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Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Possiamo affermare con buona certezza che questa pubblicazione è tanto inaspettata quanto imprevista.
Inaspettata perché probabilmente nessuno tra quelli che hanno conosciuto Carmelo avrebbero sospettato della sua “indole poetica” e prima ancora della sua volontà di scrivere di sé stesso e della propria vita.
Imprevista perché nessuno in famiglia, tanto meno l’autore, avrebbe pensato di farne una pubblicazione.
E in effetti tutti i testi qui contenuti sono stati scritti durante il periodo della vita in cui la “professione di pensionato” lascia tanto tempo per pensare e riflettere, guardandosi indietro e cercando un senso agli eventi e alle persone.
Sono pensieri, dediche e riflessioni manoscritte, che offrono scorci di profondità ed emotività che abbiamo deciso di condividere per rendere omaggio alla figura di nostro Padre.
Lorenzo e Paolo
Carmelo nasce il 16 luglio 1930 a Pazzano (RC) nel giorno dedicato alla Beata Vergine del Carmelo da cui prende il nome, come da consuetudine di Mamma Vincenza che “guardava il calendario per dare il nome ai figli”. Per pigrizia di sceglierne uno, si diceva, o forse per rendere omaggio al Santo che in quel giorno aveva protetto il dono di un nuovo figlio.
Ultimo di quatto figli si ritrova orfano di Padre a 5 anni, evento che segna in maniera drammatica il suo futuro.
Nella Calabria di quel periodo il Padre Giuseppe, che coltiva con fatica e sudore la terra povera e arida, deve unirsi spesso alla schiera di emigranti diretti in America o in altre parti dell’Italia in cerca di lavoro e di pane. In una di queste “trasferte” a Crotone si ammala di malaria e viene a mancare.
La già non rosea situazione economica della famiglia diventa drammatica e la povertà costringe a sacrifici e stenti che a volte non lasciano intravedere futuro.
In questo contesto Carmelo deve lasciare la scuola elementare e seguire i due fratelli maggiori, Pasquale e Rocco, che vivono di espedienti per racimolare un tozzo di pane, mentre la sorella Vittoria, la più grande, viene “data in sposa” appena possibile per sfuggire a quella situazione.
Come se non bastasse, scoppia anche la guerra a cui viene chiamato il fratello maggiore.
I tre scritti a seguire sono dedicati ai genitori e al fratello Pasquale.
Dedica al mio sfortunato PADRE
Tu padre mio andasti da giovane in cerca del pane per i tuoi figli, e trovasti sventura per te, e per la tua intera famiglia,
poiché il tuo amaro destino decise anche per noi quattro figli, tutti in tenera età;
e perdonami che ti dò del tu; poiché nella tua generazione era segno di maleducazione, e ciò si correggeva
con qualche scapaccione o peggio ancora;
Ora ti dirò che in seguito alla tua rovinosa scomparsa, non so dirti quanti patimenti, umiliazioni e fame,
e con l’avvento della guerra del ‘40-’45,
soffrimmo fame e freddo e disperazione a non finire;
e credo che per un verso è stato meglio che non c’eri
a vedere tale scempio nella misera casa;
Io orfano a cinque anni ebbi modo di riconoscere
le tue tracce d’infaticabile lavoratore, e so bene che le tue sofferenze sormontarono le nostre,
che avemmo se non altro la vita da vivere,
e per la verità anche un discreto miglioramento, così Io ho raccolto i miei buoni frutti con la nascita di Lorenzo e Paolo, il primo si è fatto ingegnere, egli è l’orgoglio della mia famiglia
e della nostra umile generazione; egli ti somiglia in fatto di carattere semplice, qualità che coprono la sua spiccata intelligenza;
il secondo, Paolo, diplomato in ragioneria e in musica, sono bravissimi con tutti, e mi danno del tu,
così me li sento vicini e confidenzialmente AMICI.
