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Da lontano si scorgeva la carovana che arrancava sul crinale per raggiungere il convento.
Gli uomini sui cavalli si riparavano dalla pioggia con i mantelli, e spronavano a testa bassa il loro destriero; al centro la carrozza veniva trascinata lentamente, dai due animali legati ai finimenti salivano volute di vapore.
Dentro la Carrozza l’inquisitore stava seduto con la schiena rigida e diritta: la postura non veniva in alcun modo intaccata dagli scossoni che attaccavano la carrozza lungo il sentiero. Era provato dal viaggio, affamato, le membra dolenti, ma niente nel portamento o dell’espressione dava a vedere che l’uomo era percorso da simili sensazioni.
Un inquisitore di Roma non poteva permettersi di mostrarsi debole o affranto davanti al popolo che il Monsignore gli aveva ordinato di giudicare.
Lui era la Parola: avvocato e giudice. Spesso, mentre gli eretici e gli impuri si piegavano al volere divino e confessavano i loro tremendi peccati, si era affacciato il desiderio di poter essere anche esecutore.
Ma non si trattava di un’ispezione; l’inquisitore era in viaggio verso uno dei villaggi vicini: da qualche giorno nella zona si era verificata la sparizione di un ragazzo, e il Monsignore aveva colto l’occasione per inviare il suo incaricato a controllare la zona in cui, si dicesse, una congrega di streghe eseguisse i propri rivoltanti rituali. In questo momento l’inquisitore cercava solo riparo in uno dei tanti rifugi della Chiesa, impaziente di ripartire.
Dall’alto il convento sovrastava la valle: un tappeto di piantagioni di canna da zucchero che i contadini seminavano, curavano e mietevano per vendere il raccolto; con la pianta si otteneva il rhum, un bene considerato di lusso anni prima, ma che stava perdendo sempre più valore con l’importazione della canna da zucchero e della sua produzione in sempre più aree del Paese.
I frati erano famosi per la produzione di rhum; un tempo il convento era stato un posto fiorente, dove spesso facevano visita eminenze del mondo ecclesiastico. Adesso la struttura cadeva in abbandono, le mura erano coperte di vegetazione, ampi massi staccati dai muri giacevano intorno alle basi, il portone, impregnato d’acqua e coperto da una patina viscida dava l’idea di nascondere dietro di se qualcosa di marcio e putrido.
Gli uomini guardarono in alto, verso una torretta, da cui facevano capolino varie figure incappucciate, che si attardavano a far entrare la carovana, fin tanto che una folata di vento più decisa non stese parzialmente lo stendardo fradicio che mostrava il segno inequivocabile: lo stemma degli Inquisitori.
Furono accolti da due frati che portavano il cappuccio del saio calato sul viso, mentre la pioggia fitta e sottile imbruniva ancora di più il tessuto grezzo e sudicio sopra le spalle incurvate. Si occuparono di mostrare all’inquisitore l’ingresso della struttura.
Tutta la congrega fu accompagnata in foresteria, tranne l’inquisitore, che richiese di conferire con il Padre Superiore, e per questo fu accompagnato lungo un corridoio freddo e buio, dove si affacciavano numerose celle, molte vuote concluse, ricordando che attualmente la comunità faceva appello di sette frati più la loro guida. La penultima cella ospitava un vecchio uomo, steso sopra un giaciglio di paglia: magro, cereo, la pelle tirata e disidratata, le prominenze ossee arrossate e le articolazioni congestionate.
Stava raggomitolato sotto una lercia coperta, questo mucchio d’ossa che sarebbe dovuto essere la colonna portante del convento. L’inquisitore si avvicinò al resto umano che sembrava vecchio come il Mondo: il fetore entrava nelle narici e si appiccicava nel naso come colla, sembrava che avesse consistenza propria, un misto di liquidi umani e alito di tomba. Quando scostò le coperte il vecchio si ritirò spaventato dal movimento rivolgendo verso l’inquisitore due occhi liquidi e tremolanti; nessuna scintilla di ragione si vedeva in quella nebbia grigia che faceva da porta alla mente. Il vecchio versava in condizioni di demenza ormai da tempo.
Capì che i fedeli discepoli a cui quest’uomo aveva insegnato la Parola di Dio lo avevano abbandonato, lasciando che morisse di stenti e incuria, solo, in una cella fredda, immerso nelle sue feci e nel suo delirio.
Mentre tornava indietro lungo il corridoio glabro l’inquisitore notava come la struttura versasse nel completo degrado, quasi fosse abitata da spettri; e proprio fantasmi sembravano i frati quando fece di nuovo ingresso in foresteria dove l’attendevano i suoi uomini. Le figure incappucciate si aggiravano ai margini della stanza, strette nei sai quasi volessero scomparirci dentro, silenziose e grigie.
Doveva pur essere stato scelto un successore al Padre Superiore, qualcosa doveva essere stato comunicato; cosa stavano facendo questi servi di Dio senza una guida, una luce, un capo stipite che regolasse le giornate di lavoro e preghiera?
