Mi sono domandata: da dove inizio per farvi capire come si scivola in questo baratro nero e quanto sia difficile uscirne? Alcune riescono, poche, mentre la maggior parte rimangono dentro con la loro fame atavica di guadagni facili.
E’ un mondo di disperazione ma placcato d’oro, dove ti viene offerto, da un bravo illusionista, un semplice orgasmo a pagamento.
Vestiti, accessori tutti firmati, macchine di lusso, sorrisi falsi e miraggio dell’amore mischiato all’odore delle banconote.
I meccanismi che ti spingono, per poi trattenerti dentro, sono complessi e difficili da capire.
Io, non avrei mai pensato di diventare una escort. Vedevo il mondo come un posto al sole, molto idealistico. Classico Acquario, il sognatore che desidera ribaltare e cambiare l’Universo, in pratica incapace di cambiare se stesso e migliorare la propria vita.
Gli ingranaggi che muovono questo mondo sono una centrifuga che gira ad alta velocità e noi, le trottole spinte dentro con tutto il potere della forza centripeta.
Gli psicologi dicono che le prostitute non scelgono liberamente di prostituirsi.
Una visione limitata e preconcetta. La realtà è un'altra. Accanto a donne sfruttate e schiavizzate ci sono donne che rivendicano il diritto di guadagnarsi da vivere come vogliono.
La tesi che le prostitute non siano libere è vera per molte, ma sicuramente falsa per tante altre.
La psicoterapeuta Serenella Salomini ha realizzato quattro cento interviste telefoniche a prostitute a domicilio, ovvero le ragazze loft, e risultava non solo che erano tutte prostitute per scelta ma, che tante erano soddisfatte del proprio lavoro.
Ci sono anche quelli che pensano che abbiamo subito grossi traumi. Studi, ricerche, pareri.
Io, la prima volta che l’ho fatto mi sono sentita vendicata nei confronti di tutti gli uomini che hanno approfittato di me sul piano affettivo per poi sbarazzarsene senza alcun rimpianto.
Il telefono suona ancora e ancora, ti senti sicura, sexy, il conto in banca aumenta, cosa vuoi di più dalla vita?
Man mano diventa impossibile avere una vera relazione, tutto gira intorno al rate e l’amore appare inutile come un vestito fuori moda.
Vivendo in questo mondo, tutto particolare, capisci che gli uomini siano una sottospecie guidata dai più primitivi istinti. Sono incapaci di un amore per sempre. Tutti tradiscono, e prima o poi le corna spunteranno da farti sembrare la renna di Babbo Natale.
Cosa dovresti fare? Tradire anche tu? Certo, tutto ciò non può essere la scusa per darti il diritto di vivere così, ma la linea che separa bene e male, giusto o ingiusto, è talmente sottile che a volte basta un passo, un solo passo, per ritrovarti dalla parte sbagliata.
Adesso preparatevi,comodi nelle vostre poltrone!
Benvenuti nel mondo delle escort! Un mondo di cui tanti si servono ma che fingono di non conoscere.
Belle, colte e soprattutto costose.
Negli ultimi tempi esse hanno invaso le televisioni per rispondere alle domande dei moderatori.
Il libro Escort life di Grazia Visconti si è esaurito in tre mesi, la storia di Patrizia D’Addario, Gradisca presidente, ha incitato non solo l’Italia intera ma anche la fantasia di Quintine Tarantino.
Dall’altra parte dell’oceano, Natalie McLennan vive il successo del suo The price; My rise and fall as Natalia.
Perché tanta attenzione?
Cosa fa sembrare il mondo delle escort cosi diverso, affascinante, in fondo è pieno di donne che offrono il proprio corpo in cambio di una cena, un provino, un appartamento, pur non essendo professioniste.
Forse è tutto dovuto al semplice fatto che anche se abbiamo raggiunto la luna, abbiamo problemi a discutere sul sesso, argomento che ancora oggi, rimane un tabù.
Tutto ciò perché non siamo ancora riusciti a liberare il nostro pregiudizio .
CAPITOLO 1
La vita è una perpetua discesa nella fossa immonda dei nostri vizi
Ho detto che mi chiamo Margot, bravissimi, avete già indovinato: é un nome di fantasia, ma nel mondo delle escort realtà e fantasia si confondono al punto che non sai più chi sei veramente.
