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Ricordo i pomeriggi delle cicale
e l’odore della merenda calda fuori città.
Il cielo cambiava umore
come i foulard di mia nonna,
e il giorno scivolava lento,
senza scadenze,
senza sapere che il tempo passava.
Ero in un’altra casa,
con il mare color cioccolata
e un cane bianco dalle macchie nere.
Quelle domeniche sbucavano dal nulla,
come il pane e le castagne fuori stagione,
e io, senza saperlo,
avevo già tutto.
Le scarpe sempre slacciate,
una briciola di pane sulle labbra,
le ginocchia sporche di fango.
Le stagioni passavano in fretta,
senza volto e senza voce,
mentre mio padre guidava al tramonto
verso un posto che non ricordo.
Non sapevo nulla del dolore,
delle assenze,
di quello che la vita si sarebbe preso.
Ero lì, dentro le cose,
senza domandarmi quanto sarebbe durato.
Forse era questo
essere stati felici senza saperlo.
Adesso le parole se ne vanno
o si rincorrono verso nessuna direzione.
Resta la carne,
la paura antica che mi attraversa,
qualcosa che viene da lontano
e che ancora non so chiamare.
A volte basta un odore,
una luce che muore dietro una curva,
il ricordo di quel cane
e di una casa che non è più la mia.
E torno spesso a quei giorni
in cui bastava poco,
quasi niente,
per avere il mondo intero dentro.
Forse è questo che rimane:
la dolcezza delle cose qualunque,
il bene che non sapevamo di avere,
la fortuna indecente
di essere stati felici
senza saperlo.
G.L. 2024