Oh Padre mio, sai quante volte ho fantasticato
di sentire nel fruscio del vento un qualsiasi segno tuo
o della povera Mamma, che visse la sua rimanente vita vestita a lutto, con i figli senza pane e senza guida,
perciò anche lei ebbe la sua parte e forse di più.
In compenso ebbe modo e la gioia di conoscere i suoi bravi nipoti, e la mia adorata sposa meritevole
di AMORE e di RISPETTO;
oh Padre mio, concludo confessandoti che vivo quest’ultima parte, la vivo nel rimorso di non aver potuto
dividerla con te e la Mamma.
Io non so tanto pregare ma spero che
il SIGNORE mi accetti per quello che sono.
Milano, ottobre 1998
Alla mia Mamma col volto triste
Nei miei primi giorni di scuola imparai a scrivere il tuo cognome e nome Mamma con la emme maiuscola e del padre annotavo fu Giuseppe.
Quindi oltre al tuo ruolo, ti dovesti assumere quello non facile di padre
e tenendo conto della carestia ambientale e della guerra durata cinque anni, i quattro bambini da custodire e sfamare non col pane che non c’era,
ma con la divina provvidenza.
Mi ricorderò sempre quel tozzo di pane secco e nero che tu razionavi e nascondevi; io attraverso i sensi sentivo il tormento della fame e del freddo; mal vestito e scalzo come se fossi un trappista.
Votato al sacrificio martire, io nella mia ingenuità sapevo di essere senza peccati e di non meritarmi tanta sofferenza.
Ma non capivo il perché, ma essendo tutta la famiglia i miei due fratelli, mia sorella, tu Mamma che te lo toglievi di bocca e ci dicevi col tuo volto sempre afflitto di non aver fame, ma si capiva che eri scalza di disperazione e di cupi pensieri notte e giorno.
Oh! Mamma quanto è dolce e quanto è triste nel dolore questo nome, invocato da tutti gli esseri su questa terra, che ti dà la vita e poi se la riprende.
Oh! cara Mamma ti ricordo sempre vestita di nero, fazzoletto a lutto in testa che sotto il cocente sole ti lamentavi e sentivi il bisogno di levartelo, ma le usanze del paese lo ritenevano un atto insensato.
E quando tornando dalla campagna passavamo rasenti il muro del pianto (cimitero) ti fermavi a pregare i nostri sfortunati, che dopo una vita di stenti ci
lasciarono in eredità la croce con la quale continuare il pesante cammino della vita.
Oh! Mamma, come non ricordare quella nostra casa piena di freddo, di fumo di vento, di umido e di miseria? Quando ci passo davanti mi giro e la vedo ristrutturata, ma non la riconosco più la sua povertà.
Oh! Mamma con un sospiro ti ricordo in chiesa sempre in piedi e all’ultimo posto, ora tanti anni sono passati, ma la gente mi domanda, ti ricorda
e raccontano di quanto hai sofferto e di quanto eri buona.
Io non vorrei ricordare l’impatto terribile da dovermi coprire gli occhi con la mano.
L’ultima volta che ti venni a trovare in quella specie di ricovero
dove tua figlia (e i suoi) ti avevano parcheggiata, eri morta da un giorno ma irriconoscibile e spettrale.
Ora non credo che basterà mai chiederti perdono e pentirci e pregare per te, ma sento i miei dolori somigliare ai tuoi e nei miei lamenti chiamo
sempre mamma, mamma .....................
