Il mistero del tappo

scritto da athos
Scritto 8 anni fa • Pubblicato 8 anni fa • Revisionato 8 anni fa
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Un tappo sparito spinge l'autore a una serie di pensieri
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Testo: Il mistero del tappo
di athos


Il mistero del tappo

Questa sera quando sono rientrato a casa, mi sentivo stanco. I primi giorni di autunno ti scavano dentro, rilassandoti dopo la follia estiva. Anche le cicale se ne sono andate all'altro mondo, dopo aver cantato nel mese più caldo, e un po’ ne sento la nostalgia. Aspetto con fiducia il prossimo solleone, e aspetto anche loro, queste cicale che vivono solo un mese e poi muoiono. Uva vite breve, intensa e felice. E’ meglio bruciare subito che svanire lentamente. Forse Neil Young pensava anche a loro in Hey hey my my.

Sembrava novembre questo pomeriggio, con quella pioggerellina fastidiosa come nebbia, che quando fai quattro passi ti si bagnano le lenti degli occhiali come se ti trovassi in un bagno turco. La sarta, che mi ha sistemato una felpa, ha già il raffreddore. Fa un po’ freddo nel suo atelier, e forse tutti i germi lasciati dai clienti sono finiti nei suoi bronchi.

Come vi dicevo, alle sette in punto entro in casa. Vado in cucina, dove preparerò una minestra. Mi guardo intorno e comincio a pensare che dovrei riordinarla, cambiare la carta nello scomparto di asciuga-tura, spostare il televisore per pulire l’angolo del mobile. Qui potrebbe sorgere un problema: la spina del digitale è più piccola dell’impianto. All'uopo ho utilizzato una bella consistenza di scotch, un imballaggio degno di un operatore di Amazon, abbastanza pacchiano ma funzionante. L’unico inconveniente è il disturbo al segnale che sopraggiunge quando appoggio una pentola o un mestolo sul pianale. Allora la connessione traballa, l’immagine si ferma e si smarrisce. Ritorno indietro con la memoria quando da ragazzino cercavo di selezionare qualche tv privata, passando in rassegna tutti i canali UHF che arrivavano dal Monte Penice. Ma, ormai l’ho imparato, questione di dieci secondi e una preghiera – dai, dai, non mollare! – e tutto va per il meglio.

Eh sì, questa sera mi sento un po’ stanco e svogliato. Quest'otono, come dicono gli spagnoli, mi rende un po’ fiacco. Dopo un’estate calda, di sole perenne e senza pioggia, settembre non l’abbiamo in sostanza visto. Già la prima settimana ha cominciato a bagnarci, intensamente e poi a intermittenza, lasciando le strade e i campi a mollo. La calura estiva è stata uccisa in men che non si dica, e il popolo si è sentito sollevato; salvo, a metà settembre, cominciare a lamentarsi che la stagione bella se ne era andata. Colpa dei politici, dirà qualcuno particolarmente incazzato. Io, che pure adoro il caldo, imperterrito pensavo che l’addio del solleone fosse una cosa positiva. Il sole con la r fa male, diceva mia madre. I mesi giusti per l’abbronzatura sono maggio, giugno, luglio e agosto, poi solo raffreddori e influenze.
Comunque, tornando all'inizio, mentre pensavo a tutte queste facezie, vedo che la bottiglia di prosecco che ho usato per fare il risotto a mezzogiorno, è senza tappo. Strano, molto strano. Che sia entrato qualche ladro? Non ho visto effrazioni, Mi sembra che in casa non manchi nulla. Per accertarmene giro tutte le stanze. Controllo tutte le finestre, tutte le persiane, quando apro la porta del bagno, nel timore di trovare qualcuno, faccio BAUUUU. Apro di scatto, all'arrembaggio e verso un destino sconosciuto, ma non trovo il ladro. In qualunque caso non avrei tirato fuori il cannone. Avrei alzato le mani e gli avrei detto: per favore questa non è casa tua, ti do venti euro e vai a mangiarti una pizza. Tutto è al suo posto, ne sono sicuro, tranne il tappo. Anche il vino è circa nella medesima quantità che ho avanzato a pranzo. Ripenso a tutti i miei movimenti di quell'ora. Ho messo piatti, pentole e posate nella lavastoviglie, ho sbattuto la tovaglia nel lavandino e buttato il tovagliolo nel sacchetto della carta. Tutti i precisi movimenti che fa ogni giorno la casalinga di Voghera. E anche tutte le casalinghe d’Italia, e i single, e i separati, e le donne in carriera. Forse anche i preti, quei pochi che resistono. Ho letto che circa duemilacinquecento sacerdoti ogni anno abbandonano la veste per…amore. Forse è meglio così, prima di avere altre tentazioni. Se avessi buttato via il tappo, lo troverei nel sacchetto, ma non c’è neanche lì. Tra l’altro la bottiglia è di prosecco, un vino con le bollicine e lasciargli prendere aria significa sgasarlo e fargli perdere tutto l’aroma. Mah, penso che lo possa rimettere in frigo, e riutilizzarlo per qualche altro risotto.

Sì, ok, ma dov'è finito il tappo?