Sono Margot e sono nata in Romania ai tempi della gloriosa dittatura. Di quel periodo mi sono rimasti impressi nella memoria il sapore del cibo, il profumo della campagna, il forte odore di terra, frutti e ortaggi, escrementi di animali, latte fresco appena munto, il canto del gallo che sostituiva l’orologio e le uova alla coque che mia mamma preparava a colazione e che non mi sono mai piaciute.
In famiglia mio padre aveva il controllo assoluto perché era quello che portava i soldi in casa, mentre mamma coltivava la terra, allevava le galline, sbrigava le faccende e badava alla mia educazione.
Nella loro modesta cultura i miei genitori, con la sola licenza elementare, avevano capito che l’unica via per una vita migliore era l’istruzione. Per questo mia madre si è presa l’impegno di curare la mia educazione scolastica.
Da piccola ero una bambina ribelle e scontrosa, e quando non sapeva più come domarmi, mamma prendeva la frusta per darmi una lezione memorabile..
Nel settimo anno della mia vita sono andata a scuola.
Lo ricorderò sempre: era il 15 settembre, l’inizio dell’anno scolastico. Sono uscita di casa con uno zaino di cartone sulle spalle (era il meno costoso al mercato ) e guardandomi fissa negli occhi mamma ha detto: «se non sarai brava, finirai a zappare la terra». Non avevo ben capito che era una dichiarazione di guerra.
Mi ha seguito passo dopo passo, senza risparmiarmi “correzioni” quando i miei voti scolastici non corrispondevano alle sue aspettative. A me, per fortuna, piaceva studiare, anche perché la prospettiva di zappare la terra non mi sembrava affatto allettante. In quasi tutte le materie avevo il massimo dei voti e questo rendeva molto orgogliosa mia madre, che ogni fine anno si trovava in prima fila nella Casa culturale del paese dove si festeggiava in maniera del tutto particolare. Per primo parlava il preside della scuola, che non smetteva mai di sciorinare i benefici portati dal regime comunista all’istruzione, e poi seguiva un piccolo spettacolo preparato a lungo da allievi ed insegnanti. Lo spettacolo iniziava con un coro che non cantava altro che odi dedicate al partito e al suo capo Nicolae Ceauşescu. Nella pausa tra le due odi, un bambino recitava una poesia sempre dedicata al partito, patria e compagno Ceauşescu.
Sembra strano ma all’epoca ci credevamo.
Mio padre odiava i comunisti, invece mia madre mi spiegava quanto ero fortunata a vivere in quell’epoca e ad avere accesso all’istruzione gratuita. Aveva ragione! Nella scuola del paese ho iniziato a imparare le lingue straniere, materie che trovavo deliziose, e dopo molti anni di studio mi sono ritrovata a parlare francese ed inglese ad un ottimo livello. Non era così male e mettevo tutta l’anima nelle poesie in cui esprimevo il mio amore per la patria, il partito comunista e l’amatissimo Segretario generale. Visto il mio talento, nelle medie l’insegnante di lingua e letteratura rumena decise di nominarmi presidente del Circolo letterario scolastico.
Diciamo che questo fu l’inizio di un lungo percorso letterario in cui ho scritto di tutto: poesie, prosa, racconti. Ho partecipato a tanti concorsi e sono stata anche gratificata con qualche premio importante.
Al liceo iniziai a mercanteggiare con le mie opere e mi sentivo una vera donna d’affari. Le colleghe facevano la fila e si prenotavano per avere una lettera scritta da me che veniva poi spedita al loro fidanzato. Scrivevo in cambio di cioccolatini, dentifricio, deodorante e cose varie, raramente per soldi.
Quando finii le medie nel mio paesino di campagna mi iscrissi al liceo. Ero stata ammessa ad uno abbastanza famoso per i suoi bravi insegnanti e la rigida istruzione. Le divise erano uniche, sembravamo dei cadetti dell’Accademia militare, ed ero molto fiera di sfilare per la città vestita cosi. La gente mi guardava e pensava: questa ragazza è una secchiona. Non so perché oggi il termine secchiona abbia un senso sarcastico, a me piaceva tanto, lo consideravo un complimento che mi esaltava.