Dedica al mio sfortunato fratello Pasquale
Una cattiva Stella
Proprio quella che ti prese in custodia dalla nascita, e ti porta fino alla morte;
non potrò mai scordare quando eri già adulto, ci fu chi approfittò della tua bontà,
e ti fece sparire il tuo primo e unico vestito, tanto lavorato e tanto sudato;
e quando Io adolescente ti correvo dietro, perché tu partivi per la guerra, a piedi e in mala salute e mi mandasti indietro in malo modo dicendomi che i bambini in guerra non servono; Io nell’attesa pregavo santi e santini,
finché non ti rividi tornare ancora a piedi; sempre più afflitto e mortificato,
mi dicesti che in quel lungo periodo avevi imparato a leggere e scrivere autodidatta; Io con meraviglia ringraziai i nostri santi;
è certo che siamo nati nel posto e nel periodo sbagliati, e quando nostro padre ci lasciò orfani in tenera età in mezzo ad una strada;
tu che eri il maggiore diventasti anche padre per noi, poi emigrammo in cerca di fortuna e ancora soffrimmo
e poi ricordo quando ormai maturo ti facesti
una famiglia, ovvero un matrimonio di necessità non certo per amore;
e ricordo quando mi sono smarrito
tu mi cercasti, mi accogliesti e mi aiutasti; con quel tuo aiuto ho ripreso la fiducia che avevo perso completamente;
e ancora quando lasciasti un biglietto dicendo che saresti morto per fame, e non per malattia e come scordare quando infine ti venne incontro quella devastante malattia,
una condanna senza appello;
da quel momento ho sempre condiviso le tue sofferenze; e infine una parte di me si staccò,
e la rimanente ancora si lacera
poiché nulla ho potuto contro il tuo amaro destino.
Milano 9 settembre 1997 - estratto dal mio Diario
Nel dopoguerra i tre fratelli cercano fortuna al Nord, in particolare a Milano, con avverse vicende, ricevendo anche il foglio di via che li rispedisce a casa, ma loro non demordono.
Col tempo ognuno trova una sistemazione diversa che separa le loro strade e che li ritroverà anni dopo tutti stabiliti definitivamente a Milano.
Carmelo fa il militare ad Orvieto e Roma nei Granatieri di Sardegna.
Torna a Milano, si adatta ad ogni tipo di lavoro, poi conosce Elvira che sposa il 1° maggio 1961 e con cui condividerà il resto della vita con mille difficoltà di lavoro e salute soprattutto nei primi anni, che vedono anche la perdita del primogenito Lorenzo dopo neanche un anno di vita.
Hanno caratteri completamente diversi, per certi aspetti sono gli estremi che si toccano.
Numerosi sono i versi che seguono in cui Carmelo riconosce e ammira le doti di pazienza e pacatezza di Elvira che hanno fatto da contraltare al suo carattere istintivo e orgoglioso.
Nozze d’Argento 1 maggio 1986
Alla mia cara Elvira
Tu sei la mia compagna per la vita. Da quel dì che ti ò trovato,
tu hai deciso della mia vita. Con te ho sofferto e gioito, tanta fiducia tu mi hai dato e tutto di me hai capito.
Chi più di te mi ha mai amato! La mia mamma, ma come te non mi ha capito.
Tu nel mio silenzio comprendi anche ciò che non ti dico
e ciò che in me rimane
è l’amore più grande che tu avresti mai udito.
Se un giorno ti dirò grazie
di tutto spero di esser lo stesso e di non esser cambiato.
Carmelo
1990
Riflettendo a fondo sulla mia esistenza capisco, anche se non lo dico,
quanto sia importante avere a fianco una compagna
che con la sua presenza, con i suoi modi
con tutto ciò che comprende
la sua persona, contribuisce ad alleviare
ogni mia preoccupazione o rabbia o tribolazione.
Perfino nei miei acciacchi fisici Lei rappresenta la mia serenità.
L’antidoto, la tisana, la medicina introvabile per tutti i miei lati negativi.
Io sono egoista e non le dico queste cose,
che di certo le farebbero molto piacere. Ma penso che in fondo
Lei, conoscendomi molto bene, intuisce ugualmente dai miei modi e dai miei momenti di buono o di cattivo umore,
o dallo stesso timbro di voce, quando ci parliamo e perfino quando non ci parliamo.
In quest’ultimo caso non credo che può bene intuire l’enorme amarezza che mi porto dentro,
quando siamo arrabbiati l’uno con l’altro, specie se sono io la causa del guasto.
Sto così male che a volte vorrei scomparire dalla terra,
ma poi rifletto e penso con lieta speranza, che tra un giorno o due, passerà la burrasca.