Guardo in giro con curiosità belluina, ma non trovo nulla. Tutto, nel disordine, è al suo posto. Cerco di comandare il mio stato d’animo, imponendogli di rinunciare al pensiero. Barba Bianca, fammi trovare quello che mi manca! Cantano i bambini che cercano l’oggetto smarrito. Smarrito … e dove? Siamo tutti un po’ smarriti, anche il Roxy Bar ha tirato giù le insegne per mancanza di clienti.

Osservo la bottiglietta, un po’ stranito. Ricontrollo se il livello è sceso. Manca solo la quantità usata per il risotto. Che risotto! Avevo messo un po’ di burro per oliare le pareti del pentolone, poi avevo buttato il riso e dopo circa un minuto, il vino. Si era subito scaldato e il profumo aveva delicatamente invaso la cucina. Dopo alcuni giri con il cucchiaio di legno, ho aggiunto l’acqua con il brodo e avevo cotto il tutto per circa quindici minuti. A metà cottura avevo assaggiato il brodino, non si sa mai. Non sapeva di nulla, incolore e insapore. Non avevo zafferano, non avevo alcun tipo di aromi, poi una luce, forse la stessa che ora cerca di attivarsi per ritrovare il tappo, si era accesa. In freezer c’era un preparato per il soffritto. Ne ho scongelata al volo una manciata e l’ho buttata nella pentola. E un gran risotto, diciamo almeno discreto, era stato messo in tavola.

Ma ritorniamo al tappo e al mistero della sua sparizione.

Non mi do per vinto e insisto nelle ricerche.

Sposto le sedie, guardo svogliatamente le piastrelle, poi m’inginocchio, faccia a terra guardo il pavimento di profilo. Se fosse lì, ne vedrei la forma all'orizzonte. Niente. Solo qualche briciola e uno scontrino della farmacia, che pigramente lascio per terra. Non è ancora il momento di raccoglierlo. Vivo come una rockstar per sei giorni la settimana e il settimo, di solito il giovedì, invece di riposarmi, faccio le pulizie di casa. Indosso metaforicamente il grembiule che portava Freddie Mercury in un celebre video e vai di aspirapolvere e straccio bagnato.

Mi rialzo e mi siedo sulla sedia, meditabondo. Dovrei provare del rancore verso questo tappo che non si fa trovare. Come la maggioranza degli italiani che sono diventati rancorosi, come specifica il Censis. Mi sembra un dato vero e inconfutabile, un “clamoroso al Cibali”. Gli italiani, il popolo allegro tutto pizza, mandolino e un po’ di mafia, il belpaese, “uè guagliò” o, più a nord, “uei bagai” ora è pieno di rancore. Non è un bel sentimento, perché non porta a nulla. Meglio l’incazzatura, tesa, dura, feroce che quando si allenta si può trasformare in ironia, in forza per reagire, in una risata fragorosa. Pensavo che i popoli non potessero più essere catalogati secondo cliché precostituiti. La tecnologia, le immigrazioni, le contaminazioni, l’informazione e la cultura, credevo che questi elementi potessero portare le genti a creare un insieme eterogeneo non più classificabile come nei secoli scorsi. E invece no, siamo un popolo unito, compatto e deciso ad avanzare in questo tempo ultraveloce. Insieme, ora siamo tutti uguali e il sentimento è diventato nazionale. Ci guardiamo, ci specchiamo, non siamo più il paese dei mille campanili, non abbiamo più conflitti tra nord e sud, est e ovest. Compatti, procediamo verso il futuro sotto la nostra bandiera. La bandiera del rancore. Siamo stati eliminati dai mondiali di calcio, non ospitiamo le Olimpiadi perché altrimenti qualcuno ruba, non abbiamo un’attrice o un attore famoso. Le vere star internazionali, forse perché proprio lontano dall'Italia, sono due astronauti.
No, non ho rancore verso questo tappo che non si vuol far trovare.

Idea! I gas contenuti nella bottiglia potrebbero averlo sparato in aria, come una magnum agitata dal ciclista o dal pilota di formula uno dopo una vittoria. Razionalmente, mi sembra poco probabile, e poi dovrebbe essere schizzato molto in alto per terminare la sua corsa spaziale sul ripiano alto della cucina, quello più vicino al soffitto. Ma che era, simile a un missile lanciato da Rocket man? Purtroppo non ho voglia di andare a controllare. Riguardo per la decima volta la bottiglia e alla fine prendo la decisione più logica. Lo ammazzo! Prendo un bicchiere e lo riempio con quel che è rimasto. Buono, è ancora frizzante e leggermente amabile al palato, dopotutto questa bottiglia è rimasta aperta solo qualche ora. Prendo due patatine e mi concedo un breve aperitivo. Mi accendo una sigaretta e mi riguardo intorno per la centesima volta. La cucina, che ha visto cene in compagnia e solitarie, è lì, protettiva come sempre. Non è né grande né piccola. E’ giusta, perfetta, comoda, funzionale alle mie esigenze. Mi sento soddisfatto del nulla che ho intorno. Forse per ritrovare il tappo dovrei scomodare Montalbano o il commissario Maigret ma questa sera mi sento veramente stanco.
Dopotutto, domani il problema sarà già alle spalle.
Cagiavà.
Il mistero del tappo testo di athos
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