Ma tanto del mio mondo di allora era diverso da quello attuale. La nostra classe, ad esempio era divisa in gruppi, ma la divisione si faceva in base ai risultati scolastici, mentre oggi i criteri sono ben diversi…
I secchioni più secchioni formavano il gruppo d’élite che occupava le prime file, vicino agli insegnanti e si scambiavano tra loro, in base al bisogno, le loro conoscenze. Seguiva un gruppo medio, e poi gli ultimi quelli con i risultati bassi che non veniva mai accettato e coinvolto nelle attività del primo gruppo. Io facevo parte del primo, le mie specialità erano la letteratura, lingue straniere e filosofia. Non mi piaceva la matematica, e riconosco con tutta sincerità che rischiavo quasi sempre la bocciatura.
A parte questo liceo che aveva mantenuto le divise di vecchia data anche nel regime comunista, tutte le altre divise erano uguali: un tubino blu che doveva essere rigorosamente sotto il ginocchio e una camicetta azzurra. Le calze color carne, quaranta den e le scarpe con tacco basso,chiuse davanti, potevano essere nere o marrone scuro. In testa era assolutamente obbligatorio mettere una bandana bianca e raccogliere i capelli in una o due treccine oppure una coda di cavallo. Sulla manica sinistra cucita a metà braccio c’era un badge in stoffa nera su cui era scritto in giallo il nome del liceo e poi un numero di identificazione. Eh, si! Mi ricordo perfettamente il mio: era 565.
Guardando oggi la Romania divisa tra poveri molto poveri e ricchi molto ricchi penso che per noi le divise siano state una benedizione.
Le figlie dei nuovi ricchi, viziate e schizzinose, denominate in rumeno “FIZE” , girano con borsette firmate mentre quelle dei poveri operai vestono cinese o, peggio ancora, fanno shopping nei numerosi negozi Secondamano che vendono roba vecchia importata dall’occidente. Mi rendo bene conto di quanto debba essere duro per un’adolescente combattere e resistere in questa società. Potrebbe essere uno dei motivi per cui visti da fuori i rumeni sembrano un popolo di puttane, maniaci e delinquenti, attività illecite praticate per poter godere di alcune briciole del benessere occidentale.
Le società capitaliste tradizionali hanno sviluppato i loro meccanismi in un tempo piuttosto lungo, cominciando dalle rivoluzioni borghesi, quando si é affermata la produzione capitalistica fino ad oggi. Invece, i paesi dell’ex blocco comunista sono stati travolti e schiacciati da un meccanismo sconosciuto. Abbiamo corso faticosamente contro corrente provando a cambiare un intero sistema nell’arco di 20 anni. Siamo riusciti a diventare capitalisti?
Non aspettate una risposta da me, io faccio solo un’indagine, una radiografia a livello umano e sopratutto provo a scavare nel profondo della mia coscienza per capire quando, come e per quale motivo è iniziata la mia caduta nell’inferno.
Ritornando all’argomento delle divise, capisco che per voi leggere queste cose a distanza di oltre due decenni dalla caduta del Muro può sembrare inverosimile, ma vi assicuro che era tutto normale. Non conoscevamo un'altra realtà. Il cioccolato fondente é il mio preferito ma prima di capirlo ho dovuto assaggiarne vari tipi.
Conciati così andavamo a scuola ed avevamo sogni e sentimenti come gli adolescenti occidentali: letterine, fiori, primo bacio, primo innamoramento, primo addio, insomma tutto il contorno della gioventù. La meta di tutti: aggiudicarsi un posto all’Università. I concorsi erano difficili e sempre a numero chiuso, insomma tutto programmato e deciso dal partito comunista. Le facoltà più gettonate erano medicina e farmacia, dove un candidato meno brillante si presentava al concorso anche per sei, sette anni di fila. Al secondo posto c’era il Politecnico, un ingegnere faceva sempre bella figura, e la maggior parte dei posti di lavoro erano nelle grande città dove la megalomania di Ceauşescu aveva fondato industrie per niente competitive sul mercato estero. Ma a noi non importava niente della competitività occidentale, il nostro mondo era quello, ed era attraente. L’ingegnere aveva diritto a un bell’appartamento per lui e la sua famiglia; doveva solo fare la domanda e al resto ci pensava lo Stato. In poche parole, dovevi darti da fare per laurearti, poi eri al sicuro perché anche al posto di lavoro pensava il partito: ti veniva consegnato e non dovevi andare in giro con il curriculum in mano bussando a tutte le porte. Quindi stipendio buono, casa e niente richieste di competitività, bastava obbedire alle regole del partito.
