UNA PASQUETTA DA PANICO
Era una Pasquetta di metà degli anni ’70 e come sempre con tutti i parenti ci riunivamo nella casa colonica dei miei nonni a Capo Comino, quel pezzo di Sardegna più esposto ad est.
Era una delle poche occasioni in cui non impegnati in qualche attività che la vita di campagna esigeva, ci si dedicava esclusivamente ad un lungo ed abbondante pranzo. Se il clima lo permetteva ci si accomodava portando dei tavoli e sistemandoli sotto la palma e sotto il giovane pergolato che in quei giorni era già adornato di verdissime ed irrequiete foglie.
Se invece il tempo fosse stato inclemente ci saremmo riuniti tutti nella grande cucina, scrigno di indimenticati profumi e dove sarebbero rimbombate risate e racconti.
Eravamo numerosi, avendo i miei nonni generato dieci figli e, con relative mogli, mariti e marmocchi riuscivamo ad animare ogni angolo dell’aia, sparsi come formiche; ma dalle mie parti non si dice molti o tanti senza farlo seguire con un “Dio vi benedica” così, come uno scongiuro.
Era consuetudine dopo pranzo lasciare gli adulti a parlare pigramente, ma quel giorno si sarebbero diretti verso una vicina casa colonica a far la veglia funebre al vecchio pastore, figura che non si era mai allontanata dal suo gregge e dai pascoli della borgata, e mentre le donne avrebbero lucidato i grani del rosario recitando i misteri dolorosi per poi passare a parlare della tramontana che aveva steso le fave e di quella nuova razza di galline ovaiole, gli uomini sarebbero rimasti fuori a discorrere, perché gli uomini fanno solo le condoglianze e non le preghiere, che è roba da donne, e poi alla chetichella si sarebbero spostati verso il magazzino dove avrebbero brindato per tutto il pomeriggio con vino e filu ‘e ferru all’anima del defunto. Alcuni sarebbero rimasti fino alla mattina successiva perché non si può lasciare la salma da sola, e qualche familiare li avrebbe trovati all’alba addormentati sulla sedia o con la testa appoggiata direttamente sulla bara, a smaltire la sbornia.
Noi invece, come sempre durante queste giornate di riunione familiare, ci saremmo diretti in un folto gruppo, formato dagli zii più giovani e tutti i nipoti, verso la spiaggia e avremmo percorso a piedi tutto quel tratto di costa fino al faro, fino a poco tempo prima abitato dal guardiano e da sua moglie che giravano tutta la borgata con le loro biciclette facendo visita a tutti gli abitanti e riempiendo i loro cestini di ortaggi e provviste genuine, solitamente donate. Saremmo poi rientrati percorrendo la strada ancora sterrata che in quel momento dell’anno era ornata da gialle ginestre e da cisto fiorito e inebriata dei loro profumi, fusi con la salsedine che la brezza portava dal mare.
La Pasquetta segnava anche il nostro primo bagno della stagione in quell’acqua ancora abbastanza fredda ma tanto limpida e pura da non riuscire a resisterle, tuffandoci in mutande.
Per me il mare era mare ovunque, nel senso che credevo che l’acqua fosse ovunque così limpida, azzurra e cristallina. Avevo venticinque anni quando scoprii la realtà, ed il termine di paragone fu Riccione. Inutile dire quanto ne rimasi turbata.
Lungo il tragitto, se la sabbia non l’avesse coperta, ci saremmo fermati quasi in religioso silenzio come durante una visita ad una chiesa campestre, davanti a quella capanna di pietre, dimora di Raffaella Pavone Lanzetti e Gennarino Carunchio, Mariangela Melato e Giancarlo Giannini, nel film “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”. Se l’avessimo trovata quasi sommersa ci saremmo messi al lavoro, scavando con le mani alla ricerca di chissà quali tesori o misteri, come tombaroli del nulla.
Quel giorno mio fratello Gianni e i miei cugini Alberto e Francolino si attardarono sulle dune di sabbia bianca e finissima a fare prodigiosi salti e capriole, osservati attentamente da Joculana, il cane di nostro nonno, che in sardo significa gioconda. So per certo che per mio nonno quello era un nome originale e non la traduzione di quella più famosa, di cui ne ignorava l’esistenza.
Come sempre, capitava che un elicottero in ricognizione sorvolasse la costa e così accadde anche quel giorno. I tre bambini smisero di saltare e con il naso all’insù proteggendosi con le mani gli occhi dal sole, individuarono il grosso calabrone dei carabinieri.
Volava molto alto e decisero di salutare i militari, prima alzando e muovendo le braccia, poi con una certa dose di spavalderia, con manicotti e dita medie alzate, strilli e risate, sicuri che la loro condizione sulla terra ferma li avrebbe agevolati, scortati peraltro da un ottimo cane da pasta. C’è da dire che noi abbiamo sempre avuto paura dei carabinieri, tanto che quando ci capitava di scorgere il loro pulmino Fiat 850 ci nascondevamo a terra, in mezzo all’erba per non essere visti, perché, in base ai rimproveri degli adulti, eravamo convinti che girare sporchi per la borgata fosse reato, e noi salendo sui pini resinosi e giocando con la terra, sporchi lo eravamo sempre. Secondo questa ipotesi oggi noi saremmo ancora dentro, probabilmente con nessuna speranza di uscire per i prossimi trent’anni. E, sempre alla luce di questo stupido convincimento, cos’era un manicotto se non un atto di rivalsa?
