“Non si diventa vecchi senza avere vissuto”
Lascia che ti parli del dolore e della perdita di Dio,
vagando, vagando per una notte senza speranza.
Notte di luna, villaggio di montagna folle nei boschi,
negli alberi vuoti, negli alberi morti
La tua casa è ancora qui, inviolata e sicura.
Oh, voglio essere lì, voglio che siamo lì,
oh voglio essere lì, vicino al lago, sotto la luna,
Fresco e gonfio, gocciolante del suo liquore caldo.
Voglio essere là.
Grazie, Signore, per la bianca luce cieca.
Una città sorge dal mare.
Lascia che ti parli del dolore e della perdita di Dio,
Vagando, vagando per una notte senza speranza.
Lascia che ti mostri la fanciulla con l'anima in ferro battuto.
Qui fuori nel perimetro non ci sono stelle.
Qui fuori siamo lapidati.
Avanti e indietro.
Presente e passato.
Si resta nel presente quando il presente compiace.
Soddisfazione.
Si guarda nostalgici al passato, quando il presente inquieta.
Lo si ripulisce dalla smania e trepidazione probabili di anni andati e lo si osserva nella perfezione del desiderio di calma.
Come un abito che ci starebbe a pennello, se solo potessimo indossarlo.
La storia pulisce il tempo dai piccoli drammi personali e ci riconsegna un incastro di vite in un tweed caldo dai colori autunnali. Profumo di fuoco e vischio. Silenzio di neve e bisbigliare di lavorio incessante.
Addentriamoci quindi tra boschi pietrosi, rovi, ginepri e castagne.
Piccoli borghi, microcosmi di vite.
Cave.
Lampi di bianco accecante e crepe.
Terre difficili le montagne.
Di temporali violenti e limpido, subito dopo.
Di terre rubate ai versanti ripidi. Rastrelli, gerle e solchi di rape e patate. Granaglie e ceci.
Fiumi irascibili e invasi e laghi.
Contadini e taglialegna.
Cacciatori e cavatori.
Gente pietrosa come le terre che abita.
Nomi che si ripetono di nonno in nipote. Orgoglio e audacia di portare, fieri, soprannomi a designare generazioni intere.
Intrecci.
Di persone ombrose, silenziose.
Abituate alla fatica e a scansare la fatica quando è il momento del riposo, della festa, della convivialità.
Solide, brecciose diffidenti creature.
Una storia.
Un acquerello.
Da guardare con la calma con cui si guarda il passato che osserva noi, autorevole.
Un unico grande personaggio, fatto di tante vite.
Ogni paese aveva un Patron.
Padrone di ogni cosa.
Bar, negozio, forno.
Al singolare.
Spesso cosa unica sotto lo stesso tetto e mura di sassi incastrati dalla maestria di chi deve costruire per sempre.
Per sempre, in certi tempi, in certi posti, era la sicurezza per iniziare ogni giorno. Ineluttabile nelle sue premesse di continuità.
Patria, famiglia, casa.
Da costruire con cura, da difendere con impegno.
Il vecchio scaltro Patron, stessa pasta, da impastare a suo favore e guadagno, semplicemente basandosi sulla regola, accetta a tutti del “chi sbaglia, paga”, sapeva come creare la fiducia, il debito e, infine, presentare il conto.
Le persone, spesso, rispettano l’aguzzino come fosse salvatore.
Si fidano, vantandosi di guadagnare fiducia, non di cederla.
Il vecchio scaltro Patron aveva così un ampio seguito di fidati fiduciosi, che si rivolgevano a lui per ogni necessità, contraendo debito da onorare come ogni contratto.
Cedendo terre, campi e boschi selvatici. Oppure, quando il campo era sostentamento, qualche ora della moglie, ma mai la figlia.
Ed il prezzo del debito era estinto.
Ognuno di questi eventi, trovavano parole di derisione, disappunto e rabbia, lungo il bancone di marmo del negozio d’alimentari e bar. Fitte discussioni, bicchieri di vino rosso e sigarette. Scuotere di teste per le ricchezze che crescevano su sacrifici, sudore, sangue, onore e disonore.
C’è stato un tempo in cui il salutismo era meno importante di un bicchiere di vino e delle parole fitte, cadenzate da respiri profondi di una scalcagnata Nazionali senza filtro.
