La Musa di Rame

scritto da Nene
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Testo: La Musa di Rame
di Nene



La Musa di Rame

Frammento di un racconto immaginario:

Ore 23:45, Un quartiere di Parigi.

 Il locale era un seminterrato a Montmartre, dove l'aria pesava quanto il piombo e sapeva di tabacco scadente. Julian sedeva davanti a un bicchiere che pareva contenere uno smeraldo fuso. Il cucchiaio forato sopra il vetro sembrava un altare d’argento pronto per un sacrificio. Quando la prima goccia d'acqua ghiacciata colpì la zolletta di zucchero, il verde smeraldo cominciò a intorbidirsi, vorticando come una nebbia che si alza sulla Senna all'alba. Julian non cercava l'ebbrezza, cercava il colore. Dicevano che dopo il terzo bicchiere si potesse vedere il mondo non per come era, ma per come sarebbe dovuto essere. Mentre il liquido diventava opale, gli parve che la donna seduta al tavolo d'angolo,  una figura pallida che fino a un attimo prima sembrava un fantasma di passaggio, iniziasse a brillare di una luce verdastra. Lei gli sorrise, non con le labbra, ma con gli occhi, e la matita di Julian riprese a correre sul taccuino. Non stava disegnando lei. Stava disegnando L’emozione che sentiva ricevendo quel sorriso, trasformando il sapore amaro dell'artemisia in linee spezzate e angoli impossibili. La "Fata" non era un'allucinazione, era la scusa perfetta per smettere di essere un uomo ragionevole e diventare, per una notte, un visionario.

La Musa di Rame (Parte 2 - Sensazioni)

 Al terzo bicchiere, il seminterrato aveva smesso di avere pareti. Le ombre dei clienti proiettate sui muri non erano più macchie scure, ma silhouette vive che danzavano al ritmo di un pianoforte scordato che suonava in un’altra stanza, o forse in un altro secolo. Julian guardò il suo schizzo. La matita carboncino aveva tracciato solchi profondi sulla carta porosa. Non c’erano più i lineamenti della donna, ma una serie di ingranaggi celesti, una sorta di meccanismo segreto che sembrava muovere l'intero quartiere di Montmartre. «Non fermarti, Julian,» sussurrò la donna, che ora sedeva proprio di fronte a lui, senza che lui l'avesse vista spostarsi. «Il rame ha bisogno di essere lucidato per brillare.» Lei allungò una mano. Le sue unghie erano sporche di grafite e le dita sottili come pennelli. Prese il cucchiaio forato, ancora bagnato di zucchero e assenzio, e lo sollevò alla luce di una candela. I fori del metallo proiettarono sul viso di Julian una maschera di luce e ombra. «Tutti pensano che noi siamo qui per dimenticare,» continuò lei, la voce che vibrava come una corda di violoncello. «Ma l’assenzio non serve a dimenticare. Serve a ricordare ciò che non è ancora accaduto.» Julian sentì un brivido freddo risalire la schiena, nonostante il calore che gli bruciava nello stomaco. Prese il bicchiere, ormai di un verde lattiginoso e denso, e lo portò alle labbra. Il sapore dell'anice esplose sul palato, seguito dal colpo di frusta dell'amaro dell'artemisia. In quel momento, il taccuino scivolò a terra. Julian non si chinò a raccoglierlo. Non ne aveva bisogno. Ora vedeva chiaramente attraverso la "Fata": la donna non era una modella, e forse non era nemmeno una donna. Era l'incarnazione di quell'amarezza necessaria che precede ogni grande opera. «Chi sei?» chiese lui, la voce ridotta a un soffio. Lei si alzò, svanendo lentamente nel fumo delle pipe, lasciando dietro di sé solo un profumo pungente di erbe di montagna e il suono metallico del cucchiaio che cadeva sul marmo del tavolino. «Sono la parte di te che non ha paura di impazzire per un’idea.» Julian rimase solo. Fuori, l'alba di Parigi iniziava a tingere il cielo di un grigio sporco, ma per lui, ogni singola pietra della strada brillava ancora di quel verde elettrico, violento e bellissimo.

