Quel giorno in cui Pandora aprì il vaso.

scritto da Labavosa
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 7 anni fa • Revisionato 7 anni fa
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Testo: Quel giorno in cui Pandora aprì il vaso.
di Labavosa

Quando Pandora ricevette il vaso, non aveva alcuna idea circa cosa avrebbe trovato al suo interno. Si trattava infatti di un regalo fattole da Zeus. Il suo contenuto non poteva che essere sconosciuto e misterioso! Certo, era stata avvertita circa la sua pericolosità e le tremende sofferenze che, se aperto, avrebbe riversato sull’umanità.
Come è ben noto, Pandora quel vaso lo aprì e da allora siamo condannati all’inquietudine e alla mancanza di pace. Solo la Speranza vaga libera come un canto capace di sollevare lo spirito. Essa è tuttavia un balsamo per le ferite e una lama affilata allo stesso tempo.
Eppure, come biasimare Pandora, curiosa per sua stessa natura e non per volontà. E poi, un regalo che non può essere scartato e che non può essere goduto, il cui contenuto è per sempre destinato a rimanere un mistero, che regalo è?
Lei non è la sola ad aver regalato al genere umano la promessa, o meglio la certezza, del dolore. A farle compagnia c’è Eva (per quanto significativo, non ha senso pensar troppo al fatto che entrambe fossero delle donne - non è questo il momento di discutere di misoginia). Infatti, tra i tanti e fruttuosi alberi a cui Eva poteva attingere, sceglie di non privarsi di nulla e coglie la mela proibita.

Sorvoliamo sul fatto che un vaso e un albero tanto pericolosi siano stati messi nelle mani delle sciocche ragazze e non chiediamoci (ma solo per un po’!) quanto sia giusto o sbagliato soddisfare tutti i propri desideri e cedere alle proprie pulsioni. Piuttosto, immaginiamo.
Si, immaginiamo. Immaginiamo che Pandora, lontana e nascosta agli occhi di Zeus e degli dei, abbia aperto quel vaso. Nella variante del mito che stiamo supponendo si inserisce però una sostanziale differenza: i mali, le sofferenze e le angosce questa volta non sfuggono via. Immaginiamo dunque che lei abbia potuto sbirciare nello scrigno, bello e tentatore, scoprendo il male, ma senza liberalo.
Bevendo ancora dalla fontana della Fantasia potremmo dire che anche Eva ebbe la stessa fortuna. Dal morso fatale dato a quella mela acquisì la conoscenza del bene e del male senza che Dio, preso da altre faccende o semplicemente non curante di lei per un tempo breve, solo quanto basta per un boccone, non se ne accorgesse.
In questo modo, entrambe le donne da quel momento in poi avrebbero avuto tra le loro mani non solo la fonte del male e il timore di quest’ultimo, ma anche la sua essenza. Avrebbero infatti conosciuto la verità, che sarebbe stata un fantasma nella loro mente e la macchia d’inchiostro nei loro pensieri.
Ma sarebbe stata davvero la verità? Sarebbero davvero state in grado di capire fino in fondo ciò che avrebbero visto?
Supponiamo di sì. In tal caso, cosa avrebbero dovuto fare? Come, tali rivelazioni, avrebbero dovuto cambiarle? Forse Eva avrebbe dovuto mettere in discussione la fiducia riposta nel suo Dio e Pandora non avrebbe più dovuto accettare doni da Zeus? Entrambe hanno commesso una violazione, invadendo uno spazio per definizione a loro precluso.
Ci sono stanze in cui è meglio non guardare, e angoli che è più saggio non provare ad illuminare. Spesso i pensieri che sono racchiusi nella mente di ognuno, sono indecifrabili persino a chi li ha generati e li porta con sé. Rubare l’essenza altrui per poi provare a comprenderla equivale al tentativo di catturare il vento: sforzo vano. Ciò che si finisce per ottenere è solo un fardello da trascinare ancora più pesante, carico dei misteri proprie e di quelli altrui.

Quel giorno in cui Pandora aprì il vaso. testo di Labavosa
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