Cammino…persa nei fumi di questo ambiente che so essere fin troppo kitch, guardo la lanterna finto antico cinese, quella che Miko mi ha regalato per il mio primo anno d’affari. Non mi disgusta più, nemmeno la mia immagine grassa quando mi guardo allo specchio mi rattrista più. C’è un velo di indifferenza nei miei occhi, c’è uno spesso strato di grasso sui miei addominali una volta ben addestrati. Non sto nemmeno più guardando la mia immagine…la cornice volgare di questo specchio che oltretutto mi deforma un po’ attira molto di più la mia attenzione. Tutto placcato di finto oro. Una volta mi avrebbe dato il voltastomaco. Eppure, quando per errore capito davanti allo specchio, che dovrei decidermi a togliere di mezzo dalla mia vita un giorno o l’altro, non riesco mai a soffermarmi troppo a lungo su quel grasso, sulla ricrescita castana troppo evidente all’attaccatura dei miei capelli tinti di un biondo che più che platino è sporco. Ho persino le lenti a contatto colorate, marroni. Tutto pur di cancellare, di eliminare quello che ero. Soprattutto, tutto pur di non farmi riconoscere da qualcuno, come se qualcuno di quelli che conosco potesse mai decidere di venire in un tugurio come questo. Se però dovesse succedere, dubito che mi riconoscerebbero, a volte faccio fatica persino io.
Quando ho aperto questo posto non sapevo nemmeno perché avevo fatto quella pazzia. Tutto venne da sé.
Non si vede bene attraverso la vetrina sporca e buia. Quando infilo la chiave nella toppa ho quasi paura di essere stata fregata, quella non è la chiave di questo negozietto scrauso, e Hai-tan, il tizio cinese che mi ha fatto fare quest’affare non esiste, è in realtà Johnny Kiwan, detto “manolesta”, specializzato nel fregare poveri ingenui con pochi soldi in tasca. Scuoto la testa per scacciare le mie fantasie e tiro comunque un sospiro di sollievo: la chiave è buona. Anche se faccio fatica ad aprire la porta scrostata, che si è gonfiata perché il legno è marcio. Probabilmente non è molto solida, anche se la chiave fosse stata falsa avrei potuto sfondarla con facilità. Ma tanto non ne ho bisogno. Apro la porta, che si sblocca con uno scatto e si spalanca su uno spettacolo polveroso. Il fascio di luce che entra nella stanza mette in controluce tutta la polvere che ho sollevato aprendo la porta. Entro, con passi incerti, poggio la sacca per terra. Il pavimento è in buono stato, i muri sono sporchi, ma non particolarmente danneggiati. In generale la stanza fa schifo, ma la cosa non è irrimediabile.
…
“Tlinn!” Lo scacciaspiriti che ho appeso sulla porta tintinna. Annuncia il mio primo cliente. Alzo la testa dai miei conti. Davanti a me un ragazzo, si vede che è orientale, ma senza la tipica corporatura cinese magra e mingherlina. E’ persino avvenente. Il suo sguardo si poggia su di me. Una volta avrei pensato che stesse guardando il mio fisico, sapevo di essere bella, ne andavo fiera. Ora sono abituata alla gente che smette di guardarmi dopo pochi secondi, non che faccia proprio ribrezzo, ma la bellezza va curata. Nei suoi occhi colgo una curiosità antica, che non avevo più visto da tanto negli occhi di qualcuno che mi guardava. Strano. “Posso esserle utile?” Dovrebbe avere giusto la mia età. “Forse sì. Mi chiamo Miko. Cerco lavoro.” Peccato. “No, vede Miko, non posso assumere nessuno, ho appena aperto e non so neanche da che parte cominciare. Non posso permettermi un dipendente. Neanche se in via teorica lei si accontentasse di una paga molto, ma molto bassa”. Scemo, che non si vede? Sembrava più intelligente. “Non voglio essere un dipendente. Cioè certo, lei sarebbe il capo, ma io cerco un lavoro, non una paga.”Coglie lo scetticismo nei miei occhi. “Un lavoro a cui dedicarmi e un luogo dove stare. In questo quartiere sono tutti matti, io potrei farle da guida e fare il tuttofare qui, lei darebbe gli ordini e prenderebbe i soldi, io eventuali mance”. Ci penso un po’. Sa bene quanto me che le mance non ci saranno. “Bene, la prendo in prova, torni domani alle 8”. “Ci sarò.” Fa per andarsene.“E…Miko?” Mi guarda. “lasciamo perdere il lei.” Sorride e se ne va.
