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Ho provato anch’io
a licenziare il mio demone.
Gli ho mandato
una raccomandata
con ricevuta di ritorno,
tre timbri comunali
e la firma di un notaio distratto.
Lui ha risposto
scrivendo una poesia
sul retro della busta.
Da allora ho capito
che i demoni della parola
non sono dipendenti,
sono coinquilini abusivi
delle pieghe del pensiero.
Si nutrono di applausi, è vero,
ma anche di silenzi.
Anzi,
il silenzio per loro
è una cantina piena di botti
dove fermentano versi
che nessuno ha ancora bevuto.
Ho tentato metodi scientifici.
Ho chiuso i quaderni.
Ho spento la luce.
Ho dichiarato
lo sciopero generale
delle metafore.
Il demone ha preso una sedia
e ha aspettato.
I demoni sanno aspettare.
Non hanno orologio
perché vivono dentro il tempo
come un pesce dentro l’acqua.
Allora ho capito
che bloccarlo è impossibile.
Puoi solo trattare con lui
come si tratta con l’ombra:
cammini
e lei cammina.
Ti fermi
e lei ti guarda
con quella faccia nera
che sembra dire
“Scrivi pure
che è una sciocchezza.
L’universo stesso
è una brutta bozza
che qualcuno ha deciso
di pubblicare.”
Così ora lo lascio parlare.
Ogni tanto gli tolgo la penna
come si toglie un coltello
a un filosofo troppo entusiasta.
Ma so già
che appena mi distraggo
quel vecchio imbroglione
tornerà a bussare nel cervello
con la delicatezza
di un dio disoccupato.