E Lei tornerà ad essere la mia serenità, quella serenità intesa
come la medicina, rarissima che ad ogni uno occorre
per ritenere la vita degna di essere vissuta
e di continuare, assecondando il proprio destino.
Carmelo
Agosto 1996
Se ti rincontrassi, vorrei tanto essere perfetto, secondo la tua immagine.
Essere il compagno dei tuoi sogni, io raccoglierei i primi e gli
ultimi fiori d’ogni stagione.
E li conserverei vivi e profumati per te.
Intorno a te convoglierei le più belle farfalle
dai mille colori.
E suonerei le più belle melodie, e durante i tuoi sonni,
vorrei zittire tutti
i rumori del mondo.
E al tuo risveglio sentire solo
il cinguettio di due canarini felici.
Carmelo
Luglio 1997
L’ultima Democrazia
Io ho la fortuna di vivere assieme ad una persona, il cui comportamento
è sinonimo di vera democrazia.
Lei ha dentro di sé
i parametri che la portano a rispettare il prossimo
e la spingono a dare senza chiedere,
Lei ha l’animo nobile, Lei è di una
semplicità tanto celestiale, che la inducono ad annullarsi
di fronte all’esibizionismo altrui.
Lei non porta rancori
di offese ricevute, e con tutti i suoi pregi e doti naturali
nessuna nefandezza del mondo, la inquinerebbe mai. Io penso senza esagerare che se tutte
le nobiltà ed alti ranghi viziati e debosciati ancora esistenti
si incodassero dietro le sue orme per essere degni di Lei
si dovrebbero togliere ghingheri e ghirlande e tornarsene a casa
annichiliti dalla vergogna.
Carmelo
1997
Tu per me
Tu per me sei tutto ciò che la vita richiede e che non disdegna mai. (Detto in frazioni)
Sei il mio sentiero che, percorso insieme, incontra le cose
che più mi allietano e che, come in un sogno, si parano davanti
alternandosi e poi trasformandosi, ora in aria pulita, in musica, canzoni, tranquillità, salute, sole, caldo, luce, sicurezza, dialogo, tenerezza, freschezza, serenità, accordo, amore.
Con tutto ciò non posso sentirmi a disagio se una volta tanto può nascere un disguido che è del tutto giustificato, e addolcito
dai tuoi modi ed espressioni piacevoli. Di tutto questo,
ti dico grazie, sperando di poterti assomigliare almeno un po’ e grazie ancora.
Carmelo
1 Novembre 1997
Alla mia cara sposa e compagna
Io ti chiamai Benedetta, tu fosti e sei il mio bene e della nostra casa.
Tu dea del bene e di serenità, sei la mia via, il mio sentiero dove non inciampo mai,
dove tutte le pietre parlan bene di te. Per quel sentiero io andrò, ricordandoti come le dolcezze
delle mie piaghe e dei nostri dolori,
e mi domanderò se siamo noi gli ultimi esemplari, che spartirono fatiche e sofferenze
come muli e formiche.
Un profondo silenzio mi risponderà, “vai, non ti voltare,
e senza deviare
oltre gli alberi tormentati dal vento impetuoso e gelido,
troverai il tuo malinconico tramonto e forse anche la tua alba benefica” Sei forse tu Benedetta?
Carmelo
Oltre ad Elvira, Carmelo ha dedicato versi anche ad altre persone speciali: Lorenzo il primogenito (morto nel primo anno di età), Alessandro il primo nipote, Lorenza una cara amica di famiglia.
1998
Al mio piccolo tesoro
Tu mio adorato, avevi fatto di me un papà solerte e felice.
Il tuo destino e il mio si sono fusi in uno, tanto atroce e tragico.
Ho sempre cercato, sbirciando, tra le stelle, e in ogni luogo,
la tua anima candida e innocente. Nel mio vecchio cuore stanco,
vi è sempre, quell’ultimo, grido d’immenso dolore.
Anche se nel seguito, nacque il tuo degno successore, e fu per me
la tua resurrezione.
