Sangue e amore lungo il Salgarda

scritto da Juriy
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Autore del testo Juriy

Testo: Sangue e amore lungo il Salgarda
di Juriy

L’inverno dell’anno del Signore 1000 mordeva come un lupo. Tra Cart e Villabruna, il bosco era una cattedrale di faggi nudi, e il torrente Salgarda scorreva nero sotto due rive di ghiaccio, come un nervo scoperto della valle. Lì, dove il vento non arrivava e la neve cadeva verticale come in una chiesa senza tetto, cinque donne avevano alzato quattro mura di pietra a secco e un tetto di paglia. Non erano monache. Non avevano velo, né clausura. Erano sores: laiche, devote alla regola agostiniana, che portavano nel cuore più che in un chiostro.

Zappavano, seminavano segale e rape, tenevano due capre e un orto coperto di ramaglie. Il loro cibo era per i poveri di Cart, per i viandanti persi, per chiunque bussasse col gelo nelle mani. La loro protettrice era Berta Salgardo, padrona dura e retta di quelle selve. Suo padre aveva dato alle sores il permesso di stare lì: “Sfamate i miei villani, e Dio sfamerà me.”

Una volta al mese, padre Zelino saliva da Feltre alla cappella: due tronchi piantati, una croce di nocciolo, una pietra per altare. Diceva messa, confessava, ripartiva. Ma quella domenica non sarebbe venuto. Troppa neve.

La più anziana delle sores, Daria, aveva trent’anni e le mani spaccate dal freddo. La più giovane, Imelda, ne aveva sedici e gli occhi ancora pieni di mondo. Avevano appena spento la stufa quando lo sentirono: un lamento, poi il rumore secco di rami che si spezzano.

Dal bosco bianco uscì un cavallo morello, con la schiuma al morso. In sella, un uomo si teneva la coscia con entrambe le mani. Il mantello era blu, cucito con un filo d’argento: un falco. I da Vellajo.

Daria si irrigidì. I da Vellajo erano lupi. Da tre generazioni rubavano legna ai Salgardo, sconfinavano pascoli, avevano bruciato un fienile a Villabruna l’estate prima. Se Berta avesse saputo che uno di loro aveva messo piede lì, avrebbe cacciato le sores prima di sera.

Il cavaliere cadde di sella sulla neve. Giovane, forse venticinque anni. Barba corta, capelli neri incollati dal sudore. La coscia sanguinava: un corno di cervo l’aveva aperta dal ginocchio all’inguine. La bragia era nera di sangue.

“Chiudete la porta,” sussurrò Agata, la seconda delle sores, la più ruvida. “Se muore qui, diranno che l’abbiamo ucciso noi.”

Ma Imelda era già fuori, scalza nella neve. Gli buttò addosso una coperta di lana grezza. “È cristiano anche lui,” disse, e la voce le tremò solo per il freddo.

Lo trascinarono dentro in quattro. Pesa come un bue. Lo stesero sul pagliericcio di Daria. Il fuoco scoppiettava, l’odore del sangue si mescolava a quello di rape bollite.

“Come ti chiami?” chiese Daria, tagliando la bragia con il coltello del pane.

“Odorico… da Vellajo,” rispose lui, i denti stretti. “Il cervo… era grosso come un cavallo. Mi ha caricato a Menin. Sono ore che cavalco.”

Menin era territorio dei Salgardo. Nessuna chiese perché fosse così a est. Daria guardò la ferita: profonda, sporca di terra e peli. Se Dio voleva, sarebbe vissuto. Se non voleva, la febbre se lo sarebbe preso entro la notte.

Fuori il Salgarda gorgogliava sotto il ghiaccio. Dentro, il silenzio era un muro. Curare un da Vellajo era tradire i Salgardo. Lasciarlo morire era tradire Agostino. Ama, e fa’ ciò che vuoi, diceva la Regola. Ma amare un nemico d’inverno era più duro che zappare la brina.

