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Leonardo Pisano
Siamo nel ‘200, La repubblica marinara di Pisa prospera, con i suoi traffici con tutti i paesi che si affacciano sul mediterraneo.
Leonardo, figlio del mercante chiamato Bonacci, da cui filius bonacci ed infine Fibonacci, lo segue nei suoi viaggi d’affari.
I calcoli necessari per stabilire quantità di merci e pagamenti vengono effettuati con una sorta di pallottoliere, l’abaco.
E questo fin dai tempi dei romani.
Il nostro Leonardo però non può fare a meno di notare con quale incredibile rapidità i mercanti arabi pervengono ai risultati esatti.
Un motivo c’è. Gli arabi usavano i numeri arabi, detti arabi impropriamente, infatti passando per la Persia, sono arrivati dall’India, dove la matematica è giunta prima degli europei a risultati avanzatissimi, simili a quelli di Newton e di Leibnitz, già da qualche millennio.
Ma noi siamo civili , noi siamo i migliori e anche i più bugiardi.
Quindi anche oggi non troverete nelle storie della matematica un benché minimo accenno alla matematica indiana, almeno nella storia della matematica della Einaudi non ne ho visto, non escludo che esistano storie più "oneste", io ne ho lette altre, partono tutte dalla Mesopotamia.
Anche se, dopo tanta miopia, opere monografiche, films, e qualche lieve accenno, ci dicono che sta incrinandosi il muro di omertà.
Ma torniamo ad un altro popolo “incivile” con cui “obtorto collo”, ci tocca fare affari.
Gli arabi, come già detto.
Leonardo, affascinato, li osserva, con uno stilo ed una lavagna o comunque su una superficie utile allo scopo, pergamena od altro che sia, mettere in fila ed in colonna strani segni ed arrivare al giusto risultato.
Aspettando poi, con un sorriso di commiserazione, che Bonacci col suo abaco, abbia finito.
Leonardo, o Fibonacci come lo chiameremo da ora innanzi, non è uomo da poco, soprattutto non manca di senso pratico.
Decide di apprendere l’arabo e di studiare le loro tecniche di calcolo.
Dopo poco tempo, usa con disinvoltura le loro operazioni sui numeri, che a tutt’oggi noi chiamiamo arabi.
Non voglio spaventare nessuno, non vi proporrò formule.
Comunque la grande conquista non è altro che aritmetica elementare, quella che oggi noi studiamo dalla prima alla quinta elementare.
E di tutti i calcoli che con questa si possono fare, Fibonacci pensò bene di scrivere un trattato. Il Liber abaci.
Che portò a Pisa.
Il governo della repubblica, dapprima gli assegnò un vitalizio, e il testo della assegnazione diceva niente di più niente di meno “Perché possa studiare tutto ciò che più gli aggrada”.
Ma il libro, non circolò nel resto del paese.
La lobby degli “abacisti”, tutti quelli che col pallottoliere si guadagnavano da vivere, fece manfrina e ne bloccò la diffusione fino alle soglie del rinascimento.
Periodo in cui, vogliamo ricordare, attraverso il regno di Cordoba, la parte araba della Spagna “in mano agli infedeli”, fecero ritorno molti libri classici greci che la chiesa cattolica aveva distrutto bruciandoli o scrivendoci sopra “utilissimi libri di preghiere” e codici miniati, molto belli da vedere, che pero, per usare un eufemismo, non servivano a molto!
Questo fu l’innesco del Rinascimento, ci limitiamo a dire solo, che rifiorirono tutte le arti e da allora in poi, moltissimi incominciarono a pensare con la propria testa e non con quella dei preti.
Ma con i suoi studi, intanto, Fibonacci divenne il più grande matematico del suo tempo, e nella repubblica di Pisa, venne chiamato ad assumere ante litteram la carica, di quello che noi oggi chiamiamo il “ministro del Tesoro”, cioè a occuparsi del bilancio della Repubblica.
Una delle cose che scoprì o prese dagli arabi, fu un segno strano, che compariva nelle eguaglianze e nelle proporzioni e infine nelle equazioni, che noi chiamiamo oggi incognita e che i primi matematici rinascimentali chiamavano “cosa”.
E fu il balzo che portò alla nascita della scienza.
Molte altre cose, scoprì Fibonacci. Ma è tutta roba piena di formule, soprassediamo.
Per dirne una, dopo di ciò, avendo “giustamente” Galileo Galilei abiurato alle sue eresie contrarie alla fede dei Padri della Chiesa, per non essere bruciato vivo dalla santa inquisizione, appena più discretamente rientrò nel pieno della sua scienza; ebbe a ribadire: il mondo è scritto in linguaggio matematico.
Nacque la scienza moderna, con gran dispiacere di preti , vescovi e cardinali …si incrinò malamente l'ipse dixit ed il vero, fu sic et simpliciter.
Del Papa dell'epoca poi, pietosamente, non parliamo, diciamo solo che si offese molto.