Col tuo stesso nome Lorenzo, e con le tue sembianze
egli vive per te e per noi,
e da lui nacque un tesorino tanto a te vicino che nei
suoi occhi vedo chiara la luce, degli occhioni tuoi.
Le vostre immagini si confondono alla mia vista.
Tu mi sembri Lui e Lui mi sembra Te.
Verrà un tempo non lontano in cui la mia anima cercherà e troverà la tua.
Si unirà e ti accompagnerà e con calde lacrime di gioia, ti scalderà e ti racconterà tutto ciò che non avevi sentito mai.
Il tuo papà
Al mio caro trottolino (per Alessandro)
Tu sei la mia grande emozione, tu sei amore, vita
e anche una grande melodia.
Tu, col tuo dolce sorriso, mi dici tutto ciò che da molto tempo non riuscivo a sentire.
Io ti guardo con gli occhi stanchi
e mi par di vedere in te una luce di altri pianeti, mandatami dal Signore per illuminare la parte più buia che da lungo tempo annebbia il mio spirito e la mia anima, che annaspa in un groviglio di dubbi e d’incertezze.
Spero tanto che il tuo angelico ottimismo
potrà servire a trovare la risposta al mio dilemma.
Tutto ciò potrebbe avverarsi
quando ti regalerò tutto il bene che ancora perdura nel mondo, che tu percorrerai certamente con grande buona volontà,
con amore e con lealtà.
Auguri sinceri, mio caro trottolino, e se mi fai ciao con le manine,
sembrerà anche a me di tornare bambino.
1997
A Lorenza, voce amica
La tua voce rassicura
e allieta la tua amicizia schietta e chiara,
come i tuoi monti perennemente innevati.
I tuoi sacrifici tanto spesso mal pagati.
Le tue mani di una magia che supera ogni fantasia, dal tuo albero ben curato nascerà il frutto desiderato. Aspettando il giorno lieto quando l’orgoglio farà
posto all’amore e al sentimento.
Una luce nuova tutto schiarirà e riempirà
il vuoto che è in te e ciò che ti rimane della vita.
Sarà una ricchezza tanto unica e ti sembrerà di volare
oltre le cime più alte della terra dove sarai ascoltata
da chi fin’allora o per distrazione o perchè
ha guardato ad altri e poco a te.
Sperando che il tutto rispecchi la tua realtà.
Carmelo.
Agosto 1993
Nessuno potrà mai sapere quanto mi manchi
e quanto grande è la tua mancanza; a nessuno dirò mai della mia immensa solitudine.
Solo il vento nel silenzio della notte
porterà il mio messaggio attraverso i meandri dell’universo.
Passerà nel chiarore della luna e delle stelle più lontane.
E quando vedrò tale chiarore sul tuo viso,
anche il mio si colorerà
e non vedrà più tristezza.
Carmelo
Nella vita di Carmelo e di tutta la famiglia è rimasto sempre forte e identitario il legame con la Calabria: Elvira, anch’essa calabrese trapiantata in giovane età nella Milano del primo dopoguerra, le tradizioni, l’uso del dialetto, le vacanze estive, le frequentazioni con parenti e amici.
Alla sua terra dolce e amara dedica versi e da essa raccoglie spunti di riflessione.
Al mio Santo e alla mia terra
Oh! mio piccolo mondo incantato,
che nelle notti stellate, ti guardo affascinato: tutte le volte che torno dal mio peregrinare.
Emulando il mio Santo patrono che nella sua ricorrenza in agosto
torna puntuale con una struggente nostalgia nel cuore. E con il suo sguardo limpido e un po’ misterioso abbraccia la sua gente che piange
di gioia e commozione.
Grande festa quel giorno e poi la notte illuminata da luci, da petardi,
e di stelle a noi vicine con meraviglia
ci fanno segno che una di loro dimora nella grotta del nostro Monte Stella.
In quella grotta lanciavo un grido per sentire l’eco, se mi portava un messaggio dei miei poveri e sfortunati antenati
che tanto soffrirono in un religioso silenzio.