Fu Imelda a sciogliere il ghiaccio. Scaldò acqua, lavò la ferita con vino vecchio. Le mani non le tremavano. Mentre cuciva la carne con filo di lino e un ago da sacchi, guardava il viso del cavaliere. Era disfatto dalla febbre, ma era un viso che non aveva mai avuto fame. Zigomi alti, una cicatrice sul sopracciglio. Bello come un santo guerriero dipinto a Padova. Eppure, in quel momento, era solo un uomo che piangeva in silenzio perché l’ago faceva male.

“Perché?” mormorò Odorico, con gli occhi socchiusi. “Perché mi curate?”

Agata rispose prima di Daria: “Perché oggi è domenica. E il Signore, oggi, non ha casato. Nemmeno il tuo.”

Lui la guardò fisso. “Hai la lingua dura, sorella. Ma sei bella. E hai il nome della nostra patrona.”

La febbre arrivò al secondo giorno. Imelda non dormì: gli bagnava la fronte con acqua del Salgarda, gli cantava nenie da bambina per coprire i deliri. Lui parlava di cacce, di un padre che lo voleva spietato, di un fratello morto bambino. Parlava anche di Cart, di quanto fosse bella la valle vista dal Col di Cart.

Al quarto giorno la febbre calò. Odorico si svegliò lucido. Fuori nevicava ancora. La cappella era un cumulo bianco. Non ci sarebbe stata messa neanche quel giorno.

Daria gli portò una scodella di farro. “Quando cammini, te ne vai. Diremo che ti abbiamo trovato già morto, se chiedono.”

Lui annuì. Poi guardò Imelda, che rammendava il suo mantello blu. “Il falco vi ha portato disgrazia.”

“Il falco ci ha portato un uomo,” rispose lei. “Il resto lo decide Dio.”

Al settimo giorno camminava. Zoppicava, ma stava in piedi. Il cavallo aveva mangiato fieno e riposato nella stalla delle capre. Prima di partire, Odorico si inginocchiò davanti all’altare di pietra, nella cappella sepolta di neve. Non c’era prete, non c’era ostia. Solo lui, le sores, e il Salgarda che cantava.

“Non so pregare,” disse. “Ma se guarisco, giuro che nessun da Vellajo toccherà più un fienile dei Salgardo. E se Berta vi caccia, venite da me. A Vellajo c’è terra e legna anche per voi.”

Non promise amore. Non promise pace. Promise una tregua. D’inverno, era già miracolo.

Partì al tramonto, lasciando sulla paglia il suo pugnale d’argento. “Per le rape dei poveri,” disse. Non si voltò.

Quella notte padre Ezzelino arrivò a sorpresa, con le ciaspe ai piedi. Guardò il pugnale, guardò Imelda che aveva gli occhi rossi non di pianto ma di veglia. “Avete fatto bene,” disse. Poi celebrò messa. L’ostia era di segale, il vino aspro. Ma fuori la neve smise di cadere.

La primavera del 1001 fu mite. I da Vellajo non bruciarono fienili. Berta Salgardo non chiese mai cosa fosse successo in quella settimana di gennaio. E ogni tanto, sul sentiero per Cart, i viandanti giuravano di vedere un cavaliere con un falco sul mantello fermarsi a guardare la cappella del Salgarda. Non scendeva mai. Si toccava la coscia, come per assicurarsi che la cicatrice fosse ancora lì. Poi ripartiva al trotto.

Le sores continuarono a zappare. Il pugnale d’argento diventò due zappe nuove, una croce per l’altare e un paiolo grande per la minestra.

D’inverno, quando il torrente gelava e il mondo taceva, Imelda scendeva alla riva. Diceva che il Salgarda, sotto il ghiaccio, mormorava ancora un nome. Non era Vittore, non era Corona. Era Odorico. E non sembrava il nome di un nemico.

Ma non era l’unica a sentirlo.

Passarono le lune. La terra si ammorbidì, le rape spuntarono. Ogni primo venerdì del mese, quando padre Ezzelino saliva per la messa, un sacco di farina bianca di Vellai appariva sull’uscio delle sores. Nessuno lo portava. Nessuno chiedeva.

Agata, la più ruvida, era cambiata. Non parlava più di porte da chiudere. Di notte intagliava croci di nocciolo e le piantava lungo il Salgarda, una ogni cento passi verso levante. “Così, se mi perdo, so tornare,” diceva. Ma le altre sapevano che contava i passi che la separavano da Vellai.