Queste erano le facoltà al top, meno richieste quelle che preparavano i futuri insegnanti dato che a loro toccava uno stage obbligatorio di tre anni in campagna. La politica comunista diceva: diritto all’istruzione gratuita uguale per tutti; così un bambino che viveva sul cocuzzolo della montagna doveva ricevere la stessa educazione del suo collega di Bucarest. Ho sempre creduto che fosse una politica giusta e ne sono ancora convinta. Tre anni in campagna, non erano poi una tale catastrofe .
Ad ogni buon conto, gli insegnanti non godevano della stessa reputazione di medici e ingegneri. Si era sviluppato, poi, un sistema d’istruzione parallelo, in cui i professori intascavano cifre da capogiro per le lezioni private. Prepararsi col docente X o Y era quasi una garanzia di successo. E non solo questo, in linea con queste gerarchie, si era anche instaurato un sistema matrimoniale del tutto particolare: un laureato difficilmente sposava un operaio, il partito predicava sempre l’uguaglianza ma la società era molto segregata. Mi ricordo un caso di cronaca: uno strumentista di una famosa orchestra sinfonica aveva sposato per amore una ragazza, tecnico di laboratorio, quindi solo diplomata. In Romania anche oggi tutti gli strumentisti sono laureati presso L’Università di Arte. I colleghi spettegolarono per quasi un anno: come si fa a sposare una senza laurea, che vergogna!
I matrimoni funzionavano cosi: i ragazzi del Politecnico cercavano le coetanee future insegnanti perché avrebbero avuto più tempo per cucinare, stirare, e prendersi cura della famiglia . Le ragazze accettavano volenterose, si aggiudicavano un marito ben stipendiato e la vita in una grande città. Il non plus-ultra. I medici di solito, si sposavano tra loro,solo interessi di famiglia, del partito o un amore davvero travolgente giustificavano uno strappo alla regola. Era tutto prestabilito, niente accadeva per caso;le ragazze si divertivano con tutti ma quando si trattava di matrimonio la strada era quella, e la stessa la percorsi anch’ io.
Gran parte della mia infanzia la trascorsi con i nonni materni. Erano le persone più belle del mondo. Abitavano in una casetta nella zona collinare vicino al bosco. Adoravo quella casa, sempre pulita e con un intenso odore di legno fresco. Mia nonna amava i fiori così tanto che dal primo bucaneve ai crisantemi tardivi il suo giardino era sempre fiorito. E’ stato lì che ho iniziato ad osservare i fiori, ed essi mi hanno trasmesso il senso della bellezza attraverso i loro profumi. Il bucaneve sembrava un pioniere, si azzardava da sempre nella difficile impresa di essere il primo ad annunciare la primavera. Quando la sua testina spuntava fuori dalla neve sapevo che l’inverno stava per finire. Una grande gioia anche se l’inverno è la mia stagione preferita. Con la prima neve tutto diventava bianco e pulito, anche le strade polverose di campagna assumevano un’aria malinconica e romantica. Coperto di bianco, l’intero villaggio sembrava un quadro di Sisley. Nell’atmosfera surreale di un paesaggio statico e addormentato, persino la gente sembrava di neve. Più avanti questo quadro divenne un dolce e nostalgico ricordo. La vita è passata come un bulldozer schiacciando tutto, sogni compresi, e l’inverno di Sisley l’ ho potuto ammirare solo al Musée D’Orsay.
Credo che i fiori parlino un linguaggio criptato che noi per indifferenza, ignoranza e mancanza di sensibilità non riusciamo più a sentire e capire. Siamo frenetici e indifferenti, assorbiti dall’allucinante desiderio di raggiungere carriere impossibili e guadagni stratosferici, e così abbiamo smesso di guardare la luna, incantati da qualche show televisivo, e lo spettacolo di un tramonto raramente ci toglie il respiro mentre torniamo a casa dal lavoro su un’ autostrada affollata . Il filosofo rumeno Noica diceva: viviamo in un mondo contestuale senza testo.