 La Musa di Rame: (Parte 3 – Rivelazione) Julian si svegliò nel suo studio che il sole era già alto, una lama di luce bianca che feriva gli occhi e faceva pulsare le tempie. Il sapore di anice era ancora lì, un fantasma dolciastro in fondo alla gola, insieme al ricordo confuso di una donna fatta di fumo e sguardi di rame. Si alzò a fatica, cercando il taccuino. Lo trovò a terra, accanto alla poltrona, aperto su una pagina che non ricordava di aver sfogliato. Si aspettava di trovare gli scarabocchi di un ubriaco: linee storte, cerchi senza senso, macchie di inchiostro. Invece, la sua mano aveva tracciato qualcosa di una precisione spaventosa. Non era un ritratto. Era una mappa. Le linee erano sottili, geometriche, quasi architettoniche. Rappresentavano un angolo di Parigi che Julian conosceva bene, vicino al cimitero di Père-Lachaise, ma con un dettaglio che non esisteva: una porta monumentale incastonata in un muro cieco, decorata con foglie d'acanto e un simbolo che somigliava terribilmente al cucchiaio forato dell'assenzio. Sotto la mappa, c'era una riga di testo scritta con una grafia che non era la sua. Era elegante, antica, con le lettere che sembravano artigli pronti a scattare: “L’amaro è il prezzo per vedere oltre il muro. Ti aspetto dove il verde non sbiadisce mai.” Julian sentì il sangue gelarsi. Non ricordava di aver scritto quelle parole, né di aver mai posseduto quella calligrafia così ferma. Ma la cosa che lo fece tremare di più fu un piccolo dettaglio fisico sul foglio. Incastrata tra le fibre della carta, proprio sopra la parola "oltre", c'era una minuscola scaglia di rame ossidato. Si portò una mano alla tasca del gilet e tirò fuori il cucchiaio che aveva usato la sera prima. Era un vecchio oggetto d'argento. Ma ora, sotto la luce cruda del mattino, il metallo sembrava diverso. Sfregandolo con il pollice, l'argento venne via come cenere, rivelando sotto di esso un cuore di rame rossastro, lucido, quasi pulsante. Julian guardò di nuovo la mappa. Parigi, fuori dalla finestra, sembrava improvvisamente troppo stretta, troppo grigia. Sapeva che non avrebbe mai più potuto dipingere un paesaggio normale. Si rimise il cappotto, afferrò il taccuino e uscì di corsa. La Fata Verde non gli aveva regalato un sogno; gli aveva consegnato una chiave. E ora, lui doveva scoprire cosa c'era dietro quella porta che solo gli occhi bagnati dall'assenzio potevano vedere. Julian arrivò al muro di cinta del cimitero, col fiato corto e il cuore che batteva contro le costole come un uccello in gabbia. Il sole in tarda mattinata batteva forte sulla pietra grigia, rendendo tutto piatto, ordinario, terribilmente reale. Davanti a lui non c'era nulla. Solo un muro di mattoni vecchi, coperto di muschio secco e polvere. «È un trucco,» imprecò tra i denti, stringendo il taccuino. «È stato solo il liquore.» Ma poi, il sole venne coperto da una nuvola passeggera e la luce virò verso una tonalità più fredda. Julian ricordò la sensazione del rame tra le dita. Estrasse il cucchiaio dalla tasca e lo sollevò davanti agli occhi, usandolo come se fosse un monocolo, guardando attraverso le piccole fessure forate nel metallo. Il mondo cambiò. Attraverso i fori del cucchiaio, il muro di mattoni si sciolse come cera. Al suo posto, apparve una fessura sottile, una porta di bronzo e rame così alta da perdersi tra le chiome degli alberi oltre il muro. Non c'erano maniglie, solo un incavo della forma esatta del suo cucchiaio d'argento o meglio, di rame. Julian capì in quel momento che la "Fata" non era una donna, ma la custode di una soglia. E che tutti gli artisti che lo avevano preceduto, quelli che erano finiti in manicomio o morti in miseria, non erano impazziti: avevano semplicemente attraversato quella porta e non avevano più trovato la strada per tornare in un mondo che non brillava di verde. Fece un passo avanti, incastrando il metallo nella serratura invisibile. Il muro vibrò.

 La Musa di rame: (Parte 4- Il Varco)

 Julian non esitò. Sentiva il peso di anni trascorsi a dipingere ritratti mediocri per nobili annoiati, a mescolare colori che non avevano mai la brillantezza che sentiva dentro. Sentiva il respiro corto di chi ha vissuto in una stanza senza finestre. Spinse il cucchiaio di rame nella fessura. Non ci fu un boato, ma un suono simile a un sospiro collettivo. Il muro non si aprì: si sciolse. I mattoni divennero liquidi, trasformandosi in una cascata di smeraldo che non bagnava, ma illuminava. Oltre la soglia non c’era un altro quartiere di Parigi, ma un'immensità di forme in movimento. Vide colori che non avevano nome, sfumature che vibravano come note musicali. Vide la "Musa di Rame" che lo aspettava, ora non più pallida ma radiosa, i suoi capelli rossi come fili di metallo fuso al tramonto la pelle bianca, gli occhi verdi, «Non si può respirare qui se porti ancora il peso del tuo vecchio mondo,» disse lei, tendendogli la mano. Julian guardò un’ultima volta dietro di sé. Vide la strada grigia, un passante che camminava a testa bassa guardando le proprie scarpe sporche, ignaro che a pochi centimetri da lui stava crollando l'universo. Vide la mediocrità di una vita "giusta" e "misurata". Fece il passo. Mentre attraversava il velo verde, il suo corpo sembrò diventare leggero, quasi trasparente. La matita che teneva in mano si trasformò in un raggio di luce. Finalmente, i suoi polmoni si espansero, accogliendo un'aria che sapeva di assenzio, di stelle e di possibilità infinite. Sulla strada, un istante dopo, il muro del cimitero tornò solido e muto. Un poliziotto di ronda passò di lì, notando solo un vecchio cucchiaio di rame a terra, ormai annerito e spezzato. Lo calciò via con indifferenza, senza sapere che quel pezzo di metallo era stato la chiave di una fuga perfetta. Julian era sparito. O forse, per la prima volta, era apparso davvero a se stesso.

La Musa di Rame testo di Nene
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