Percorrevo in auto la strada che mi riportava a casa.
Era passato tanto tempo e non vedevo l'ora di ciarlare a ruota libera con mia madre. Avevo acquistato da poco un bel paio di scarpe in pelle, di marca e scontate. Le sarebbero piaciute di sicuro, e le avrei proposto di venire con me il giorno dopo a scandagliare meglio il negozio.
Sapevo bene che nel suo armadio non c'era più spazio, ma un paio di belle scarpe si sa servono sempre.
Una scusa insomma per stare un po' insieme. Dal finestrino il panorama si colorava di primavera, e finalmente saremo andati a cercare asparagi fare belle passeggiate pomeridiane e scivolare piano piano verso l'estate, che ci avrebbe visti tutti accoccolati sui "nostri" scogli come trichechi pacifici e stanchi di nulla.
Infatti, poco dopo, la panoramica cadeva dal verde della macchia, all'immenso mozzafiato tappeto blu del mare nostro.
Sul viso mi si dipinse immediatamente lo stupore e il sorriso di chi sarebbe stato per tanti giorni libero dal lavoro, e pieno di energia da usare per star bene. Mio padre avrebbe approntato i fucili da pesca, e avremmo mangiato tanto pesce cucinato da mamma; un po' di cozze per la pasta e via così.
Mi fermai al parcheggio panoramico per sentire le onde laggiù e chiamarla al telefono per dirle che ero quasi arrivato.
Purtroppo non c'era copertura, quindi feci alcune foto e montai in macchina per raggiungere casa dei miei.
Un riposino nel mio letto di bambino.
Un pensiero ai vecchi, fragili e teneri sogni di un ragazzino, immerso in quel cuscino. Sognare di fare un bel gol, sognare di dare un pugno sul grugno a quello là, sognare di pescare un bel saragone, sognare di baciare finalmente la vicina di casa.
Gli alti pini tutto intorno mi salutarono freschi. Cosa c'è di meglio del loro profumo per riavvolgere il tempo e gli eventi? Epiche cavalcate col cane, partite di calcio di sere intere, tanta forza e sprezzo per il pericolo, scalando come picchi altissimi quei pini gentili.
E poi, tanta resina, la resina che veniva via solo tra le mani di mamma.
Parcheggiai selvaggiamente appena davanti il cancello e balzai fuori dall'auto: mammaaaa!!! Urlai come sempre. Ricordo quando scivolai con la bici proprio lì davanti e sbattei forte il viso per terra. Pochi secondi dopo era lì con me, rendendosi conto che non era un taglio qualunque che faceva sgorgare sangue a fiotti dalla bocca fin sotto il mento. Ricordo che chiamò il vicino per portarmi alla guardia medica.
Piangevo per il dolore? No, piangevo per lo spavento che le stavo provocando. Era in collera con me e mi stringeva il braccio con le unghie ben infisse nella carne. Io non mi lamentavo... sapevo di averla fatta grossa. Quattro punti ci vollero per richiudere il labbro inferiore. Quattro punti che trovo tutt'ora ogni volta che ci passo sopra con la lingua. Mammaaa... urlai ancora senza guardare il balcone dove magari era già affacciata e corsi su per le scale, contandole e sperando che fossero sempre dieci nella prima rampa e dodici nella seconda. Scalini freddi, di marmo, umidi e scivolosi ma una cosa vi dico, non ci sono mai e dico mai scivolato! Balzando sulla grande terrazza, vidi vasi familiari, piante grasse che in barba agli anni e alle intemperie del maestrale che ci soffia indisturbato, erano ancora là a dire la propria. Chissà che belli quei fiori solitari che sbucano tra le spine e durano il tempo di strapparti una meraviglia e un caldo abbraccio. Quei fiori durano poco, perché cercano di farci capire quanto sia difficile vivere, crescere, splendere e poi retrocedere, avvizzire, cadere sul cotto rosso del terrazzo, essere scopato via con gentilezza e aspettare di rinascere.
È tutto qua. Ma non lo capiremo mai.
...Mammaaaa...!!
Uscì solo mio mio padre, con le lacrime agli occhi, pallido, nodoso.
Inutile come una vanga spezzata.
...la devi smettereeee!!! Disse.
Lo guardai negli occhi.
Occhi di turnista, occhi di chi dorme poco.
Io smisi.
Corsi via, giù per le scale, 2,4,6,8,10,12... le contai e la seconda rampa la feci saltando a caso...ma anche quella volta non scivolai.
Corsi fuori dal cancello, asciugandomi le lacrime col dorso della mano. C'era una signora col cane che passeggiava verso la spiaggia. Lo teneva stretto. Non volevo fare scenate e spaventarlo, Salutai, facendo finta di nulla ed entrai in macchina.
Un'ultima occhiata al balcone vuoto, alle persiane chiuse e accendendo la macchina volai via.
Mamma testo di Ale78