America, prima che fosse America

scritto da AdolfoTedesco
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Il racconto del viaggio alla scoperta di un nuovo continente che finisce per essere un viaggio alla scoperta del significato della vita.
- Nota dell'autore AdolfoTedesco

Testo: America, prima che fosse America
di AdolfoTedesco

a/

Paco Ignacio de la Serna
questo è il mio nome.
Marinaio del Re
è il mio mestiere.
Marinaio, e nostromo della flotta di Spagna.
Nato a Bilbao e quindi Basco di natali e di coraggio.
per ordine e volere della Regina
al seguito dell’ammiraglio Colombo
nel suo viaggio di ricerca
di una nuova via verso le Indie.

Oramai partiti, prua ad occidente per raggiungere l’Oriente del Catai
e dimostrare così che la Terra è rotonda o perire nell'Impresa.
Non abbiamo altre scelte che riuscire od annegare
non abbiamo alternative che vincere o morire,
sopravvivere alla vita e alla marea
od affondare nella sconfitta e nell'Oblio.
D’altra parte cos'altro è la vita
se non la ricerca di conoscenza
e una sfida alla morte nel nome dell’immortalità
di un’anima che speriamo di avere
come premio per non arrenderci ?

Andare oltre il conosciuto e il già percorso
seguendo le misteriose rotte
di geroglifici disegni su mappe sconosciute.
Oltre le rotte che seguono gli albatri
oltre le nebbie delle Isole Canarie
questo il compito o il destino mio e dell’equipaggio
ciurma di avventurieri e malfattori
carcerati liberati per mancanza di volontari
prigionieri ora della nave
misurano la libertà in trenta passi per otto.
Coscritti di terra e di cantina, svelti di lingua e di coltello
mendicanti e debitori, assassini e ebrei fuggiaschi
ladri di donne e di denari.
Non marinai veri che del mare conoscono l’umore e l’ira
la solitudine che danno la bonaccia e la marea
l’odore del sale e di sentina
e il vento che ti porta profumi e colori che mai vedrai.

Non rumori, non suoni, solo lo scricchiolio del fasciame alla chiglia,
solo il fischio di borea tra il sartiame e le cime,
solo lo schiocco secco del fiocco sulla maestra,
solo la chiama delle ore di notte e gli ordini del capitano alla voce,
e poi solo azzurro e silenzio.

b/

Silenzio, solo il ritmico schiaffo delle onde alla chiglia.
Azzurro, solo azzurro intorno
Azzurro il cielo senza nuvole
Azzurro e solo il vento leggero
Ad increspare l’azzurro del mare
Azzurro il mare oceano senza direzione né confine.
Senza un confine che non sia barca od orizzonte.
Orizzonte che non sembra più confine
sempre uguale ed apparentemente immobile
sembra che sfugga lega dopo lega
e che quasi la nave sia immobile in un punto apparente dell’Oceano,
come sembra sia ferma l’acqua di un fiume dall'alto di un ponte
ma invece sai bene che va.

Solo silenzio, azzurro e sole,
sole che brucia e che secca la pelle e gli occhi
che asciuga lingua e gola
finché viene il nero della notte
a spegnere tramonti che incendiano il mare e l’orizzonte.
Silenzio e solitudine, mare che sembra senza nessuna fine
eppure sai che ci sarà un confine,
una spiaggia alla quale approdare, una terra ancora da calpestare
ma ora non c’è altra compagnia che quella della Nina e della Pinta
non donne ma navi che sono partite
insieme alla nostra, la Santa Maria, dal porto di Palos
e come due gabbiani in coppia ci seguono a mezza lega indietro
a seguire la scia che ci lasciamo indietro come a voler
segnare la strada per il ritorno con la spuma bianca
che dalla chiglia si chiude sull'indice del timone,
ma nessuna scia, niente rimane sulle onde
a segnare una memoria per il ritorno
per quando torneremo a casa
semmai il mare oceano non ci inghiotte
come la Balena il profeta Giona.
se torneremo a casa

c/

Se torneremo, lo giuro
Si lo giuro sul dio dei naviganti
Lo giuro che se torneremo
Non vorrò sentire più per la vita che mi rimane
Questo puzzo di sale sulla pelle
Questo gusto salmastro che entra nei polmoni
E che dà sapor di mare
A pane e vino, a notti e bestemmie
Che ci fa sembrare tutti figli di Nettuno
Figli del mare e delle maree.

