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Siccome avevamo finito le domande e anche le risposte ci siamo messi a bere. Ottimo il whisky irlandese, la sola cosa credibile allora come adesso. Abbiamo continuato lentamente a riempirci quegli strani bicchierini che non sapevo neppure di possedere. Ti sei sdraiata alfine, libera dal fardello delle tue colpe inesistenti, dalle espiazioni, e solo dopo anche dalle scarpe, mentre io mi sono cercato un posto a terra, quasi ai tuoi piedi, e ora mi fermo a riposare.
Intanto fuori si prepara un temporale estivo. L’aria è satura di elettricità, sono settimane che non piove mentre noi ci trasciniamo disfatti come i reduci dalle mille sconfitte.
Sono circa le sei del pomeriggio ed in giro non c’è proprio nessuno. Nessuno che si prenda la briga di restare qui a dividere con noi l’assurdità ed il nonsenso di questo dieci agosto duemilatre. Il pensiero che oggi siamo al dieciagostoduemilatre mi pervade, mi abbatte, mi restituisce uno sgomento un senso di vuoto, una precarietà mai provata. Dalla cucina lo stillicidio della goccia rimbalza a dismisura sulla superficie dell’acquaio, e fuori solo il dissolversi lontano di una sirena, e le zaffate intermittenti di calore che vengono dalla strada. E c’è appunto un odore di asfalto rammollito, di sporco, di mozziconi calpestati. Tutto come se la nostra volontà fosse stata annullata di colpo. Mi scuoto. Forse sono trascorse delle ore nella più completa immobilità. Ho la bocca schiacciata contro una tua gamba, un rigo di bava è colato a bagnare la tua pelle e poi il cuscino. Domani partiamo per le vacanze.