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I CUSTODI DELLA PACE
C'è sempre qualcuno che dice:
«A me basta vivere bene.
Il sole, il mare,
il profumo del pane,
una tavola apparecchiata,
la pace semplice delle piccole cose.»
Ed è giusto amare la semplicità.
Ma così parlavano anche coloro
che passeggiavano nell'estate del 1914,
così parlavano gli uomini del 1939,
mentre il mondo si preparava a precipitare
nel proprio abisso.
Nessuno crede mai
che la tempesta possa raggiungere la propria casa.
Finché il cielo non si oscura.
Finché il vento non porta con sé
il rombo lontano delle sirene.
La guerra non arriva annunciandosi.
Entra in silenzio,
travestita da necessità,
da sicurezza,
da inevitabile destino.
Prima inventa i nemici,
poi alimenta la paura,
infine chiede obbedienza.
E gli uomini,
che desideravano soltanto vivere,
si ritrovano improvvisamente
a dover sopravvivere.
Per questo guardiamo il nostro tempo.
Guardiamo Gaza,
dove il pianto dei bambini
si confonde con il rumore delle macerie.
Guardiamo l'Ucraina,
dove il grano continua a crescere
accanto alle tombe dei giovani.
Guardiamo il Medio Oriente,
terra antica di profeti e di civiltà,
che ancora conosce il linguaggio del fuoco
e il dolore dell'esilio.
Nessuna fiamma resta confinata
al proprio orizzonte.
Il vento della Storia
trasporta le scintille
fino alle case di chi credeva
di essere al sicuro.
Per questo non possiamo dormire.
Per questo dobbiamo comprendere,
domandare,
ricordare.
Perché l'ignoranza
è sempre il terreno più fertile
su cui crescono le guerre.
Essere informati
non significa vivere nella paura.
Significa custodire.
Custodire il diritto di un bambino
a conoscere soltanto il rumore del mare.
Custodire le biblioteche,
le scuole,
i tramonti d'estate,
la fragile bellezza di una cena in famiglia.
Poiché nulla è eterno.
Nemmeno il sole,
se gli uomini dimenticano
come difenderlo.
E forse un giorno
i nostri figli ci domanderanno:
«Avete visto il fumo salire all'orizzonte?
Avete compreso i segni del vostro tempo?
Avete fatto abbastanza?»
Che il nostro silenzio
non debba mai diventare la risposta.
Vegliamo, dunque.
Con gli occhi aperti
e con la memoria viva.
Perché sapere
è il primo atto di libertà.
Comprendere
è il primo gesto di pace.
E un popolo che ricorda,
che interroga il proprio tempo,
che non rinuncia alla verità,
è un popolo che nessun impero,
nessuna propaganda,
nessuna paura
potrà mai piegare.
Affinché vi siano ancora,
per coloro che verranno dopo di noi,
un sole da contemplare,
un mare in cui specchiarsi,
e una tavola apparecchiata
attorno alla quale gli uomini,
finalmente riconciliati,
possano chiamarsi fratelli.
© Johann Lubeck