Irian Jaya - il diario di un'avventura - parte 7

scritto da urumqi
Scritto 11 anni fa • Pubblicato 11 anni fa • Revisionato 11 anni fa
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Testo: Irian Jaya - il diario di un'avventura - parte 7
di urumqi

Korowai e Kombai

( I Korowai vivono in case sugli alberi – anche fino a 40 metri - o sulle mangrovie, fino a 8 - 12 metri. A quelle altitudini, non solo l’aria è più fresca, ma ci sono meno zanzare, non ci sono insetti che vivono sul terreno, né ragni velenosi o serpenti. Ci si sente al sicuro dagli attacchi del nemico e dalle stregonerie. Per i Korowai si tratta di un microcosmo da cui osservare il mondo circostante… Nelle regioni caldo umide di Asmat, nell’area meridionale della Papua occidentale, vivono circa 60.000 abitanti. Considerato che la foresta vergine, con alberi che superano i 50 metri, piante rampicanti e diversi strati di sottobosco, è praticamente impenetrabile, la vita si svolge prevalentemente lungo il fiume, con l’eccezione di quelle popolazioni dedite alla caccia, che vivono ai piedi delle montagne: gli “uomini degli alberi”. Fino ai primi anni 80, il distretto di Kecamatan Kouh, in provincia di Merauke, era una terra inesplorata. I primi ad avventurarsi in questi territori furono i missionari, i quali scoprirono che si trattava della patria dei Korowai e di un’altra etnia, i Kombai. Queste due etnie sono ancora oggi organizzate in clan tra loro nemici, e sono gli ultimi “uomini degli alberi” presenti nella Nuova Guinea. Queste popolazioni hanno resistito nel corso degli anni a qualsiasi tentativo di civilizzazione messo in atto dai missionari, infatti malgrado la presenza di una piccola missione a Yaniruma con annessa una chiesa, e malgrado l’introduzione di lezioni di formazione, i Korowai ed i Kombai hanno continuato a mantenere in vita i clans razziali, scontrandosi puntualmente, ed innescando sanguinose faide.
Praticamente il motto “isolamento contro civilizzazione” è rimasto il loro unico credo. I missionari, dopo aver subito alcune violente incursioni, hanno abbandonato la regione rinunciando al loro progetto di civilizzazione.
Come detto sia i Korowai che i Kombai vivono sugli alberi raggruppati in famiglie. Solitamente si tratta di due o tre gruppi famigliari che scelgono di isolarsi per paura dei clans nemici. Più l’abitazione è posta in alto sugli alberi, maggiore è il grado di paura nei confronti del nemico. I Korowai ed i Kombai hanno una vita molto breve, la media è sui 35 anni, inoltre hanno la strana usanza di dare un nome ai loro figli solo dopo il compimento del diciottesimo mese di età, a causa dell’elevata mortalità infantile. Non conoscono il motivo dell’alternarsi del giorno e della notte, non sanno che la terra è rotonda, ma credono che sia composta da quattro cerchi concentrici: nel primo si trova il mondo reale e tangibile, nel secondo la fine del mondo, nel terzo la Grande Acqua abitata dai pesci giganti, e nel quarto il cielo con le stelle).

