MENTRE I TUOI FIANCHI ONDEGGIANO PER LA VIA

scritto da mikele
Scritto 12 anni fa • Pubblicato 12 anni fa • Revisionato 12 anni fa
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Autore del testo mikele

Testo: MENTRE I TUOI FIANCHI ONDEGGIANO PER LA VIA
di mikele

I
Davvero credi che quei ragazzotti
floridi non ti stiano a guardare
mentre bevono, ridono sguaiati
e fumano le loro sigarette
con le mani che tremano? E loro
se ne stanno seduti sulle sedie
dei tavolini di quei bar del centro
che danno sulla strada dove passi
tutti i giorni al calare della sera.
Mentre i raggi del sole morente
colorano di rosso quell’asfalto,
mentre le ombre della paura
disegnano sui visi forme mute,
mentre i tuoi fianchi ondeggiano sulle
punte dei tacchi freddi come spade.
Eppure è vero, nessuno guarda.
Tutti già sanno che ti baceranno.

II
Allora ti ritrovo anche qui, cara!
Eccoti lì, abbarbicata sopra
le stanche spalle di quel cristo in croce.
Quel cristo che è lì per presenziare
allo sbocciare dei fiori del tempo.
Quei fiori belli solo un istante,
che poi son già morti senza nemmeno
essere prima marciti. Io ti do
solo un avvertimento: lascia svelta
la mia stanza, che già sogno il calore
del cerchio dei tuoi baci sul mio collo,
il grande salto e poi il vertiginoso
precipitare sui sassi del cuore.
Vai via, ti prego. Sì, te lo domando.
Forse qualcuno ti sta già cercando.

III
Gli immorali succhi della terra
nell’agosto rovente fanno andare
alla deriva il desiderio strano
che, nel pungente inverno, ho sempre
di te, del tuo volto, dei tuoi occhi.
Com’eri bella quando camminavi
sui ciottoli del parco con il sole
che pettinava i tuoi capelli lisci.
E quelle lunghe, belle gambe scure.
Com’eran lunghi quegli istanti brevi,
quei battiti del mio cuore. Già,
tu sapevi che non era il momento;
io sapevo che non era il momento.

IV
La sfavillante luce delle squame
ardenti della pelle della serpe
che in eterno compie la sua muta
e che, mordendosi la coda, forma
un cerchio, è un ignobile affronto
all’autorevolezza del tuo drappo
scuro. Per quanto ancora tutto questo
andrà avanti? Quale è la meta
di questa strada costellata più
dagli amplessi che dalla pia ragione?
Forse è annegare nel tuo occhio
nero? In questo alla fine io ci spero.

V
Dove sei, dove sei, dove sei, tu?
Dove sei se non nel collo filiforme
di quella inconsapevole venere dalla schiena
nuda e affusolata?
Dove sei se non nel respiro metodico
e ben ritmato, ordinatamente battuto,
dello srotolarsi dell’avvenire?
Dove sei se non nelle vene di quelle
quattro mignotte sifilitiche e sieropositive
che si sgrillettano vicendevolmente
urlando e bevendo e digrignando
i loro denti bianchi e dorati e
impassibili nello spasmo infinito
dei loro letti oscurati da un sole che è diventato notte?
Dove sei se non tra le piaghe
piegate con esattezza millimetrica,
seguendo lo schema, sì, seguendo lo schema,
da un macchinario supertecnologico
comandato dalla nostra coscienza sporca di vomito
e progettato da dio?
Dove sei se non nel bacio
affrettato di un innamorato,
che trema, ora piano poi forte,
e chiede e si chiede e ti chiede e ci chiede
cosa, che cosa sia quel caos che
brucia appena appena sotto
la pelle?
Dove sei se non nel concitato tartagliamento
vacuo di tele imbonitori
stesi sull’altare del sacrificio supremo,
pugnalati dai sacerdoti del progresso,
dello sviluppo, del welfare,
del tuttofare,
dati in pasto a sanguinolente e impavide megere e
a puttanieri tristi soffocati dalle erezioni
e nutriti dal loro stesso sperma addolcito dalle implacabili
oscillazioni dei mercati fluttuanti nello spazio-tempo?