Si, lo giuro
Se torneremo comincio a fare il contadino
Magari coltiverò la vite
Per farmi il vino e berne a piacimento
E sbronzarmi ogni volta che mi verrà in mente
Questo viaggio e questa nave
E quel maledetto giorno che Gonzalo Castro,
(che l’inferno l’inghiotta in quest’istante, ovunque si trovi)
mi venne a cercare alla taverna del porto,
la vecchia taverna della Sasuela,
fianchi stretti e generosi, generosi nel darsi e nel mostrarsi,
zuppe di pesce e di cipolle per pochi denari,
non era proprio casa mia, ma un posto amico, questo si.
E lui, il maledetto, sì Gonzalo
A dirmi e raccontarmi del genovese di corte
Che preparava un viaggio su tre caravelle
Per arrivare nel niente, in oriente forse, raggiungere il Catai
E che la terra è rotonda
E che sarebbe bastato un breve viaggio
Vele verso occidente, prua al tramonto,
per raggiungere infallibilmente l’Oriente.
E che serviva uno come me,
esperto di mare e di terra, per fare da nostromo
sulla nave ammiraglia, e tanto furbo
da non farsi sfuggire nessun segno,
per controllare da lontano l ’ ”Ammiraglio” Colombo
e una volta tornati, riferire a lui, Gonzalo,
trucchi e rotta per l’Oriente,
e in pagamento del servigio,
quaranta pezzi d’oro
e un pezzo di terra in proprietà,
da coltivare a vigneto,
Per farmi il vino e berne a piacimento
E sbronzarmi ogni volta che mi verrà
In mente questo viaggio e questa nave

d/

Se torneremo, lo giuro
Si lo giuro sul dio dei naviganti
Lo giuro che se torneremo
Se torneremo vado a fare il contadino
Magari coltiverò la vite
Per farmi il vino e berne a piacimento
E sbronzarmi ogni volta che mi verrà in mente
Questo viaggio e questa nave
Che sembra piantata con chiodi e catene
In una pozzo di fango, invece che correre sul mare.

Son dieci giorni, credo,
(perché anche il tempo non cammina più con lo stesso ritmo)
Son dieci giorni, sono sicuro
Che siamo qui come incollati con pece e gomma arabica
In questo mare di alghe e melma puzzolente
E pendono come tende a una finestra
La maestra ed il trinchetto, il genoa e il pappafico,
come impiccati ad un albero dondolano col dondolare delle onde
aspettando che un dio qualsiasi soffi per riempirle
e farci ripartire.
E tutto è fermo come il vento, fermo il tempo
Non più il susseguirsi dei minuti in attesa di altri istanti.
Fermo, immobile, quasi una maledizione c’abbia colpiti.
Non oggi , né ieri, tanto meno domani
E ricordo le parole ascoltate dai filosofi del tempio:
“ Ieri è andato e quindi non esiste
Domani ancor non è e non si sa se è o ci sarà, quindi non esiste
Oggi è un tempo in mezzo a due cose inesistenti
E quindi di fatto non esiste.
Non è forse impossibile dire esattamente ORA
Che il medesimo istante nel quale pronunciamo la prima lettera “O”
È già passato quando pronunciamo la seconda “R”.
Di fatto anche l’adesso è un illusione,
ed essendo un illusione non esiste.”