Avanziamo compatti nella foresta, dopo così tanti giorni siamo provati sia fisicamente che mentalmente, Irfan è molto bravo nel condurci attraverso questi territori. Da anni ormai viaggia nella foresta pluviale, e incontra gruppi che non hanno mai avuto contatti con l’uomo bianco. Irfan è uno dei pochissimi uomini in grado di percorrere sentieri non segnati su alcuna mappa, nemmeno quelle militari. È in grado di addentrarsi in una foresta che sembra uscita dai sogni di un folle, e trovare in questo labirinto popolazioni rimaste ferme all’età della pietra, fortemente legate a riti ancestrali, appartenenti ad un mondo popolato di stregoni e spiriti, guerre combattute con lance ed accette di pietra, e cerimonie, durante le quali i corpi dei nemici caduti vengono mangiati per assimilarne lo spirito e la forza.
Improvvisamente Irfan si blocca e ci fa segno di fermarci. Indica un punto a terra, confuso tra il verde, ove giace della frutta. È un voto che i Kombai fanno ai loro morti. Significa che in quel punto vi era un loro accampamento, e qualcuno vi è stato sepolto; è un’usanza per onorare la memoria dei parenti. Questo ritrovamento significa che stiamo andando nella giusta direzione, ma non è facile riuscire ad intercettare le piccole bande Kombai, in continuo spostamento attraverso un territorio tanto ostile ed impenetrabile.
La terza sera ci accampiamo in una piccola radura, un portatore parla per un buon periodo con Irfan, ci sono cose che ignoravamo… attualmente è in corso una faida fra i Kombai ed i Korowai, motivo per cui gli animi sono piuttosto esacerbati. Un uomo Korowai è stato ucciso, ed ora occorre pagare un risarcimento, altrimenti la faida potrebbe protrarsi per lungo tempo. Il risarcimento consiste in un certo numero di conchiglie provenienti dalla costa, poiché non esiste moneta, le conchiglie sono considerate un bene molto prezioso in quanto costituiscono la dote che un giovane deva pagare per ottenere una sposa. Se questo risarcimento non avviene, un uomo Kombai deve essere ucciso e mangiato. Queste faide sono comunque abbastanza frequenti, e molto spesso sfociano in un banchetto a base di carne umana, inoltre, più nemici si uccidono, più si acquisisce carisma all’interno del clan, potendone diventare un giorno il capo, ed ottenere il diritto di sposare più donne.
Sono storie che si perdono nella storia dei tempi, storie di spiriti e di uomini.

L’indomani mattina siamo di nuovo in marcia, alla ricerca dei segni del passaggio di qualche gruppo di indigeni Kombai. È una ricerca affascinante ma infruttuosa ai nostri ciechi occhi occidentali, Irfan ci guarda divertito e ride della nostra serietà e preoccupazione, alza gli occhi al cielo e con la mano indica lo spazio circostante per farci notare il profondo silenzio. Le voci della foresta tacciono, è una sensazione di disagio quella che provo, si tratta di un breve attimo soltanto, poi intorno a noi è tutto uno stormire di fronde, uno scalpiccio sulle foglie, la fitta vegetazione si apre e ci ritroviamo circondati da un gruppo di uomini che ci parlano in una lingua incomprensibile. Sono armati con arco e frecce, di bassa statura – i più alti raggiungono il metro e sessanta – i loro volti sono dipinti di bianco, ci fissano curiosi ma non sembrano ostili. Uno di loro si stacca dal gruppo e si mette a parlare con Irfan. I suoi compagni paiono frastornati davanti a noi: strani esseri con la pelle pallida vestiti in modo bizzarro; poi quello che aveva parlato con Irfan prende da una sacca delle banane selvatiche e ce le offre. Vuole che ci accampiamo con loro.
Siamo a contatto con un piccolo gruppo che, solitamente, vive nel cuore più inesplorato della foresta, e solo raramente si spinge al di fuori di quell’area. Passiamo qualche ora insieme, guardandoci e sorridendoci a vicenda, Sean vorrebbe lasciare qualche dono, ma Irfan si oppone strenuamente, non vuole assolutamente che alcun oggetto, proveniente dal mondo cosiddetto civile, vada ad inquinare quelle popolazioni. Forse la sua reazione è stata un po’ eccessiva, ma, più tardi, ci spiegherà che per lui, essendo nativo della Papuasia, è molto importante che queste ultime popolazioni non perdano la propria identità culturale; non vuole vederli ridotti– simili ad altre tribù – a fare i buffoni per i turisti bianchi.
Il suo volto si incupisce mentre ci dice che non accompagna mai alcun turista nel cuore più profondo della foresta dove vivono indigeni ancora incontaminati. Irfan ama la sua terra e la sua diversità culturale, non permette che vengano regalati agli indigeni beni occidentali come abiti o suppellettili, anche se, purtroppo, ammette che queste cose rappresentano il “progresso”, quel “progresso” che nel giro di pochi anni potrebbe spoazzare via le etnie come i Korowai ed i Kombai. Quello che lui fa, e percepisce come una missione, è rintracciare quei gruppi sperduti, con la speranza di riuscire a preservarne la memoria.