E senza niente, noi sì senza niente, andremo ad abbeverarci
come un nugolo ronzante di vacche e vespe
rese cattive e belle dal bello, buono, brutto e sano cattivo tempo,
alla fonte del tutto ordinatamente impilato, incellofanato,
catalogato
ed esposto sugli scaffali, opulenti e sintetici e sintetizzati,
del supermercato della vita.
Solo il fato è il nostro padrone.
Solo il fato, e la sirena e l’obliteratrice dell’oblio, e il foglio
per la raccolta firme. Il tutto allestito dal sindacato
dei lavoratori che bramano un’indipendenza,
spirituale?,
prima tutto da loro stessi.
Poi andremo a elemosinare solo un grammo d’ebbrezza,
per soffocare una felicità che nasce dal respiro
profondo di una stella appuntita,
e ci chiede di restare
ancora un attimo
con lei
per essere ancora,
per ancora un attimo sfuggevole e fuggito,
degli eroi mortali
che inseguono, rapiti dalla rabbia, un fuligginoso
domani.
E con maggior vigore, con ancora maggiore vigore,
spingeremo dentro il ventre caldo dei reconditi recessi dello
spirito iperproduttivo della nostra coscienza
impregnata
da sogni di capitalistiche imprese
il nostro senso di colpa per non essere altro che degli
imberbi e inattivi titoli inflazionati.
E brameremo le grazie di mille reginette
di bellezza acneica, dalle caviglie sottili,
il cui sangue della prima mestruazione non s’è ancora
del tutto asciugato.
E leccheremo via le lacrime versate da
una non ben precisata perfezione,
e ascolteremo i picchiettii
di un cuore malato, che segue il tictac-tictac
regolare di scarpe col plateau dorato
e reso liscio dal continuo battere su pavimenti freddi
di passerelle in marmo e coriandoli di vetro.

Ti vedo, Gianni, mentre
mi chiedi di andare a fotocopiare
le preghiere che tu hai composto.
Ti vedo, Gianni mentre mi chiedi
d’appoggiare l’aranciata
sul tuo comodino,
mentre mi chiedi di liberare
i tuoi occhi dalle sbarre
sonnolente del tempo che s’è fermato,
mentre mi chiedi di poter
guarire il mio moscone sordo che
combatte per urlare fuori
l’inopportunità incombente di mantenere
uno status nello stato di precario
equilibrio nel quale versiamo.
Ti vedo, Gianni, mentre
sussurri al mio orecchio le uniche
verità per le quali vale la pena
ancora di vivere un altro po’ di minuti,
fino a quando non tramonterà il sole
dietro le nostre palpebre chiuse,
fino a quando non affogheremo nelle
acque calme del nostro rancore,
fino a quando non c’adageremo
tra le morbide sfaccettature di velluto
di un secondo ricorrente, dentro il quale
mi accompagni tenendomi la mano per
non farmi scivolare dentro gli strappi congelati
di un inverno ormai diventato umano.

Ti temo, bella dama dal nero catarro!
Cosa c’è sul fondo di questa lattina di birra
in saldo?
Oblio, dolore, gioia, pazzia,
nulla?
Cosa c’è tra le pieghe delle tue vesti
che sanno di muschio?
Ti amo, sporca dama colma di catarro!
Ti amo,
e quindi baciami,
affinché io non ritrovi più la memoria
di troppe corse affannate lungo il pendio del fato
che feci un tempo rincorrendo folli
sogni di sincopata sensualità.
Temo e amo, e perciò non mi muovo.
So bene che con te proprio niente dura
e in me ogni giorno rinnova la paura.




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