È di un bianco rosato questo foglio, rigato di nero, rigato di pensiero. Ridono le mie amiche, parlano e ridono, raccontandosi le loro storie. Il blocco è bianco su un grigio, duro di pavimento.
Una signora ha perso il treno.
Piazza Maggiore è melliflua in questa sera di maggio. Mi trovo qui, al centro del cerchio di pietra, del mondo, universo, pensiero. Corro sugli altorilievi e parto, dal basso, salgo, salgo fino a quelle magiche “bifore triforate” che fanno tanto impazzire Sofia. Sopra di loro però il cielo è nero pece, con sprazzi di chiaro, luce di nuvole bianco burro che si scioglie in mano. Si perdono lì i miei pensieri, le mie domande. Ma che cos’ è in fondo, la vita? Che cosa siamo noi, invero?
Tumore al collo.
Esiste un Dio?
La vita è impossibile da descrivere, posso dirmi adesso felice per questa luce, storta, bieca, bacia il foglio calzato. Posso dirmi felice per quello che ho, perché mi dispero, a volte da morire. Sono mattonella nella piazza, goccia del Gange, piccola decorazione di una colonna, sono sorriso negli occhi di un altro, nella bocca di un altro. Sono un piccolo pezzo di ferro di quel “Divus Petronius..” che resta lì impassibile a me, e vede gente che passa, passerà e più non passerà.
Piazza Maggiore testo di Filippo Carradori