Da quel giorno Miko è sempre stato con me. Durante tutti questi mesi.
Passammo due settimane a mettere a posto il negozio, pulire, riverniciare, ordinare…lasciai il vecchio arredamento, orribile. Ma non potevo permettermi altro. Se non altro ora non era più disgustosamente sporco e non cadeva più a pezzi…eppure la stanza continuava ad avere un’aria un po’ losca, in più tutto odorava irrimediabilmente di muffa. Dopo un po’ però ci feci l’abitudine, non che avessi scelta. Dormivo in una stanzetta sul retro del locale, che fungeva da magazzino. Non era proprio un hotel a cinque stelle, ma almeno il riscaldamento funzionava e avevo un letto. Miko era invece avvolto in un alone di mistero. Appariva la mattina prestissimo e se ne andava la sera tardi solo dopo essersi accertato che io non avessi bisogno di nulla. Dopo tutto quel gelo interiore, avere qualcuno che si preoccupava di me a quel modo, anche se in modo molto professionale, mi faceva sentire bene. Mi tirava fuori dalla depressione nella quale senza ammetterlo ero cascata. Un po’ mi rimproveravo, ma in fin dei conti passavo il più del mio tempo a giustificarmi. Dopotutto, chi non avrebbe reagito come me? Poi, conoscendomi, c’era da stupirsi? Una piccola vocina nella mia testa che io zittivo prontamente diceva di sì, diceva che la vecchia me non si sarebbe lasciata abbattere così. Ma la vecchia me non esisteva più. Era morta con il suo passato. Era morta dopo essere stata abbandonata da tutte le persone che l’avevano cresciuta.
…
Siedo accanto al letto. Lei è pallida e respira appena. La fredda luce del tubo al neon sul soffitto della stanza illumina il volto stanco, la bocca semiaperta e gli occhi socchiusi. Le tengo la mano. Un’infermiera entra nella stanza: ”Sono qui per i sedativi. Dobbiamo procedere con l’operazione.” “Bene.” Do un’ultima stretta alla sua mano e mormoro “Andrà tutto bene.”Cercando di dimostrarmi più sicura di quanto non sia. Esco dalla stanza e un’infermiera gentile mi accompagna alla sala d’aspetto. Più che sedermi crollo sul divano. Mi trovavo all’ospedale da due giorni e in quei due giorni avevo dormito sì e no quattro ore. Un po’ per l’ansia, un po’ perché il divano che si trovava nella stanza era molto bitorzoluto. Comunque in un modo o nell’altro tutto sarebbe finito quella sera e io sarei potuta andare via da quel posto. Aspetto e aspetto, senza riuscire a tenermi occupata con nulla, dalle riviste strapazzate da mille persone ansiose che si trovano sul tavolino di fronte al divano sul quale sono seduta alla TV a volume bassissimo dove un presentatore con un sorriso a trentadue denti racconta chissà cosa al suo falsamente estasiato pubblico. Sono qui, seduta su un divano che mi permette di vedere la porta a vetri dalla quale si accede alla stanza, giocherellando nervosamente con un laccio della mia felpa e guardandomi intorno con un’aria non proprio intelligente.
