caddero gli occhiali fortuitamente legati però al collo ed innaffiò anche mezzo pianerottolo, comprese le scarpe dell’altro mattiniero.
“oddio mi scusi tanto! Oddio! Oh maremma!” una volta ripresasi dall’inaspettato saluto, Carmen si accordo di cosa avesse combinato e, portandosi la mano libera alla bocca, non sapeva nel momento come rimediare all’increscioso sinistro idraulico.
“no sie! Mi scusi lei! L’ho spaventata!” Duccio si guardò le scarpe da corsa un tempo asciutte.
“io non- no… oh signore santo! Come mi riescon bene a me queste cose proprio… mi dispiace tanto!”
Carmen continuava ad esser costernata quasi come se avesse investito qualcuno.
“ma signora che vole che sia! Almeno ora ‘un c’è bisogno di porta’ il secchio del cencio e puli’! ahahah!” Duccio, tanto per cambiare, la prese a ridere passandosi la mano sulla treccia che- no aspetta un attimo: Carmen osservò l’uomo e notò che si fosse fatto una treccia con la barba. Quel particolare le fece riprender contatto con la giusta entità del danno e, sempre con la mano davanti alla bocca e gli occhiali nuovamente sul naso, esordì con un risolino dei suoi.
“eh mi tocca! Sennò mentre corro sembro babbuino egiziano! Ahahahah!” Duccio notò che la donna stesse guardando il suo gesto e così tirò la peluria intrecciata per mostrarla meglio.
“co-come un?- no no, non intendevo- io! Mi può aspettare che le prendo qualcosa per asciuga-” Carmen era nel panico perché si era fatta scoprire. Che maleducata, pensò.
“Signora lasci fare! Che vole che sia! N’avrò altre tre paia come minimo! Stia ferma!”
“ma no! Ma scherza! Stava uscendo… credo…” erano poco meno delle 6 e Carmen si stava chiedendo con quale coraggio questo personaggio potesse metter piede fuori casa e poi in quale tenuta! Partendo dal basso, scarpe da corsa poco prima infradiciate, pantaloncini corti a metà coscia che forse ad una persona normoalta avrebbe dato al ginocchio, un impermeabile che pareva ricavato da una tenda nera del Decathlon da una decina di persone da quanto gli stava grosso, la già citata treccia ed una fascia rossa in testa atta a tener ferma la chioma esplosiva che ricordava alla donna un vincente Andre Agassi tra gli anni Ottanta e Novanta.
“eh sì! Una corsetta prima di rimettersi ai fornelli!” e, come sempre, rise.
Carmen gli sorrise e si instaurò quel silenzio in cui nessuno vorrebbe trovarsi.
“vado a cambiarmi! Torno!”
“nooo! La prego! Mi dia almeno le scarpe che gliele lavo e gliele faccio riavere asciutte!”
“ma non si dia danno! Le metto alla finestra una giornata in pieno sole e tornano come cinque minuti fa! Ahahah!”
“ho detto che insisto!” Carmen non cedeva ma, per quanto si sforzasse, non riusciva minimamente a risultare minacciosa, anzi...
“ovvia giù! Allora grazie eh! Ahahah!” e, dopo aver fatto rimbombare per le scale una sua risatona, Duccio si tolse le scarpe lì dov’era e gliele porse. Carmen ci rimase un po’ stranita perché credeva che sarebbe rientrato e che gliele avrebbe messe, che so io, una busta o nella scatola ma poi ripensò al pomeriggio del giorno prima e non ci si sarebbe potuti aspettare altro da uno che ti entra in casa senza far troppe cerimonie come fosse un prolungamento della sua abitazione. Abbassò lo sguardo e notò anche che l’uomo aveva due calzettoni di spugna bucati in corrispondenza dell’alluce sinistro.
“sì ecco… gliele farò avere quanto prima” la donna afferrò il paio di scarpe con le dita messe a pinzetta perché non ne provava una lieve ripugnanza ma alla fine aveva combinato lei il guaio ed in qualche modo si sentiva di dover risolvere.
