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È questo il tempo, dicono,
della pazienza,
mentre il giorno si sfa
tra cigliate navate di pioggia
e di sassosi nuvoli,
ed un rintocco s’impiglia
tra le nocchiute rame,
tra i cipressi che il vento di ponente incurva appena,
voce che non sa dove posarsi.
Eppure vibra,
nel vetro che s’appanna,
l'impronta delle dita,
l'alito che resta a dirci
che nulla va perduto,
che il moto è un ritorno teso
verso la foce.
Siamo noi questo andirivieni,
la domanda che la luce, morendo, ricuce nell'orlo di shungite;
noi, la moneta lanciata sulla soglia,
nei cerchi del bianco dei lini,
nel raggio che figge e già taglia
l'anello che regge,
la parola che manca.
Domeniche, di volti dimenticati,
di lune chiuse nei cassetti,
di lancette che ora si piegano
come filari...
un gatto rifugge il suo guizzo
di smeraldo, nella piazza
che ingoia un silenzio di marmo
dove l’ombra farsi non vuole.
S'arresta la ruota nel solito giro
di passi. E di noia.
Thea Matera