E siamo ancora qui,
piantati come spaventapasseri in un campo di grano
ad aspettare i corvi,
ad aspettare un tempo che non c’è.
Melma intorno alla chiglia ed al timone,
Alghe che incollano lo scafo al mare immobile
La nave dondola stanca d’esser ferma
I marinai stanchi di pregare o bestemmiare (che poi è lo stesso)
E il vento che non arriva, inutile bruciarsi gli occhi
A cercare una nuvola che porti un po’ di movimento in cielo e in mare
È di nuovo, ancora, notte.
E basta.

e/

D’un tratto, come se finalmente dio
(Che non ho mai capito bene che vuol dire)
Siamo noi a dio a condurre la nostra vita?
Perché se è lui, e non noi a decidere la strada
O se forse solo sa già come va a finire
Allora il gioco è truccato
E siamo seduti ad un tavolo a giocare con carte segnate
E non possiamo neanche cercare di barare,
(chi da le carte, conosce anche le nostre)
E allora, se tutto è già deciso
Perché sforzarsi di cambiare
La sorte ed il destino.

D’un tratto, dicevo, come se finalmente dio
Si fosse destato dal suo sonno
Muovendosi di scatto, forse sbuffando per quella noia
La notte, non era ancora l’alba, s’è come risvegliata
Leggero, dapprima quasi un sospiro, un soffio.
(Ero di turno alla coffa)
L’ ho visto arrivare dal leggero increspare
Del lucido specchio del mare
Quasi un tremolio sul riflesso della luna
Un movimento come di foglie
Un profumo diverso nell'aria
E un velo leggero sul disco della luna lì in alto
NUVOLE ! VENTO!
E’ solo un refolo in effetti,
Ma è vento! E’ segnale di tempesta, lo so bene !!
E qualcun altro se n’è accorto
Il soffio s’alimenta sul brusio che sale dalla tolda e dal tambuccio
E sveglia col respiro che porta da lontano altri marinai
Ed altri ancora si svegliano e lanciano richiami
Che il vento cresce e comincia a scuotere la nave
Ed anche gli ultimi ormai son svegli
E si danno di gomito l’un l’altro
Che sanno che sarà un giorno diverso
Quello che sta sorgendo ad oriente
Che tinge d’oro rosa la notte e il mare
“Dai svelti, molla tutto!!
Non perdiamo tempo,
Che fanno quelli della Pinta e della Nina?
Non vedi? Hanno già mollato trinchetto e maestra,
Forza, che il Vento, come la vita,
non si ferma certo ad aspettarci davvero
Non torna certo indietro.
Mai.”

f/

E il vento ha spazzato il ponte incollato di sale
Scosso le cime penzolanti dalla maestra.
E il tintinnio dei bozzelli all'albero
Accompagna il ritmo degli schiaffi delle onde alla chiglia
Sbattono le vele, il fiocco e la mezzana alzano le ali
La maestra, il velaccio e il belvedere,
schioccano gli stralli e le briglie,
e dondola improvvisa la nave,
come culla appena sospinta
S’è animato all'improvviso il ponte
Svaniti i fumi del vino e della noia
Si gonfiano all'improvviso la maestra ed il trinchetto
E la nave torna a vivere, essere che sembra respiri sulle onde
Sembra che le sua ossa si schiantino insieme al fasciame arrugginito
Si sveglia l’equipaggio addormentato,
Cerca con gli occhi il capitano
Pronto ad eseguire l’ordine agognato
“Drizza il pappafico, molla tutto, poppa al vento e alla via così.”

Quel maledetto di Colombo!!
Oggi era il terzo giorno,
L’ultimo giorno concesso all'attesa,
L’ultimo lasciato al suo volere,
l’ultimo concesso dalla ciurma armai ammutinata,
“Se entro tre giorni non si leva il vento propizio,
entro tre giorni dico, sarò vostro prigioniero,
e potrete far rotta indietro, o per dove vorrete”
Così s’era giunti all'accordo
Con la ciurma quasi ammutinata,
Coi comandanti scoraggiati.
Tre giorni
E poi finalmente prua indietro……
A casa.
Tre giorni
Come Lazzaro nel sepolcro, per ritornare a vivere
O rimanere prigionieri del mare e della morte
Comunque di qualcosa che non puoi governare
Sulla quale non hai potere
E forse per questo, proprio per questo
Ti gela il sangue alle vene
Ti spezza il respiro e asciuga gli occhi e la gola.

g/

Oggi era il terzo giorno,
e già si discuteva in fondo alla cambusa,
tra le murate e le sartie,
di quale rotta prendere,
verso quale stella dirigere il timone,
e le voci si mischiavano alle voci,
e chi più grida è chi ha più paura:
“ Levante!, Ostro.!!, No! si volge la prua ad oriente,
siamo andati per giorni e giorni ad occidente!!!
ma no! marinaio di terra!!! e lo scarroccio?, la deriva?
Non consideri il senso del vento di Alisei?
Ma non vedete?!?!?!, siamo fermi!

