Lucius si guardava le stringhe dei calzari come se percorrere con lo sguardo l'intreccio dei nastri di cuoio che cingevano i suoi ruvidi piedi di ex militare potesse dargli lo spunto per mettere in riga i suoi pensieri.
Ciò che stava per fare era contro la tradizione, eppure... Era contro gli insegnamenti, eppure... Eppure non poteva fare a meno di essere d'accordo con il Giudeo.
Era legionario in Britannia quando venne iniziato alla Religione. La Religione e Roma: i due ideali che gli avevano fatto preferire la vita di soldato alla vita di lusso che le nozze con la patrizia Claudia potevano offrirgli. O forse più semplicemente la sua stessa natura lo aveva portato ad essere un soldato e quindi a preferire la Religione e Roma alla vita della Corte Imperiale.
Fosse come fosse, aveva percorso la strada fino alla vetta ed ora era sommo sacerdote della Religione e comandante dell'Esercito. E custodiva i segreti della Religione e di Roma, e rivelava i misteri agli adepti, dal primo fino al settimo segreto. Credeva di non dover più scegliere nella sua vita, credeva solo di dispensare ormai: dispensare ordini, dispensare misteri.
Invece l'incontro con il Giudeo aveva cambiato tutto. Quel piccolo uomo bruno, prigioniero dignitoso, colto, caparbio e tenace nelle avversità aveva suscitato in lui una sensazione di affinità.
Il Giudeo era suo prigioniero, anche se la prigione era una domus ed anche se dai loro vestiti non avresti potuto distinguere chi fosse il carceriere e chi il carcerato. Sarebbe stato meglio se Lucius avesse sorvegliato il prigioniero dentro una prigione normale, in uniforme, come quando era ragazzo, come quando era in Britannia, come quando era agli inizi e la sua conoscenza del mondo era semplice, lineare e diretta. Un ruolo chiaro. Tu sei il mio prigioniero, io sono la tua guardia, tu sei il mio nemico, io sono il tuo nemico. Invece il Giudeo, cittadino romano, agli arresti domiciliari, sorvegliato da un comandante che da anni non comandava i suoi soldati, che per di più era sommo sacerdote di un culto straniero, divenuto così influente ormai da sembrare un culto indigeno, era una specie di rompicapo culturale e di gioco di ruoli deformato.
C'era però l'affinità di temperamento: quella era il punto di contatto, ciò che li aveva reciprocamente fatti riconoscere.
E c'era la comune consapevolezza che gli ideali sono la leva della storia, che quando hai messo in moto la macchina degli ideali sono quelli che muoveranno gli uomini e che nessun imperatore, potente, carismatico o ricco potrà contrastarli, anche perché gli ideali durano più della vita di un uomo.
Come è dolce la brezza profumata di Roma in primavera.
Era d'accordo con il Giudeo: Roma poteva continuare ad esistere con tutto il suo potere anche quando i suoi eserciti si fossero indeboliti, anche quando la forza delle sue leggi si fosse spenta. Ma andava messo il seme, andava piantato ora, per nutrirlo e farlo crescere mentre l'impero si sfaldava e marciva, in modo che quando l'albero vecchio si fosse schiantato, la pianta nuova fosse già diventata un arbusto poderoso, che sarebbe cresciuto su quello stesso suolo di Roma per altre centinaia e centinaia di anni.
Come erano chiare ora le linee dei nastri di cuoio sui ruvidi piedi dell'ex militare.
Il settimo segreto andava modificato. Con Paolo di Tarso -il Giudeo- avevano posto il fondamento teoretico e dogmatico, a lui ora spettava piantare il seme. A lui ora spettava divulgare la nuova versione del settimo mistero: Mitra si era incarnato in Gesù di Nazareth, dio-uomo.
Il settimo segreto testo di Mercutio1962