Mi ricordo molti anni fa, in Romania, la storia di un ingegnere agrario che curava con tanto amore i suoi alberi e quando passava sotto le loro chiome queste chinavano i loro rami in segno di rispetto. I più consideravano questa storia una semplice fantasticheria. Ma non è frutto della fantasia il considerare le piante esseri viventi come noi , e si è persino dimostrato che la registrazione delle correnti superficiali nelle piante non stressate evidenzia un’evoluzione ciclica assomigliante alle correnti cerebrali umane. Nel momento dell’aggressione le biocorrenti s’intensificano in maniera parossistica al punto da poter essere paragonate a un grido di aiuto.
Credo che il nostro pianeta sia continuamente scosso dal grido muto delle piante ferite.
Dopo il bucaneve nel giardino della nonna appariva il giacinto, fiore robusto il cui profumo penetra intensamente le narici, fino a farti respirare il mito della sua nascita. Ovidio narra che Zefiro e Apollo erano attratti dalla folgorante bellezza di Giacinto il quale ricambiò l’amore di Apollo. Un giorno che i due amanti stavano gareggiando nel lancio del disco, Zefiro, roso dalla gelosia, soffiò forte sul disco di Apollo, che colpì Giacinto alla testa. Dal suo sangue Apollo fece crescere un fiore.
Un profumo che mi stordisce per la sua potenza evocatrice è il mughetto. Nel giardino della nonna questi fiori mancavano ed insieme al nonno andavo a raccoglierli nel bosco: l’odore era quello della rinascita, della conquista, la vittoria della vita in tutte le sue forme. Poi fiorivano i narcisi dalle tante genesi mitologiche. Fiori che però mi trasmettevano solo la loro inutile perfezione. Oggi potrei paragonarli alle modelle delle sfilate; belle ma con un senso di vuoto nel volto , una tristezza appena percettibile, forzate tutte nello stesso fisico che pagano con una comune mancanza di espressione.
Le calendule fiorivano all’inizio dell’estate fino al tardo autunno. La nonnina le raccoglieva e le conservava per poi utilizzarle nella cura di vari malanni. Questa antica medicina fai da te a volte funzionava: per esempio, le tisane di calendula avevano un buon potere disinfettante, un infuso di prezzemolo guariva i brufoli, un decotto di corteccia di quercia arrestava la diarrea, ma il più delle volte eravamo costretti a rivolgerci al medico. Tutti gli esseri viventi a casa della nonna dovevano provare i suoi preparati galenici.
In piena estate fiorivano gli Iris, fiori robusti e fragili che per questo loro stridente contrasto suscitavano in me una forte emozione. Sono ancora i miei preferiti. Effimera metafora della pertinacia e della fragilità della vita umana.
In tardo autunno fiorivano i crisantemi, ma non le varietà migliorate geneticamente che si possono comperare oggi al supermercato o dal fioraio; quelli della nonna avevano i fiori piccoli e rimanevano vivi anche dopo la prima brina; odoravano di fresco, di inverno, un odore che mi ricorderà sempre mia nonna. Oggi sono quasi in estinzione e raramente camminando per le strade della città, in autunno, mi capita di incontrare qualche vecchia che me ne porge un mazzo. Li compro pagandoli più di quanto mi chiede. Mi sembra che la vita torni indietro ai tempi dell’infanzia e sento ancora l’odore dell’inverno e del cibo genuino preparato in casa della nonna: quanto mi sembravano buoni i funghi con la polenta, un gusto indimenticabile, un sapore sublime mai ritrovato, così come non ho più ritrovato il gusto della vita passata.
Quello che faceva di mia nonna una persona del tutto particolare era certamente la sua infinita fede in Dio. Nella mia vita non mi è capitato mai di incontrare una persona così religiosa. Eravamo tutti cristiani ortodossi, ma lei era anche praticante e non si poteva sfuggire alle regole della chiesa. Mio padre era quasi ateo, non ne voleva sapere né di Dio né delle chiese, e considerava i preti degli opportunisti che facevano la bella vita sulle spalle della povera gente. In famiglia era l’unico che non andava mai in chiesa, mia madre ci andava ogni tanto, e visto l’andazzo, la nonna decise di occuparsi personalmente della mia educazione religiosa con una sollecitudine non comune. Non dovevo diventare una pagana come mio padre. E così fu. Mi ha fatto conoscere la Bibbia, facendomi imparare a memoria interi passi. Tutte le domeniche mi portava in chiesa. Non mi piaceva affatto passare la mattina tra vecchie rimbambite e fumo di candele. Tornavo sempre stanca e nauseata ma pensavo che quello fosse il prezzo da pagare per essere in buoni rapporti con Dio. Purtroppo col passare del tempo ho capito che Dio non ha alcun tipo di rapporto con nessuno.