Nei due giorni successivi ci addentriamo sempre di più nel verde, non parliamo molto fra di noi, siamo molto stanchi, l’acqua è finita, per bere facciamo bollire quella che troviamo nelle pozze lungo il cammino; è un’acqua che, anche dopo essere stata filtrata, rimane comunque densa, calda, e di colore marrone. Immagino di bere una cioccolata calda…

( sono giunto alla fase culminante di questo indimenticabile viaggio. . .penso alla mia casa, alla scrivania nel mio studio sul cui ripiano giace una pila di atlanti, guide, carte, romanzi e diari di viaggio, fotografie, storie di antichi percorsi lontani nel tempo e nello spazio ma pur sempre attuali per chi, come me, ha fatto delle strade del mondo la propria casa… in cima a questa pila, i cahiers di Bruce Chatwin, primo fra tutti “ Che ci faccio qui?” Un'infiltrazione d'altrove". Un viaggio che implica un cambiamento. Un rito d'iniziazione che permette di accrescere la propria esperienza vitale e di innalzare la propria anima: di andare sempre un po' più in là.
Ecco, ogni mio viaggio comincia già lì, su quella scrivania ingombra di carte. Inizialmente con la fantasia nelle prime ore dell’alba, poi con l’inquietudine che abita il mio spirito, ed infine con il superamento di quella pila di libri e documenti. Passato quel momento di incertezza, di ricerca, fino alla decisione finale, tutto diventa più semplice e lineare, anche il viaggio e quello che verrà. Esci di casa ed è fatta…)

Ancora una volta è il crepuscolo, quando arriviamo in una radura di una bellezza indescrivibile…
Due soli colori: il bianco nella gamma di tutte le sue gradazioni, dalla pura luce all’argento, al cristallo di rocca; ed un verde trasparente, dietro al quale insiste pressante il nero della notte imminente. Gli alberi tutti intorno si scompongono e ricompongono in grotte, fontane, cascate, bianche e verdi…ci accampiamo in quell’Eden dimenticato: è l’ultima notte prima di giungere in vista dei Korowai.

( Viaggio inizialmente per perdermi. E viaggio per poi ritrovarmi. Viaggio per aprire il mio cuore ed i miei occhi. Viaggio per imparare più cose sul mondo di quante possa apprenderne attraverso le letture, o gli scritti degli altri viaggiatori. Viaggio anche per portare quel poco di cui sono capace – ben conscio della mia ignoranza e della mia sapienza – in varie parti del mondo. Viaggio perché il viaggio medesimo è uno spazio in continuo movimento, dove sembra fermarsi soltanto il mio tempo interiore. Viaggio per osservare ciò che succede intorno a me e lasciarmene coinvolgere… mi stupisco, mi commuovo, percepisco la tenerezza nascosta degli esseri umani, il timore davanti all’ignoto, osservo me stesso mentre guardo fuori di me. Viaggio perché sono uno spirito nomade ed inquieto. Viaggio per rimanere giovane e sciocco, per rallentare il tempo, essere catturato nello specchio del tempo mentre il mondo corre al mio fianco, e viaggio per innamorarmi ancora una volta… stanotte, nella mia solitudine, ho ritrovato la voce e il volto di mia madre…)
Irian Jaya - il diario di un'avventura - parte 7 testo di urumqi
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