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Le labbra schiacciate contro il vetro.
Il rossetto resta lì, un segno storto, quasi sporco.
Fuori il cielo non è cielo, è fumo.
Le nuvole dai camini come un respiro stanco,
la città con i polmoni malati. Il caffè scivola sul tavolo,
un rigagnolo freddo che non profuma più di niente.
Lo guardo e non lo pulisco. Mi tornano in mente le donne.
Non le facce, non i nomi.
Solo i dettagli inutili che restano quando il resto è morto:
merletti dorati,
trucco che cede agli angoli degli occhi,
sorrisi tenuti in sospeso come debiti mai pagati.
Aspettavano che qualcuno le vedesse sul serio.
Io passavo. Guardavo. Il fiato sul vetro disegna cerchi lenti.
Li seguo come un cretino,
come se dentro ci fosse una risposta.
Dall’altra parte della strada c’è una donna.
Non è vecchia, è solo più avanti.
Fa la stessa cosa.
Stesso vetro.
Stesso fiato.
Stessa condensa che copre e non nasconde niente.
Per un attimo siamo uguali:
due facce appoggiate al vetro,
due vite ferme nello stesso gesto idiota.
Sotto, i vecchi raschiano nei cestini
sigarette finite, carta bagnata,
quello che resta agli altri.
I bambini saltano la scuola
per rincorrere una palla di carta nelle pozzanghere.
Ridono.
E già imparano a perdere tempo nel modo sbagliato.
Il telefono squilla.
Non mi muovo.
Lo so chi è.
Sta già qui, infilato tra lo stomaco e la testa.
So ancora come si ama.
Ed è questo il problema.
La donna alza lo sguardo.
Mi vede.
Sorride appena, ma non è un sorriso.
È più una resa educata.
Le rispondo senza muovere la bocca:
solo un altro strato di fiato.
La condensa sale.
Non cancella niente.
Copre.
E coprire è l’unica cosa
che ci riesce davvero bene.-