Il sacrificio della domenica era niente in confronto alle quaresime. Ogni anno la chiesa ortodossa prescrive quattro periodi: la Quaresima della natività di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne e che va dal 15 novembre al 24 dicembre compresi. Durante questo periodo c’è il digiuno stretto il mercoledì, il venerdì e per la Vigilia di Natale. Vi è poi la grande Quaresima della Pasqua, la Quaresima dei Santi Apostoli, la Quaresima della dormizione dal 1 al 14 di agosto.
Durante la festa di esaltazione della Santa Croce il 14 settembre c’è il digiuno stretto e il divieto di mangiare frutta di colore scuro: prugne, uva rossa e nera, noci.
Nella religione ortodossa digiuno stretto significa astinenza dal cibo dalla mattina alla sera fino al tramonto del sole.
L’ultima domenica prima dell’inizio della Quaresima si mangiava pesce che non era mai fresco ma surgelato o ancora peggio conservato sotto sale. Io odiavo il pesce, trovavo il suo odore molto sgradevole ed è ancora così.
Da piccola non avevo un buon rapporto con il cibo, e credo che più del settanta per cento delle nostre pietanze non mi piacessero, ma devo anche dire che tutta la famiglia non sembrava particolarmente interessata a questa cosa. . Solo la nonna mi lasciava la scelta: pesce oppure un piatto vegetariano che io preferivo di gran lunga. D’inverno mi preparava funghi, riso, zuppe e pane fatto in casa. In primavera andavamo a raccogliere le ortiche. Nonna le lavava e preparava una zuppa e una passata di ortiche bollite e condite con aglio e olio. Credo che la passata fosse una sua invenzione, non brevettata, perché nessun altro la preparava, tanto meno mia madre che la trovava addirittura schifosa. Devo riconoscere che non era tanto buona, ma era comunque meglio di altri cibi. Le ortiche nella zuppa, anche se bollite, rimanevano pungenti, ma la nonna diceva che le dovevamo assolutamente mangiare, perché pulivano il sangue e correggevano l’anemia. Come se non bastasse, con le ortiche preparava pure una tisana che dovevamo sorbirci ogni giorno, almeno due bicchieri.
Più avanti i miei studi di biologia hanno confermato che aveva ragione: non so come facesse a sapere tutto questo, ma la sua alimentazione era più corretta ed equilibrata di quella di un nutrizionista moderno. Mia nonna non è mai stata in sovrappeso; era alta, magra, di carnagione scura e aveva gli occhi verdi.
L’ultima domenica prima dell’inizio della Quaresima tirava fuori coltelli, cucchiai, forchette, piatti, pentole e tutta l’attrezzatura della cucina che veniva lavata con cenere e poi bollita per eliminare ogni traccia di cibo vietato.
Una settimana prima di Natale i contadini sgozzavano i maiali, e mio nonno non faceva eccezione. Uno spettacolo assolutamente straziante. Non l’ho mai sopportato e fino a che il povero animale non spirava mi tappavo le orecchie per non sentire lo stridore delle sue grida.. Una volta morto veniva messo su un fuoco di paglia per intenerirne la pelle e bruciarne il pelo, dopodicchè veniva lavato, pulito e alla fine macellato. Come si sa, non si buttava nulla.
La lavorazione del maiale era in gran parte un lavoro da maschi, mentre le donne in casa iniziavano a fare i dolci. Come d’abitudine si preparavano dei deliziosi cozonaci e minimo otto tipi di pasticcini. Alla Vigilia i bambini cantavano in ogni casa, le colinde , e venivano ricompensati con dolci e soldini.
Era questo il periodo più bello dell’anno .