Venne il giugno del 1001. Il grano era alto, il Salgarda tornato voce. Una sera, senza luna, si sentì un cavallo al passo nel bosco. Non era morello. Era una cavalla bianca, con una sella da donna. Odorico smontò al limite della radura. Non entrò. Aspettò. Zoppicava ancora un poco.

Daria uscì per prima, con la scure in mano. Lui alzò le mani vuote.
“Sono venuto a prendere un debito,” disse. “O a pagarlo.”

Agata era già sulla soglia. Non aveva velo. Non l’aveva mai avuto. Aveva solo il suo nome, duro come la lingua che Odorico le aveva riconosciuto nella febbre.

“Sant’Agata di Vellai,” disse lui, e la voce gli tremò. “A casa mia c’è una chiesa mezza crollata. Mio padre è morto. La terra è mia. E la terra ha fame di mani come le vostre. Non di guerra. Di pane. Di poveri sfamati.”

Agata non guardò Daria. Non serviva. La regola era nel cuore, non nel chiostro. E il suo cuore, da quella domenica di gennaio, stava a qualche chilometro più a sud.

Entrò nella casa, prese la bisaccia. Mise dentro l’ago da sacchi con cui aveva cucito la coscia di Odorico, un pugno di semi di rapa, e la croce di nocciolo più piccola che aveva intagliato. Nient’altro.

Sull’uscio, Imelda le afferrò il polso. “Torni?”

Agata le baciò la fronte. “Il Salgarda arriva fino a Vellai. È la stessa acqua. Se mi cerchi, metti l’orecchio al torrente.”

Poi montò in sella dietro a Odorico. Lui le cedette le redini. Lei le prese come si prende una zappa: decisa.

Partirono al passo. Gli addii non si fanno di corsa.

Quando la radura fu lontana, Odorico parlò piano.
“Non ti ho chiesto se volevi venire.”

“Non serviva,” rispose Agata. “Hai bussato. Io ho aperto.”

Lui annuì, ma restò rigido.
“Non so cosa troverai a Vellai. Non so cosa posso darti.”

Agata posò una mano sulla sua schiena, tra le scapole. Un gesto breve, quasi timido, ma fermo come lei.
“Mi hai dato una tregua,” disse. “E una tregua è già un seme.”

Odorico chiuse gli occhi un istante.
“E tu mi hai dato la vita,” mormorò. “E… qualcosa che non so ancora nominare.”

Agata sorrise. “La terra insegna i nomi. Anche ai duri.”

Arrivarono alla cappella crollata di Sant’Agata. Le pietre sembravano ossa chiare nel buio. Odorico scese, poi porse la mano ad Agata. Lei la prese. Era la prima volta che le loro mani si cercavano senza sangue, senza febbre, senza paura.

“Benvenuta a casa,” disse lui.

Agata guardò le rovine, il campo incolto, il bosco che premeva da ogni lato.
“Casa si fa,” rispose. “Come il pane.”

Odorico inspirò, come per dire qualcosa che non aveva mai detto a nessuno.
“Agata… io—”

Lei gli posò un dito sulle labbra.
“Non serve. Le parole verranno quando avranno radici.”

E in quel gesto, semplice come una zappa che affonda nella terra, c’era tutto l’amore che il loro tempo poteva permettere: non promessa, non possesso, ma scelta.

Un anno dopo, la chiesa di Sant’Agata non era più un mucchio di rovi. Aveva un tetto di paglia, un orto, e una stanza dove dormire in tre. Due vedove di Cart l’avevano raggiunta. Odorico non portava più il falco sul mantello. Portava una croce di nocciolo intagliata male, appesa al collo con uno spago.

A Cart, d’inverno, Imelda scendeva ancora al Salgarda. Ma adesso, quando metteva l’orecchio al ghiaccio, non sentiva più solo un nome. Sapeva distinguere voci di bambini, odore di pane, e una risata ruvida che conosceva.

E giurava — anche se non lo diceva a nessuno — che in quell’acqua, a volte, si sentiva un’altra voce.
Una voce di donna.
Che rideva.
E rispondeva.

Sangue e amore lungo il Salgarda testo di Juriy
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