Una sera come tante alla fine di una giornata faticosa.
Il rientro a casa in macchina, con la musica in sottofondo, lungo un tragitto secondario che in pochi minuti mi conduce fuori dal chiasso del traffico cittadino. Un bel respiro profondo e mi godo l’effetto di decompressione che sento via via farsi largo in questo quarto d’ora magico che mi porterà dritta all’ora di cena.
Ho sempre subito, fin da piccola, il fascino discreto delle finestre accese la sera immaginandomi che cosa stesse accadendo oltre, all’interno. Crescendo mi sono resa conto che non era la curiosità morbosa di spiare le vite altrui, quanto piuttosto l’interesse, oserei dire quasi sociologico, a capire i contesti in cui si sviluppano le dinamiche personali e famigliari che accompagnano l’esistenza di ciascuno di noi.
Ed ecco che al viaggio su strada si accompagna il viaggio con la fantasia: e lei sì che sa arrivare molto lontano!
Al piano terra di quel palazzo magari ci sta una nonnina sola che, mentre sta guardando la TV con il volume alle stelle, è lì che si gusta il suo purè con lo stracchino e chi se ne frega se i denti per mangiare ormai sono rimasti pochi, i soldi per il dentista non ci stanno; l’importante è che non manchino mai quelli per le crocchette del suo adorato gatto Martino. Eh sì, perché io l’anziana signora me la immagino con un gatto che si chiama proprio così.
E lì, invece, in quella villetta con il giardino sicuramente c’è almeno un bambino piccolo: la biciclettina tutta colorata buttata per terra sa tanto di richiamo materno che la cena è pronta.
Oltre la finestra mi immagino una famigliola riunita a tavola a fine giornata a raccontarsi com’è andata.
Al secondo piano di un palazzo verde c’è ancora il bucato steso fuori; forse una moglie sta dicendo al marito: “Finchè io metto su qualcosa da mangiare, fammi un bene recupera la biancheria dalle corde in terrazza, che non ho ancora fatto in tempo”.
E la studentessa universitaria, che il giorno dopo ha un esame importante da sostenere, me la immagino dietro quella finestra al quarto piano sulla sinistra. Di cenare non se ne parla proprio, serve ancora tempo per ripassare. Si ordina una pizza per asporto già tagliata a spicchi e via tra una pagina e l’altra del libro di diritto privato.
Due, tre case più avanti la luce accesa lì sotto tetto mi sa tanto da “mansarda dell’artista”: pareti insonorizzate tra le quali un giovane musicista prova e riprova al piano la sua canzone e non si accorge nemmeno del tempo che passa, fino a quando lo raggiunge l’annuncio della mamma che è ora di scendere a tavola, altrimenti la cena si fredda..
Ormai sono arrivata a casa.
È il mio turno di accendere la luce, mettere su l’acqua della pasta, indossare la tuta e calzare le mie ciabatte tutte belle morbidose. E chissà se magari c’è qualcun altro che passando in macchina e guardando verso la mia finestra si stia chiedendo chi ci sta dietro e cosa stia facendo.
Le finestre degli altri testo di Cuore nel fango