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Nel sogno la trovai ancora di guardia.
Quando la vidi capii: ero io.
Era nella mia cameretta di quando avevo cinque anni,
con i tappi nelle orecchie.
Negli occhi aveva ghiaccio.
Rabbrividii.
Ma non distolsi lo sguardo.
Occhi dentro occhi.
Lei mi fissò e disse:
«Ti stavo aspettando».
Allora capii.
«Guardami.
Sono io.
Ce l’ho fatta.
Ora puoi deporre le armi.
Puoi togliere quei tappi.
Il tempo della paura è finito.»
Mi scrutò a lungo.
«Ne sei certa?
Non ti vedo molto diversa da me.
Vedo che sei cresciuta,
ma le tue rughe mi parlano
di tempeste
e di sofferenza.»
Le sorrisi.
«Sì, piccola mia.
La sofferenza c’è.
Ma le rughe che vedi
sono i doni che la vita mi ha dato.
Non parlano solo di noi due.»
La bambina mi guardò.
Nei suoi occhi
la paura si allentò.
Poi il ghiaccio cedette.
Scoppiò in lacrime.
La lasciai piangere.
«Se oggi sono qui
è grazie al tuo coraggio.
Ora
puoi tornare a giocare.»
Lei tornò a giocare.
I tappi
non li tolse mai.