Richiese l’attenzione dei frati che si radunarono stretti tra loro, lontano dagli intrusi: nonostante l’aspetto sfiorente del convento i servi di Dio che vi abitavano non sembravano deperiti, ma con maggiore attenzione si coglieva qualcosa di insalubre su quei volti, in quei corpi. Le dita dei piedi che spuntavano sotto i sai sembravano radici masticate da cani, molti presentavano lacerazioni fasciate da pezze putride, le gambe erano incurvate, incerte, gli addomi prominenti e globosi nonostante si intuisse la flaccidità delle membra sotto il vestiario. I volti erano rubizzi, ma di un rossore malsano: dal naso si diramavano corone di capillari rotti violacei; le teste glabre e squamate facevano da incasso ad occhietti luccicanti e furtivi.
L’inquisitore, che inizialmente aveva confuso la ritrosia della congrega per timore della sua figura si rese man mano conto che i frati non si mostravano affatto spaventati, ma cercavano solamente di nascondere il loro aspetto: ebbri di rhum avevano deliberatamente lasciato la retta via per trascorrere i propri giorni lontano da ogni regola di castità e rinuncia. In quegli sguardi l’inquisitore non colse il minimo cenno di vergogna per i segreti svelati, ma solo fastidio per la visita non desiderata.
Avrebbe fatto pagare a questi peccatori le loro debolezze; se per il loro Padre Superiore non restava ormai altro che pregare nel perdono divino, lui sarebbe stato in grado di cambiare con mano la situazione del convento; chi non avesse voluto mostrare il proprio pentimento sarebbe stato purificato con la tortura.
Avrebbe dovuto scrivere una missiva al Monsignore, raccontare ciò che aveva visto in quei frati, con il sesto senso che solo un inquisitore ha: la dissolutezza.
Mentre pensava ai suoi uomini e a chi avrebbe dato l’importante compito di eseguire il lungo viaggio, l’inquisitore si trovò a passeggiare sotto il porticato del chiostro. La luce era quasi inesistente nel tardo pomeriggio piovoso, e il Crocifisso al centro sembrava oltre modo traslucido sotto la pioggia.
Da dietro le spalle erano spigolose, ossute; si rese conto della raffigurazione inusuale della sofferenza di Cristo constatando che nessun drappo ornava i fianchi della statua, ma al contrario erano stati raffigurati lungo le cosce scarne strisce scure. Non ricordò niente riportato nelle sacre scritture che indicasse se il Messia avesse subito altre ferite oltre al costato e in fronte.
Nel frattempo l’inquisitore percorreva il chiostro, girando attorno alla Croce: la testa di Gesù era stata immortalata secondo un angolatura molto insolita: stava decentrata dall’asse maggiore della Croce, rovesciata all’indietro con la bocca aperta; dal basso gli occhi neanche si scorgevano. Nessun volto che perdonava l’umanità della sua crudeltà.
Nessuna ferita al costato veniva riportata , come non era possibile capire se in testa era presente la corona di spine a graffiare la sacra fronte; in compenso l’artista era stato dovizio di particolari nel raffigurare le membra cedevoli sotto il proprio peso. I polsi in cui erano conficcati i chiodi si trovavano parecchi centimetri più in alto rispetto al resto del braccio, che si apriva in larghi fori; le ginocchia quasi ripiegate.
I piedi.
L’inquisitore si soffermò sui piedi. Da sotto la pergola del chiostro quei piedi sembravano così realistici, così vivi, quasi si muovevano. La pioggia anche se non grossolana era fitta; poteva giocare scherzi alla vista.
L’inquisitore guardava quella strana rappresentazione di sofferenza con sempre maggior stupore e disagio. Si avvicinò lasciando che l’acqua gli inzuppasse i vestiti.
Si occorse allora, prima che sopraggiungesse la lucidità di ciò che stava osservando, che tra le piaghe dei piedi in cui stavano conficcati i chiodi si muovevano grosse larve, infastidite e forse morenti, dall’improvviso gelo dei giorni trascorsi.
Crocifisso nel chiostro del monastero stava un ragazzo, il ragazzo scomparso; sotto il tributo a non si sa quale Dio maligno si vedeva ancora una larga pozza di sangue e feci, che la pioggia stava lavando via.
Nonostante l’inquisitore fosse abbietto alla vista delle torture questa rappresentazione del Figlio di Dio turbò il suo animo più di quanto avrebbe mai confessato.
Tornò in refettorio, gli abiti gocciolanti e lo sguardo a terra; aveva paura di incontrare il volto di quei frati, che non erano più servi di Dio, ma servi di qualcosa di oscuro e terrificante. Quando alzò la testa incontrò nella penombra lo sguardo di questi esseri, che nel buio sogghignavano, sapendo ciò che lui aveva visto.
Si mise seduto coi suoi uomini, chiese una ciotola di zuppa; nulla in lui lasciava trapelare la paura che si faceva largo nel suo cuore. Non sarebbero più usciti da quel convento, lo sapeva come solo un inquisitore che ha sondato gli animi più depravati poteva sapere.
Un frate appoggiò una ciotola di brodo acquoso accanto al suo braccio, gli si accostò quanto bastava a sentire l’odore ripugnante dell’alito. Un alito carico di rhum.