Oh! mio piccolo mondo di arida terra ingrata dove il pane fu sempre poco e tanto sudato,
sappi che la tua gente è disseminata in ogni luogo dove senza rancore, ti pensa, ti ama,
ti sente vicina e nell’attesa di tornare sogna di rivederti così com’eri.
Carmelo
Dove vai o mio cuore?
Vado dove mi chiama il mio bene, dove mi porta la mia natura, dove regna la quiete.
Dove odo il canto di uccelli e cicale vado dove albeggia e dove tramonta il sole.
Dove c’è profumo di fiori,
vado dove c’è musica e melodia, dove ogni uomo si annulla
e scompare in un carosello di mute farfalle di prato.
E a sera ritorno e mi sento il peso della vita.
E aspetto l’apparir di tutte le stelle,
che saziano di luce i miei occhi. E al mio cuore sussurrano, dormi, mio caro!
E sogna che niente e nessuno possa diventare un problema.
Carmelo
(Calabria, 22 maggio 1998)
Mese di maggio in Calabria
Mese di maggio in fiore, mi pare una favola di mille colori e profumi grande fantasia per chi vive e per chi muore.
Dedica al mare di Calabria
Dedico al mio immenso e pulitissimo Mare di Calabria,
che un giorno lontano tentò di portarmi a fondo.
Grande e maestoso tu incuti timore e rispetto,
tu che custodisci misteri del mondo,
stamane ti vedo basso e sereno.
E fin dove arriva la mia debole vista vi è
la rotta dei grandi navigli.
E vicino a me vedo una piccola boa
e poco più in là una piccola barca
con tre pescatori che dal loro esitare
capisco che, malgrado la notte serena,
non si nota il peso dei suoi frutti.
Io ho udito tante storie tragiche
nei mari gelati e tempestosi e di uomini temerari
che spesso affrontano la cattiva sorte
e spesso finiscono tragicamente
inghiottiti a migliaia, come quelli
dell’inaffondabile Titanic del quale
sto udendo la musica.
Poi odo la musica delle tue onde, costanti,
che ispirano serenità e salute.
Sembrano invitarmi a giocare come facevano
i miei figlioli che in ogni agosto venivano
e godevano del tuo clima salutare
e guardandoti rimanevano incantati
e affascinati, ma arrivava inatteso
il giorno di partire a malincuore, ma con
la promessa di un presto rivederti.
Per conoscerti meglio e sognare
d’essere grandi pittori,
per immortalare il tuo
sconfinato orizzonte di un solo
blu marino profondo, nell’aurora
radiosa del dio sole che ci da
sempre luce, calore e vita
senza nulla chiedere.
Carmelo
Chiudiamo questa pubblicazione con una serie di scritti che testimoniano la fase introspettiva e riflessiva degli ultimi anni di esistenza. Un’esistenza sofferta e tormentata ma vissuta con orgoglio e attaccamento alla vita.
Nei testi compaiono tutti i dubbi e le domande insite in ogni essere umano sul senso dell’esistenza, del dolore, del bene e del male, accompagnati dallo stupore sulla bellezza della natura e da un’indomata fiducia nei sentimenti e nelle azioni che possono coltivare e promuovere la vita e la felicità, come “la signora che coltiva le piantine di basilico”.
1997
Uccidi l’indifferenza che uccide i sentimenti, e quindi la vita.
E se conservi la vita scoprirai
che anche quattro piante di basilico, che sembrano nulla, di fronte a tutto, se rifletti capirai che sono tutto
di fronte al nulla.
Meditando ho capito che in loro, c’è profumo, tenerezza, delicatezza, c’è il verde della giovinezza,
e della vita e c’è soprattutto, oltre al sentimento, la continuità dei valori delle cose gradite,
che le persone ci tengono a regalare
e ravvivando tutto ciò che in questo mondo sarà poi dei nostri figli,
nipoti e pronipoti. Io ringrazio e prego che tutte le cose belle che ispirano il proseguimento
di questi insegnamenti, che i nostri avi ci lasciarono e che anche nella perversità sono ricchezza e
scuola di vita, io spero tanto che i posteri penseranno e mediteranno su quanto ho scritto alle ore 3 di notte.