Questo mare oceano d’erba, maledetto,
ci tiene come collapece attaccati alle onde
come mosche al miele, come cani alla catena, come cavalli alla cavezza……..”
e d’un tratto, non era ancora giorno
un soffio, come un sospiro da lontano, un respiro trattenuto
e il vento s’è levato, corrono
come aquile di mare le navi,
saltano come delfini sulla schiuma
che già si alza dalle onde
e come delfini si inseguono alla scia;
ecco la Nina che sorpassa la Pinta
e noi dalla Santa Maria davanti a tutti,
a cercare con gli occhi la porta chiusa
della cabina dell’ammiraglio Colombo,
Chiusa, rimane chiusa, e non servono le grida di gioia
Che dalla tolda si levano verso le altre navi
A chiamare chi è amico,
a saltare per farsi meglio vedere,
a chiedere, a chi è più anziano,
cosa fare, dove andare, ormai padroni del mare e della nave,
ché Colombo chiuso nella cabina non vuole uscire
e siamo liberi di andare…………
ma non sappiamo dove.

Non sempre i più vecchi conoscono la giusta risposta,
la giusta soluzione,
non sempre essere liberi vuol dire saper cosa fare,
quasi sempre abbiamo braccia troppo corte per raggiungere i nostri sogni
per realizzare i nostri stessi desideri.

h/

Ed ecco, finalmente, si socchiude l’uscio
E d’improvviso i soli rumori che è possibile udire
Sono il sospiro del vento tra le vele,
il gorgoglio della spuma alla chiglia
ed il cigolio della porta e del fasciame,
il battere ritmico delle cime e dei bozzelli sugli alberi,
noi quasi smettiamo di respirare
soffocati dal battere ansioso del cuore
nella gabbia del petto,
e lui, Colombo, vaga con lo sguardo intorno a cercare
con gli occhi gli occhi di chi fino a pochi attimi prima
malediva lui e tutti gli dei che lo tenevano in vita,
anche io passo sotto i suoi occhi di carbone,
Sembra che ti legga l’anima quel genovese figlio del demonio
E poi sorride.

Sorride come se ridesse delle nostre paure,
dei timori di noi ignoranti superstiziosi
come se avesse sempre saputo fin dove
spingere le nostre disperazione e paure.
E un grido d’urrà s’alza da poppa
Dai marinai legati alla coffa, in testa d’albero
Ritorna Urrà! Viva l’ammiraglio
Evviva il nostro comandante,
il padrone dell’oceano, signore dei venti
amico d’Eolo, lui che legge le stelle meglio della Bibbia
che ha in cabina
Viva il comandante!
E lui davvero figlio del demonio
Ride di sollievo e di noi.
Ed un pensiero mi balena d’improvviso..
Tre giorni e poi saremmo potuti tornare indietro
Indietro aveva detto (il figlio del demonio)
Ma indietro, e come.
Non c’era vento.

Ma non vedete?!?!?!, siamo fermi!
Questo mare oceano d’erba, maledetto,
ci tiene come collapece attaccati alle onde
come mosche al miele, come cani alla catena, come cavalli alla cavezza……..”

1/

Ci aveva giocati alla grande
Aveva truccato le carte
Sapeva già quelle che avevamo noi in mano
Perché se è stato lui, e non noi a decidere la strada
O se forse solo lui sapeva già come sarebbe andata a finire
Allora il gioco era truccato
E siamo stati seduti ad un tavolo a giocare con carte segnate
E non potevamo neanche cercare di barare,
(chi dava le carte, conosceva anche le nostre)
E allora, se tutto era già deciso
Perché sforzarsi di cambiare
La sorte ed il destino.
America, prima che fosse America testo di AdolfoTedesco
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