Sempre caro mi fu quest’ulticello
raccolto, ove gustando interminati
silenzi, e in profondissima quiete
mi seggo, e ‘ntanto svacantando sfogo
in odorosa nebbia il cul condenso.
Allor sospiro e penso
quanta aria dal bel foro si diparte
nel scureggiare, languido e assorto,
disteso, al fresco del muro de l’orto.
Che sai, tu lasso? Forse in quella parte
il fragolar m’è dolce in quest’umore
d’assortite fragranze e d’olezzanti
aromi: sì presso e sì lontano
in questo pensier l’alma respira.
Mi si rallegra il cul quando a tenzone
scendono i venti, e quando nembi aduna
l’olimpo, e fiede le montagne il rombo
della procella…. ecco di polve
che nova ira sfavilla
e libertade avvampa
ne’gli obbriosi peti!
Indi i miei danni a misurar coi nari
comincio, e quanto esulta
per l’aere il nembo, e quando
il tuon rapido spinge
l’anguste vie che’l magno foco stringe…
Oh! come soavissimi diffusi
moti per l’ossa mi serpeano, oh! come
mille nell’alma instabili, confusi
pensieri si volgean! Qual tra le chiome
d’antica selva zefiro scorrendo,
un lungo, incerto mormorar ne prome
e il cuocer non più tosto io mi sentìa
della vampa d’amor, che il venticello
che l’aleggiava volòssene via…
E poi che finalmente mi discese
e delle rote il romorio s’intese
s’udì, spesso, un tonar di ferree canne
che rimbombò lontan di villa in villa!
Vero è ben, Mastro d’onte: saggio è lui
che sa temprar lo pirto all’occasione
ov’ei conosce metro e convenienza…
Ma, all’ombra dei cipressi o dentro l’aule
ben aerate da impianti, è forse il soffio
di Fetonte men crudo?
È là dov’è il ciel più sereno e lieto
che scorre, come su un ruscel corrente
ed ivi l’aura si sente
di un fragrante ed odorifero peto
tra il folto del laureto…
Ivi è il mio cul, da cui si invola
beata l’imagine mia sola
che ne’ poltigli avvolta
se stessa obblia d’in tra le putri e lente
score: e il danno misura e il flutto ascolta.
Tornami a mente il dì che la battaglia
d’amor sentii la prima volta, e dissi:
Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!
Tu inquieto, e felice e miserando
m’affaticavi in su le piume il fianco
ad ogni or fortemente palpitando:
tanta dolcezza avea pien l’aere e il vento
quando un cul tante in sé vertuti accolse?
Dorme il mondo sepolto, e in un con esso
par la procella del mio cul sopita…
Ma ora una forza operosa m’affatica
che un gran vento squarcia
e sì sospinge l’iracondo soffio…
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume
fra queste piante ov’io siedo e sospiro:
m’esce, odorosa idea, proprio d’un filo
nei miserandi avanzi che natura
con feci eterne a sensi altri destina!
Attendi, attendi, magnanimo campion…
Attendi e il colo movi
ad alto desìo…
Ora i cipressi e i cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
l’igneo vapor fumeran su l’urne
e dalle pire una fragranza intorno
tra abeti e pini ove al confin scureggia
sentìa qual d’aura dei beati Elisi!
Erra tra i vostri rami il pensier mio
quando lo peso mi sarà leggiero!
Qui solo è dolce il muggito dei buoi
e, nel raspar tra le motande, i bronchi
allegri scaracchiando van le torme
delle cure, onde tosto ora mi sfugge
corrusco il mio destrier che appresso urge.
E mentr’io languo in tanta pace, surge
questo pirto guerrier ch’entro mi rugge.
Aerophagus (Il Riposo del Guerriero) testo di Il Bifolco