Ora termino illudendomi che nasceranno tantissime persone come la signora che con le sue piantine
di basilico mi ha ispirato e con rispetto la saluto
e la ringrazio.
Carmelo
Una scelta fantastica
Vieni ti porterò su alti lidi,
lì non udrai falsità, né nefandezze, ma profondi e riposanti silenzi,
lì non udrai di folli auto distruzioni umane, né frastuoni,
ma solo ciò che le tue orecchie vorranno sentire;
lì non vedrai scempi e sporcizie, ma solo ciò che ai tuoi occhi non dispiacerà di vedere;
lì non respirerai aria tossica, ma quella pura che creò madre natura;
lì non troverai amori interessati, ma la serenità e la saggezza dello spirito;
lì non correrai pericolo ma sarai protetto da una buona stella che ti guida nell’infinito.
Carmelo
I miei desideri repressi
Il mio cuore soffriva,
il mio cuore sperava, il mio cuore cantava
al primo amore bello, pulito, deluso ma non dimenticato; per il secondo amore di padre e di sposo,
il mio amore cantò alla vita.
Poi il mio amore pianse le pene, e le morti;
io sono quello che scalzo camminò per la vita. Sono quello che visse realtà e fantasie,
sono quello che viene, che passa, e se ne va, allo stesso modo, e come tutto si dimentica, dimenticato sarò,
nell’indifferenza del mio stesso genere. Sono le ore 6, fine di una notte insonne, non piove da mesi, e Milano è sempre più inquinata.
Carmelo
Le notti insonni
Sognai un isolotto del Peloponneso, tempestato d’alte maree,
ed il fischiare di venti grecali e gelidi percorrevo un sentiero per asini,
e osservavo esterrefatto le greggi brucare su prati brulli e pietrosi,
inerpicati contro vento,
e sentivo il disperato belare dell’infante prole, sperduta nel trambusto della schietta natura. Poi nel vespero tornavo verso l’ovile diroccato, e rischiarato da una lampada
ad acetilene col suo fischio diabolico;
e in ogni direzione osservavo incantato l’immensità del mare, ondeggiante, e le moltitudini
di stelle brillanti e cadenti;
ed il grande faro di luna piena;
e nel tombale silenzio della notte meridionale, sentivo il gufo esibirsi col suo lugubre canto; ed il fruscio di pipistrelli
passare e scomparire come lampi;
e dentro godevo di un calore sano di legna secca; quel focolare mi vide crescere,
da bambino nella miseria, e nel freddo; là dove era e doveva essere essenziale,
e dove i giochi dell’infanzia non mi accomunavano.
Carmelo
La voglia mia
Voglia di vivere, di lottare;
voglia d’amore, di musica, di canto, di sole, di fiori.
Voglia di tranquillità, voglia di aria pura dei monti solitari di albe e tramonti. Voglia di mare
di sentire la musica delle sue onde
se pure impetuose di alte mareggiate da brividi.
Voglia di vento che accarezza le spighe del grano dorato per il quale mio Padre s’incurvò la schiena
e si bruciò le braccia tentando di spegnere con la sua giacca lacera e sudata, un covone che simboleggiava il pane per i suoi figli e la moglie.
Voglia di luna piena, di miliardi di stelle limpide, tremolanti e cadenti.
Voglia di quiete, voglia del canto dei grilli e cicale, di gufi e ranocchi;
voglia di nidi di tutte le specie del creato, di lucertole al sole assopite, di serpi attorcigliate in amore.
Voglia di sognare i miei cari defunti, voglia di sospendere le mie calde lacrime che tanto bene mi fanno anche nel dolore.
(Aprile ‘98 a Milano piove e l’aria è meno inquinata)
Carmelo Murace
Pazzano 16 luglio 1930 – Milano 29 novembre 2003
Stampato nel 2023