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Quest’estate mi sono ritrovato accidentalmente a passare, quasi senza rendermene conto, davanti al portone chiuso, inespressivo e assente, di quella tua bella casa che non scordo.
Dalla prima volta che tornai a trovarti, ottobre 2001 circa. Ero allora come un profugo smarrito, confuso, in cerca di un soccorso. E così avido di parlare, di recuperare un’idea di me e di tutto il resto. Iniziai a ritrovare il mio percorso salendo quelle scale. Dapprima incerto, lentamente, scandendo i miei passi e le emozioni. Ci sarei poi tornato – in quella casa – molte altre volte. Cominciai a sentire da subito familiari quelle sue stanze e quando ne ero lontano non di rado fantasticavo sognando il microcosmo di quel terrazzino abbandonato tra i tetti, ed i suoi due orizzonti paralleli. A te non piaceva, e non ci salivi mai lassù, dove un mattino sono rimasto ad ascoltare per ore i rumori della città che inizia a muoversi. Eppoi, suddenly, quella casa è scomparsa. E noi, che non abbiamo saputo o voluto o potuto dirci più nulla.
Un silenzio improvviso, assoluto, totale, eguale a quello di anni prima. Ritornando in quella piazza, davanti a quel portone che non sono riuscito a varcare (non mi ci sono neppure provato, in verità). Era come se fosse rimasto lì soltanto l’insieme disordinato delle cose inanimate, le case, le automobili, la piazza (divenuta un’ idea architettonica e nulla più, priva di emozione). Cose, appunto, ma oramai rese tutte a me egualmente estranee e vuote, inutili. Un tempo, per un tempo, me le sentii familiari. Cose private della loro anima – perché le cose ce la possono avere, un’anima – dell’essenza, di un significato compiuto.
Non ti ho cercata, quel giorno, e forse non potevo davvero, e non lo faccio comunque ora. Neppure. Nessun malinteso senso di rispetto, da parte mia. Nessuna curiosità da soddisfare e quindi niente da chiedere. E niente da volerti raccontare. Di me adesso.
Per tutto questo ci sarà un altro tempo.
Questa è solo perché me lo sentivo. Anche se non so se ci sei, ancora, là dove non ti immagino più. Eppure non scrivo il mio indirizzo sulla busta, perché qualcuno me la possa portare indietro. Se davvero tu non ci sei più. Queste poche parole che scrivo – come sempre – anche per me, soprattutto per me, potrebbero finire inghiottite nel vuoto, distrutte, lacerate, dimenticate. Proprio, esattamente proprio come “corrispondenza inevasa”.
Nel vuoto. Mi sono sempre domandato perché noi, specie umana, abbiamo così tanto terrore del vuoto, dell’assenza, del buio. Alla fine c’è solo quello. Ne sono sempre più convinto. Ma non di questo volevo scriverti.
Avevo bisogno semplicemente di ricordarti a me. E per questo non mi firmo.
End of Sept. 2004. And end of the story.