Nella Romania di oggi, le donne convertite al capitalismo non preparano più niente, dappertutto trovi pasticcini comperati a Kaufland, Carrefour e altri supermercati con nomi difficili da pronunciare. Sembra che sia passato un secolo da allora e io mi sento una vecchia che parla di tempi irrimediabilmente perduti.
Mia madre prepara ancora oggi cozonaci, l’unico dolce che io mangi.
La Romania ha perso tanto della sua identità: la gente sembra non ricordare più le nostre torte, le placinte, e tutte quelle bontà che facevano parte dalla nostra tradizione.
Oggi in pasticceria si mangiano tiramisù, profiterol e babà, uguale, quest’ultimo, a un nostro pasticcino chiamato savarina, ma mangiare babà é più en vogue, é più da ...”fize”! .
E’ impressionante come un popolo possa cambiare così tanto in così poco tempo.
Per la Vigilia di Natale veniva preparata una torta particolare chiamata “Le camicie di Cristo”, il cui impasto era fatto con farina di grano tenero, acqua e lievito, poi lavorato e cotto sopra il forno a legna. Assomigliava alle piadine italiane ma leggermente più sottile. Le turte messe una sopra l’altra, massimo dieci pezzi, venivano riempite sia con semi di lino(julfa) sia con noci. I semi di lino erano lavorati in maniera molto elaborata, ma data la loro tossicità mi facevano star male e perciò preferivo il ripieno di noci bagnate con uno sciroppo a base di miele. Lo si mangiava la sera, dopo una giornata di digiuno totale.
La mattina del venticinque andavamo in chiesa e una volta tornati a casa potevamo finalmente riempirci lo stomaco con tutti i cibi vietati dalla religione.
Il Natale aveva un fascino particolare, c’era nell’aria una gioia immensa.
Oggi in Romania il giorno della vigilia si va al supermercato, le facce sono inespressive, si butta nel carrello vino, possibilmente in offerta, salmone affumicato, panettone preparato sei mesi prima, qualche torta o, nei casi più fortunati, si mangia al ristorante.
Il Natale ha perso anche per noi la sua dimensione spirituale ed è solo una grossa operazione commerciale: biglietti per Seychelles, Maldive, gioielli, diamanti, profumi, a seconda delle tasche.
Tutti gli insegnamenti di mia nonna erano come un codice da osservare diligentemente; non andavo mai a letto senza dire la preghiera e facevo del mio meglio per non sgarrare dalle regole, per non far arrabbiare Dio e così attirare su di me la sua ira. . Come potevo sapere allora che ero già stata condannata? Ero solo una bambina di campagna, fiduciosa e convinta che Dio sapesse quello che faceva e sopratutto che non mi avrebbe mai abbandonata.
Ma per me Dio ha avuto solo il volto di una presenza minacciosa che pretendeva tutto senza dare niente in cambio. Le mie preghiere si sono perse nel baratro di un’ illusione, nemmeno una è stata esaudita. Col passar del tempo il mio rapporto con Dio si è degradato al punto che l’ho semplicemente rifiutato.
Questo amareggiava mia nonna che dava la colpa all’ereditarietà: assomigliavo a mio padre, avevo sangue cattivo e niente sarebbe andato per il verso giusto. Devo riconoscere che ha avuto ragione, ma non so se c’entri il mio sangue.
La vita nel mio villaggio era molto tranquilla e seguiva i cicli stagionali.
L’inverno rappresentava per i contadini il periodo di riposo, mangiavano bene e bevevano vino prodotto da loro. Nelle distillerie del villaggio si otteneva la grappa (palinca), con una concentrazione alcolica del sessanta per cento! Visinata invece era un liquore tipico rumeno che si preparava per le feste e per gli ospiti.
Negli anni ottanta il regime comunista decise la chiusura delle distillerie artigianali, dopo di che i contadini inventarono un metodo per la distillazione fai da te, in cui ognuno dava il proprio contributo scientifico e pratico. La verità è che siamo un popolo fantasioso, ma in quel periodo la fantasia serviva per sopravvivere.
La primavera era la stagione più drammatica perché le riserve finivano e dovevamo aspettare i primi ortaggi, le patate novelle e così via. Era un periodo di magra.