“però via signora, le posi e venga almeno a prender un caffè! Dopo questo servizio di lavanderia, mi pare il minimo! Ahahah!” ma che aveva sempre da ridere questo Babbo Natale fuori stagione…
“uh no no no! Si figuri! Già le ho fatto-”
“via signora, non mi faccia sta’ qui a pregalla tutta la mattina! Che sarà mai! Se vole dopo le do la tazzina sporca così mi lava anche quella e si sente meno in colpa!”
Carmen sbatté gli occhi da dietro gli occhiali incredula alle parole dell’uomo.
“ma che pensa sia serio?! Via via, ma ‘un le si può dire niente Carmen! Ahahahah!” e, sempre nello stesso fragore che contraddistinguevano le parole di Duccio, Carmen si ritrovò una sua mano sulla spalla a cercar di concretizzare il tono scherzoso che aveva tanto turbato la donna. Oltre a questo, Carmen rimase più che altro turbata dalla facilità con cui si approcciava a tutti l’uomo.
“però del caffè dicevo davvero…” Duccio si ricompose prendendo una parvenza di serietà.
“insisto anche su questo, la ringrazio ma no! So’ categorica guardi!”.
Carmen guardò le tazzine della Thun prese al supermercato dove lavorava con i punti accumulati posate sul tavolo e nemmeno si ricordava che fossero finite ad arredare la casina che da sempre affittavano. Certo vedere quest’uomo versare del caffè in tazzine dal manico paffuto che doveva ricordare un fiore ma pareva più un tratto d’intestino crasso e con tanto di cuori e fiocco in rilievo era solo l’ennesimo tassello di assurdità che andava ad incastrarsi negli eventi di quella mattinata. Non sapeva se pentirsi o meno di non esser rimasta a letto a riposarsi dell’altro.
“menomale c’ho il Lavazza! Presi il Segafredo, bah… quanto sarà… una mesata fa faccia conto, insomma presi quello ma non si strozzava! Chi lo sa come mai! Provai per un po’ anche il caffè di cicoria ma mi aiuti a dire quanto fosse cattivo! Ahahah!”
Carmen gli sorrise nuovamente, non sapeva proprio cosa dire lì seduta ancora in vestaglia, pigiama e ciabatte.
“che ci mette? Zucchero? Latte? Niente? Tutti e due?” Duccio stava frugando nella credenza e poi nel frigo tirando fuori tutte le varianti che potevano andar ad agevolare il gusto di un caffè.
“oh guardi solo lo zucchero! Il latte non è che proprio… lo digerisca” e si mise una mano all’altezza dello stomaco continuando a sorridere dolcemente come solo Carmen sapeva fare.
“uh! Non me lo venga a dire! Io il latte l’ho bandito da anni ormai! Infatti c’avevo solo o soia o avena!”
“in casa usiamo quello senza lattosio, mi pare ci si stia meglio tutte”
“eh ci credo! Ma io compro poco volentieri roba troppo rilavorata… a parte anche qui dentro chissà che troiai ci mettano…” e si mise a guardare la busta del latte di soia in cerca di informazione pronte a far divampare teorie complottiste sul contenuto di quella bevanda.
Carmen si mise a girare nel caffè i suoi usuali tre cucchiaini di zucchero, lo assaggiò e ne aggiunge un altro essendo per lei terribilmente amaro. Buttò un occhio al barattolino di vetro di un fu sugo e notò che fosse zucchero di canna, quello che sembra pongo dalla confezione di plastica. Lo riassaggiò ma non sapeva come buttarlo giù e così ne aggiunse un quinto timidamente, non voleva sembrare scortese. Duccio, che già aveva trangugiato il suo allungato con del latte di soia, assistette alla scena interessato alle impacciate movenze della sua ospite immersa nell’indecisione della prossima mossa da fare.
