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E vorrei strapparmi qualcosa di dosso, come se potessi cambiare la voce con cui parlo: un prurito insaziabile capace di precludermi qualsiasi possibilità di esistere nei momenti futuri.
Le prossime ore saranno quelle che più odio: avranno l’assurda franchezza d’un bambino e l’ignobile indolenza dei vecchi. Attraversarle è come accettare di non possedersi per qualche tempo, precludersi alla vita e consegnarsi all’odio, oppure all’espiazione incondizionata di una colpa generica di cui non si conoscono né l’origine né la misura.
E queste ore arrivano sempre nella più sconfortante delle solitudini: quella in cui la presenza degli altri potrebbe davvero essere l’unica e concreta soluzione.
E invece la solitudine si presenta come una condanna senza causa, un supplizio che, per una qualche forma distorta d’amor proprio, sembra provenire da un luogo che ancora non so nominare.
Sarebbero molte le cose con cui potrei placare queste ore prima ancora che comincino. Eppure m’impunto e sbraito che non ho voglia di giustificare ancora ciò che – a fatica – credo di essere riuscito almeno in parte a spiegare. Non per indolenza o superbia, ma per la più pragmatica paura di rimestare una coscienza già abbastanza labile.
E nonostante tutto questo alla fine mi arrendo, e mi convinco che, se dovesse servire, dirò che è colpa della vita, del cosmo, del caso, di Dio. Li rimprovererò tutti pur di potermi acquietare per qualche istante dentro le mie inconsolabili fluttuazioni.
Ma è inutile ascoltarsi da fuori quando quello che ti urla si trova dentro: non esiste rimostranza più sincera di quella che finisce per rivolgersi contro la propria narrazione; non c’è accusa che, insistendo sempre nello stesso punto, non torni infine verso chi la pronuncia.
E forse è proprio questo il problema: far finta di cercare una causa dentro di me abbastanza grande da giustificare ciò che sento, perché sarebbe più semplice sopportare una condanna se sapessi che l'ho emessa io.
Ma non c’è nessun giudice, nessuna colpa precisa, nessuna sentenza. Non c’è niente.
Rimangono soltanto le ore da attraversare e, alla fine, un unico sentimento: la pietà verso se stessi.
E quella – la pietà – è un lusso bizzarro che solo il più infido e feroce degli esseri poteva inventare.