La mia famiglia non patì mai la fame nemmeno nei tempi più brutti della dittatura. Mamma aveva messo in piedi un commercio illecito di carne, olio, zucchero, caffè, sapone e addirittura detersivi e carta igienica. Io invece mercanteggiavo con i colleghi arabi per avere i deodoranti marca Fa o Printemps che si trovavano solo nei negozi per stranieri chiamati shop. In questi negozi noi rumeni non avevamo accesso perché detenere valuta straniera era assolutamente vietato, addirittura un reato.
Dalla primavera all’autunno i contadini lavoravano sodo, non per loro, ma per le fattorie collettive.
Una volta preso il potere, il Partito Comunista nel 1948 bocciò la riforma agraria a favore della fattoria sovietica. La conseguenza fu la collettivizzazione forzata: nessun contadino ricco intendeva cedere la propria terra volontariamente, perciò venivano “convinti” con la forza, arrestati o deportati. Nacquero le CAP (cooperative agricole di produzione) e così in questo sistema perverso loro sudavano sulle terre che non gli appartenevano più.
Nella Romania di oggi un pensionato CAP percepisce la ridicola pensione di dieci euro mensili.
Alla famiglia di mio padre vennero sottratte grandi superfici di terra, ed era questo uno dei motivi per i quali non poteva sopportare i comunisti.
Col passar del tempo i contadini oramai rassegnati lavoravano per poi tornare a rubare i raccolti appartenenti allo stato.
Questa mentalità si era estesa a macchia d’olio, tanto che nell’intera società si rubava di tutto, persino i bulloni, che subito dopo la Rivoluzione erano diventati la merce più ricercata in Turchia. La carne del commercio illecito di mia mamma era rubata nelle macellazioni e la zia barista forniva caffè e cioccolato al miele di produzione cinese.
In autunno con il vino novello si celebravano i matrimoni che duravano due giorni. La gente per bene era lì da sempre, ogni tanto qualcuno moriva e il prete, anche lui da sempre nel villaggio, andava a seppellirlo.
Nella religione ortodossa il rituale della sepoltura è molto complicato; il prete accompagna la bara e il corteo funebre dalla casa del defunto al cimitero, recitando una messa con dodici soste considerate altrettanti ponti verso la vita eterna. Ad ogni ponte vengono dati come doni asciugamani, coperte, fazzoletti, ceri, una moneta e una treccia di grano. Prima della sepoltura, a chi ha scavato la fossa viene donata una gallina nera, un simbolismo di cui ho sempre ignorato il senso.
Anche l’infermiere del villaggio era sempre lo stesso, molto disponibile e simpatico sembrava Matusalemme, lo conoscevo da piccola e lo ricordavo vecchio già allora.
Ma anche se io ricordavo tutti vecchi, i contadini partecipavano in modo attivo alla vita del villaggio. Era tutto pulito e ordinato e ognuno di loro piantava diversi alberi, piante e fiori, davanti alla propria casa.
Oggi il villaggio é stanco e vecchio. Nel campo un tempo erboso dove andavo con i miei cugini a pascolare le mucche, oggi c’é un’immensa discarica puzzolente con l’immondizia della città. Dappertutto trovi bar e negozi alimentari pieni di roba poco costosa e contraffatta. Mia madre mi dice che il villaggio si è spopolato: i giovani sono andati quasi tutti all’estero, e le donne, anche quelle di una certa età, hanno lasciato i mariti - che se la spassano nei bar con la palinca - per fare le colf in Italia.
L’emigrazione é diventato un fenomeno nazionale che ha colpito anche i villaggi più sperduti.
“Gli italiani”, come vengono chiamati in modo ironico quelli emigrati in Italia , tornano per poco e importano un tipo di civiltà che non corrisponde a nessuna abitudine rumena.
Oggi non si beve più visinata ma limoncello e whisky, si mangia pasta alla carbonara, lasagne, e non si preparano quasi più le nostre deliziose sarmale .
Questa è la nuova società formata da sradicati con pretese da capitalisti e anziani che aspettano la loro misera pensione. Come negare che tutto ciò suscita in me un forte sentimento di malinconia e solitudine.
Il villaggio é diventato un universo guasto in cui le tradizioni stanno scomparendo in silenzio. Il capitalismo è arrivato come un uragano polverizzando tutto. Siamo diventati la discarica degli occidentali e degli orientali.
Storie di una emigrante testo di Marie Vrânceanu