“me lo poteva di’ prima che prendeva lo zucchero col caffè, gli ce ne votavo meno nella tazza! Ahahah!” cercò di sdrammatizzare per metterla più a suo agio ma fece peggio che meglio.
“mi scusi! Non intendevo-”
“oh Carmen! Si scherza!” e sbattè una mano sul tavolo per dar corpo al suo intento malinteso.
“oh… ehm… mi scusi” Carmen si sentì accerchiata dalle sue stesse paure immotivate a cui si unì quella strana sensazione del sentirsi chiamare per nome da uno sconosciuto.
“beva tranquilla… mi vo a mette’ un altro paio di scarpe” e sparì nell’altra stanza.
Carmen si mise così a rimirare la cucina di quella casa dove un tempo abitarono gli “altri” suoi nonni. Gli ex suoceri di Vanni, come avevano accolto Zaira, presero altrettanto meglio la nascita di Carmen. Si sarebbero potuti chiudere nel lutto di aver perso la loro giovane ed unica figlia ma decisero di aprirsi alla gioia di acquisirne un’altra e, di conseguenza, una nipote. Zaira erano gli unici che abbracciasse quasi con spontaneità, quei due signori erano fatti della stessa pasta tenera e dolce di Vanni, motivo per cui prima della guerra si erano trovati tanto bene ed avevano ben sperato per la figlia ormai defunta. Carmen ricordava di quando semplicemente usciva dalla porta di casa sua per entrare dalla terza coppia di nonni: tenevano sempre la porta accostata speranzosi che più persone possibile venissero a fargli visita. Carmen aveva da sempre considerato molto più “nonni” loro rispetto ai genitori di Zaira la quale a sua volta considerava molto più “babbo e mamma” loro rispetto ai suoi; gli anni della guerra e quelli subito dopo avevano peggiorato i rapporti già tesi in quella numerosa famiglia contadina in cui Zaira si sentiva di troppo e ad un certo punto non mancarono di farglielo capire.
“eccoci! Come novo!” Duccio esordì in cucina riportando Carmen a pensieri molto più presenti.
“uh sì sì! La lascio andare e grazie per il caffè!” Carmen si avviò alla porta come uno sparo.
A Duccio cadde lo sguardo sulle tazzine e quella di Carmen era mezza piena. Ne rise nel rimetterle momentaneamente nell’acquaio e poi si avviò alla porta dove la donna scalpitava per esser lasciata andare.
“buona giornata allora Carmen! Buon lavoro!” salutò scendendo le scale l’uomo.
“anche a lei! Buon lavo- buona corsa!” urlò dalla porta semiaperta.
“Due ladroni e due gendarmi, per la strada longa longa…” Carmen gli sentì intonare questa canzone che erano secoli che non sentiva e, dopo aver prestato l’orecchio alle restanti strofe fintanto udibili, corse al bagno.
“oh ci so’ io!”
“scusa mamma! Ma che sei scesa dal letto senza chiama’ nessuno?” Carmen si scontrò con Zaira seduta sulla tavoletta.
“un’ attacca eh!” Carmen non replicò e se ne andò in cucina a metter su il caffè ed il latte sperando di berne uno decente.
Mentre ripensava alla surrealtà di quella mezz’ora fuori casa sua, un urlo di Caterina la ricompose.
“Madonna questo cazzo di telefono mamma! Tu lo avessi mai con te! Sempre a giro e vicino a camera mia! Tieni!” era suonata la sveglia del cellulare di Carmen puntualmente lasciato sulla vecchia madia portata da Zaira e posta vicino alla porta della camera di Caterina.
“scusa amore…” ma la figlia richiuse la porta e addio.
Carmen si ricordò anche che avesse abbandonato scarpe ed innaffiatoio fuori dalla porta e corse a riprendere tutto ma quelle non c’erano più, l’innaffiatoio era tra i fiori (tutti innaffiati) ed il pianerottolo era asciutto. Di certo non era stato nessuno di loro a ripulire, né Carmen né famiglia.
8) Carmen e famiglia testo di NausicaaValli