Ad un certo punto vedo avvicinarsi un’infermiera dall’aria familiare, una di quelle che avevo già visto occuparsi della mia nonna adottiva. Apre la porta a vetri e mi si para davanti con un’espressione allegra “L’intervento è andato bene. Adesso è fuori pericolo. Però il dottore vorrebbe parlarle.” Tiro un sospiro di sollievo e mi poggio sullo schienale del divano. “Certo, quando vuole.”Il mio desiderio più urgente è quello di accertarmi personalmente che l’intervento sia andato bene, ma forse il dottore deve darmi delle informazioni importanti. Lei mi sorrise con fare incoraggiante e mi fece cenno di seguirla. Il dottore è nel suo studio, l’infermiera bussa. “Avanti!”, lei mi tiene aperta la porta e io entro. “Si accomodi signorina…signorina?” “Mastel”. “Mastel…Francese?” mi scruta con attenzione. “Mio padre lo era.” Ma non l’avevo mai conosciuto, per quanto ne sapevo poteva anche essere spagnolo. Questo però non lo dissi. Dopotutto io avevo avuto una famiglia e un’esistenza felice. Che mi importava di sapere chi erano le persone che mi avevano abbandonata? Concentro di nuovo la mia attenzione sul dottore. “Signorina, andiamo incontro a un problema”. Sento il respiro mozzarmisi in gola. “ La paziente è perfettamente in sé già da una mezz’ora -una donna di ferro devo dire- e ha chiesto di parlarmi.” Lo guardo interrogativa. Sono sul punto di lamentarmi per non essere stata chiamata subito, appena si era svegliata, ma mi trattengo perché voglio sapere quale sia il problema. Aspetto impaziente che continui. “Devo chiederle…sua…nonna…ha mai mostrato tendenze suicide prima d’ora?” Sono abbastanza perplessa. “No.” Rispondo con sicurezza. “Immaginavo.” Mi sto spazientendo. “Insomma cosa c’è che non va?” Mi guarda “Immagino che anche lei sarebbe leggermente perplessa se una novantacinquenne che è appena uscita brillantemente –e miracolosamente direi- da un’operazione al cuore le chiedesse di lasciarla perdere e di permetterle di morire.” Una parte di me se l’aspettava. Negli ultimi tre giorni le ho sentito fare quel discorso fin troppe volte. Sospiro “No, a dire il vero no.” Non era troppo sorpreso “Ah dunque mostrava quest’ idea già prima.” Mi chiede, detesto le domanda retoriche e sto cominciando a innervosirmi. “Sì.” Rispondo secca. “Ah”. “Beh, la volevo solo avvisare di essere molto delicata, in questo periodo, finchè non si rimetterà del tutto e di starle molto vicina. Non vorrei che si facesse venire strane idee.” Annuisco “Lo farò. Posso vederla ora?” chiedo con un filo di impazienza nella voce. “Ma certo.” Chiama un’infermiera con l’interfono e mi fa accompagnare nella stanza dove si trova mia nonna. Restiamo sole. Mi siedo accanto e lei e le prendo la mano. Allora si accorge di me a apre gli occhi. “Vivere è una cosa meravigliosa.” Le dico con le lacrime agli occhi. Alla fine dopo tutti quei giorni la diga aveva ceduto, io non avevo retto più. Mi guarda con affetto. “Ho parlato con il dottore, sai? Dopo questo intervento, ora più che mai, non potrò mangiare quasi nulla di quello che mi piace, non potrò fare sforzi, non potrò camminare spesso, portare pesi di nessun genere, ricevere schok di alcun tipo. Non voglio. Ma rimarrò su questa terra, perché ti voglio un bene infinito.” Sono commossa, profondamente. Non la abbraccio per paura di staccare uno dei tanti tubicini che le escono dalle braccia e dal naso. “Va bene.” Mi sdraio sul divano che era stato il mio letto per tutti quei giorni e per la prima volta da quando eravamo lì dormo profondamente e a lungo.
Vengo svegliata dal bip delle macchine infuriate. Schizzo a sedere proprio nel momento in cui un infermiera agitata entra correndo. Guardo verso il letto, per un unico, breve istante vedo mia nonna con gli occhi sbarrati e tremante, con un foglio in mano. Poi vengo afferrata bruscamente per un braccio dall’infermiera e praticamente buttata fuori dalla stanza. Nessuno fa caso al foglietto che dalle mani pietrificate di mia nonna cade a terra e finisce sotto al divano. Nemmeno io. Altre infermiere accorrono, infine il medico. Il bip continua ad aumentare e mi affretto a spostarmi da davanti alla porta dalla quale esce il letto di mia nonna, diretto alla sala operatoria. Con gli occhi sbarrati sento le ginocchia cedere e proprio mentre sto cadendo a terra, un uomo, di cui non riesco a registrare bene la faccia, schizza accanto a me e mi fa sedere cautamente su una delle sedie lì accanto. Poggio la testa al muro e chiudo gli occhi, aspettando.
Il dottore si avvicina con uno sguardo mesto che non lascia spazio ai dubbi. Aspetto comunque di sentirlo uscire dalle sue labbra “Non ce l’ha fatta.”
Mi metto la testa fra le mani e inizio a piangere.
…
Maschere testo di Bianca Art