Una cabina del telefono.
Grigia.
Chiusa la porta, pesante, pigiato il bottone che dava la linea, quasi materica nel gracchiare tremolante, in un metro quadrato di parole importanti, che necessariamente dovevano correre per il filo.
Giù per la valle.
Verso altrove.
Un altrove specifico.
Un’altra cabina.
Grigia.
Pesante.
E un’altra porta chiusa.
Custodi di grandi eventi e cambiamenti.
Risultati elettorali.
Grandi avvenimenti.
Telegrammi.
Pene d’amore.
Tutto ciò che non poteva attendere la lentezza della carta, della penna e del postino in bicicletta che passava tre volte a settimana.
Altri tempi.
Di uomini e pantaloni di velluto a coste grosse e camicie pesanti con le maniche arrotolate ai gomiti.
E le Nazionali senza filtro.
E lei.
Donna nell’accezione del termine.
Un po’ massaia, un po’ mamma un po’ direttrice delle vite da dietro il bancone del negozio, che quando funzionava da bar era affare del marito. Piccola, minuta. Una folata di vento l’avrebbe portata via. Fosse stato in grado di convincerla.
Ti squadrava per lungo e, semplicemente si sbagliava. Mettendo un etto in più di mortadella. Che la fame di chi lavora la terra, non è mai sazia se non saziata del giusto.
Non un grammo in più.
Non un grammo in meno.
Mani affaccendate ad affettare, a misurare stoffa e ad arrampicarsi su per i sacchi di granaglie, paletta di ferro alla mano, per lo spezzato per i polli.
E lui, nel mentre, faccia buona di chi è buono davvero, allungava una “gambetta” alle vedove che ricacciavano indietro le lacrime e i letti vuoti e freddi, con il calore dell’alcool.
Dignità profonda. Forse umile. Con la camicia pulita e l’abito buono per le grandi cose o per essere seppelliti.
Di fronte al tappeto rosso, sulle scale di marmo dell’albergo del Patron, che diede alla luce figli privi di dignità che, ancora neanche freddo il corpo della madre, la Matrona, già frugavano affannati alla ricerca di tesori e denari.
Sta sempre al giudizio di se stessi scegliere chi essere e come vivere.
Dignità.
Faticosa.
Tappeto rosso.
Figli senza gloria, andati a studiare in città o oltre la città e l’oceano, di ritorno estivo da decadenti padroni raffinati, con gli occhiali spessi e la camicia di lino, a farsi baciare la mano da quelli che il Patron aveva fatti cornuti. Alla ricerca di una dignità che non avevano e che dovevano imporre come gesto obbligato.
Altorilievo che nasconde bassorilievi marmorei.
Che non tutti gli uomini cedevano fiducia e non tutte le vedove riscaldavano il sangue al bancone del negozio.
Alcune piangevano senza lacrime, crescendo figli con una vita davanti.
Chi poteva a studiare. Chi a lavorare a scalpelli nelle vene delle cave.
Sempre futuro e dignità di vita.
Che non tutti cedevano moglie e orgoglio per saldare debiti. Cedevano mani e schiena, nei boschi, a far legna, che l’inverno era lungo e il freddo era freddo. E la famiglia era la tana e il nido, da preservare inviolati. Da proteggere con cura.
La mente più forte del cuore. Il cuore più forte della mente.
La famiglia prima di ogni cosa.
E la propria gente, più importante del resto del mondo.
Che cominciava dal paese accanto.
Legami.
Alcuni andati perduti.
Alcuni scorrono ancora nelle vene.
Stessa tempra di chi discuteva, acceso, di sport e politica al bancone di marmo del bar alimentari. Che correva alla cabina a comunicare i voti degli scrutini, sperando. Credendoci con la mente, più forte del cuore e il cuore, più forte della mente, che tanto fare e discutere e si combatte. Per la propria squadra. Per il proprio credo. Che risanerà le strade, che porterà i giovani via. La diga, che renderà l’invaso lago. Che porterà le genti da fuori, dentro. A rimirare le vette, le pietre e il lago. In cerca di blando divertimento.
Tra scettici petrosi abitanti, con il pennato alla cintola, a scrutarli.