L’elicottero volava verso sud, in direzione del faro per poi percorrere tutta la costa, e noi immaginavamo chissà verso quali luoghi lontani ed affascinanti, ma all’improvviso virò per poi scendere di quota e tornare indietro.
“Che sta facendo?” chiese Alberto
“Non lo so…” rispose mio fratello mentre osservava quel grosso calabrone avvicinarsi.
“Scappiamo!! Nascondiamoci sotto i ginepri!”
Furono assaliti dal panico, il sangue che fino a qualche istante prima scorreva allegro e spensierato nelle loro giovani vene si gelò all’improvviso, i loro cuori iniziarono a battere come tamburi i cui colpi rimbombavano nelle orecchie, coprendo addirittura il rombo dell’elicottero e iniziarono a strillare correndo più veloci che poterono sulle dune, saltando i giunchi e gli oleandri per nascondersi, seguiti da Joculana, che iniziò a guaire confusa e appiattita come una sogliola cercava di infilarsi sotto la sabbia.
Nessun ginepro era abbastanza folto da occultarli alla vista dei militari dall’alto e quindi correvano impazziti come agnellini che scappavano dagli artigli dell’aquila.
L’elicottero era sempre più vicino e sollevava tanta di quella sabbia che i bambini non vedevano più nulla: erano terrorizzati, sapevano che quel giorno sarebbero morti, era certo, o per mano dei genitori se avessero scoperto la loro ennesima grave azione o, ed ormai era chiaro ed imminente, per mano dei carabinieri che ormai stavano a pochi metri dalle loro teste e che prima li avrebbero prelevati e poi chiusi in qualche segreta per poi torturarli, proprio come avevano visto fare in quel film.
WUMM WUMM WUMM WUMM WUMM WUMM WUMM WUMM WUMM WUMM WUMM
Le eliche producevano un rumore assordante, ormai sincronizzato con il loro terrore, la sabbia volava dappertutto diventando una vetrosa nube, loro non vedevano più niente e non capivano più dove dirigersi. In quel frangente Gianni e Francolino persero di vista Alberto e Joculana, mentre un militare, quello a fianco del pilota faceva loro cenno di andare verso la salina dove il terreno piatto avrebbe permesso all’elicottero di atterrare.
Era fatta. La morte era vicina e tutto per uno stupido manicotto, va beh erano due, anzi tre. Sì, erano di più, erano tanti ma morire a sei, sette anni per questo forse era troppo!
Gianni e Francolino si arresero e si diressero verso la zona indicata, come i condannati che vengono portati sul patibolo.
Chiamarono anche Alberto, che se la stava dando a gambe, perché o non muore nessuno o si muore insieme. Uscì da sotto un fitto ginepro accompagnato da Joculana che, venduta già al nemico, scodinzolava inspiegabilmente, vista la situazione seria e terrificante che stavano vivendo e tutti insieme si avvicinarono alla salina dove era appena atterrato l’elicottero: il pilota rimase all’interno mentre l’altro militare scese deciso e si incamminò verso i tre ragazzini che se la facevano sotto dalla paura, ed un cane inutile che aveva già evacuato più volte.
Il militare era un tipo enorme, vestito con una tuta verde, un casco, occhiali neri, pistola nella fondina ed un grosso pugnale assicurato alla gamba ed era incazzatissimo, mamma mia quanto era incazzato!
Mise in fila i tre piccoli selvaggi e iniziò ad inveire contro di loro, strillava per insegnare a suo modo l’educazione e mentre mio fratello si girò per accertarsi che nessuno dei familiari arrivasse incuriosito dall’atterraggio, il militare mollandogli uno schiaffo che gli lasciò il segno per tutta la giornata, gli urlò “Guardami in faccia quando parlo!”
Dopo una decina di minuti di una infiammata ramanzina che, son testimone è rimasta inascoltata, i militari ripresero il volo lasciando i tre bambini attoniti, vivi, liberi e con le braccia rigide lungo i corpi, a scanso di equivoci.
Nessuno, né vicini di podere né familiari, impegnati, a modo loro, a raccomandare all’Altissimo l’anima del pastore, si accorsero del fatto o comunque non si incuriosirono dei movimenti dell’elicottero per cui i tre bambini ancora tremanti, giurarono di tenere segreta la disavventura.
E così avvenne, la storia venne fuori dopo molto tempo, quando furono loro stessi a raccontarla, e in quegli anni neanche l’unica testimone, Joculana, con i suoi sguardi enigmatici, li tradì.
Una pasquetta da panico testo di Millina