Giudici precisi e freddi.
E la camicia bianca, pulita. E il cappello, da togliere. E il velo a coprire la testa delle signore. Per andare a pregare non il Dio di tutti.
Il proprio Santo.
Il voto alla Madonna, per proteggere le famiglie.
I propri morti.
Un coro di preghiere differenti, in un'unica preghiera, Diversa per ciascuno. Identica a quella di chi sta accanto.
E antichi riti pagani, a festeggiare giorni di festa. Propiziatori per il raccolto. Per ringraziare ciò che è stato. Tramandati di padre in figlio. Di generazione in generazione. Che si è perso il significato primo ma non quello più profondo: riconoscersi in una terra e sentirsi parte di qualcosa di antico.
Che ha radici profonde, che lo rendono libero.
Poi
C’è stato un tempo in cui l’identità, l’essere parte di qualcosa, era semplice. E profondo.
Privo di parole.
Vero da non doverlo spiegare o sottolineare.
Le case non avevano telefono. Non avevano TV. Non avevano neppure la radio.
Ogni cosa, proveniente dal mondo, era in piazza, al bar.
Anche il Festival dei fiori.
Anche le guerre.
E un bicchiere di vino e fumo di Nazionali senza filtro, a scandire le pause delle discussioni mentre i bambini giocavano in accrocchi e biciclette, per le strade e nelle piazze.
E il paese, vigile, li osservava e proteggeva.
Occhi pieni di eccitazione e vuoto, quelli dell’oste, in braghe di velluto, e la minuta moglie e le mani di granaglie, guardare i crinali, luce bianca e ferma, quasi fotografica, e autunno di foglie rosse, come il tappeto in velluto dell’albergo del Patron.
E l’offesa alla montagna.
Alberi tagliati e pali del telefono. E ripetitori televisivi, poi.
La cabina, rudere cimelio abbandonato.
Le case a chiudersi come la porta pesante della cabina.
I giovani se ne vanno e, chi resta, si chiede perché mai resti.
Ruderi di case di sassi, vuote.
Tutto si assottiglia.
Il tempo cambia marcia.
Si smette di guardare il proprio prato, per ambire ad infiniti prati impossibili. La realtà cede all’irreale. L’impossibile al possibile. Il boia diventa assassino o esecutore, dipende dalla semantica e dialettica di chi mena il can per l’aia.
Tutto.
Veloce.
Importante.
Tutto.
Necessario.
Insostituibile.
Tutto
Possibile.
Urgente.
Ma nulla si muove. Se non l’ansia del tutto, senza identità.
Ed eccoci quindi nel tempo accelerato, di gente come Dio.
Sempre impegnata ma altrove
(Winston Churchill)
L’Uomo Nero, che bussa alla porta e si presenterà a breve, in smoking, pronto a fumare accanito, senza discussione, è quello della legge del contrappasso.
Della sofferenza al contrario.
Sogno o incubo, l’unico modo per combatterlo, fargli togliere la giacca impregnata di fumo di certezze semantiche e sentimenti di brividi senza legami, ricacciandolo nell’oblio, prevede il risveglio.
Prendiamo ancora una pausa, prima di addentrarci.
The White Blind Light
Your home is still here, inviolate and certain.
Thank you, oh Lord, for the white blind light.
Jumped, humped, born to suffer.
Made to undress, in the wilderness.
Our love so found a safe niche
Where we can store up riches and talk to our fellows,
In the same premise of disaster.
Thank you, oh Lord, for the white blind light.
Let me tell you about heartache and the loss of God,
wandering, wandering a hopeless night.
Moonshine night, mountain village insane in the woods,
in the deep trees, in the deep trees, in the deep trees.
Your home is still here, inviolate and certain.
Oh, I want to be there, I want us to be there,
oh I want to be there, beside the lake, beneath the moon,
Cool and swollen, dripping its hot liquor.
I want to be there.
Thank you, Lord, for the white blind light.
A city rises from the sea.
Let me tell you about heartache and the loss of God,
Wandering, wandering a hopeless night.
Let me show you the maiden with wrought iron soul.
Out here in the perimeter there are no stars.
Out here we're stoned.
Immaculate.
(Jim Morrison)
L'Uomo Nero - Giorno sei testo di Dirce