Il super-io

scritto da Annabelle
Scritto Ieri • Pubblicato 5 ore fa • Revisionato 5 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Annabelle
Autore del testo Annabelle

Testo: Il super-io
di Annabelle

La casa non aveva soffitti, solo soppalchi, da cui qualcuno guardava sempre.

Stanza prima: L’atrio del giudizio.

Marmo bianco, luce senza ombre.
Al centro un leggio con un libro aperto, le pagine erano la sua vita, trascritta in terza persona.
Ogni errore sottolineato in rosso.
“Non dovevi”
Diceva una voce dal soppalco, non era alta, non era bassa: Era esatta. 
Provò a voltare pagina,il foglio gli tagliò il dito, la ferita si mise in coda con le altre, in attesa di giudizio.

Stanza seconda: Il refettorio delle misure.

Un tavolo lungo quanto la colpa, sopra, bilance.
Su un piatto mettevano ogni suo gesto, sull’altro, un peso chiamato, dovere.
Il dovere non aveva massa, eppure vinceva sempre.
Mangiò pane secco perché il piacere era nell’altra stanza, quella chiusa a chiave.
La chiave pendeva dal soppalco, legata a un filo di voce che ripeteva:
"Dopo, forse".

Stanza terza: La camera dei morti esemplari.

Alle pareti, ritratti, di uomini e donne con la schiena dritta e gli occhi vuoti.
Sotto ogni cornice una targa:
"Non ha mai ceduto, non ha mai chiesto.
È morto pulito".
Li ringraziò a voce alta, dal soppalco, arrivò un colpo di tosse soddisfatto.
Si accorse che uno dei ritratti, quasi gli somigliava, non ancora, ma presto.

Stanza quarta: Lo studio della voce.

Niente finestre, solo un incavo nel muro a forma di orecchio.
Da lì uscivano ordini senza verbo:
"Più dritto, più zitto."
Provò a tappare l’incavo con la mano, la mano divenne di gesso.
Capì che la voce non veniva da fuori, ma era stata registrata dentro, anni prima, e adesso andava in loop.
Il soppalco era solo acustica.

Stanza quinta: Il bagno degli specchi opachi.

Voleva lavarsi il viso, lo specchio non rimandava la sua immagine, ma quella che doveva avere.
Mascella serrata, sguardo conforme, colpa in regola.
Sputò, lo sputo risalì, gli rientrò in gola.
Dal soppalco cadde una medaglia di latta:
"Bravo".
Gli bruciò il petto come un marchio.

Stanza ultima: Di nuovo l’atrio.

Il libro era ancora aperto, l’ultima riga diceva:
"E così imparò a punirsi da solo, e la chiamò coscienza".
Alzò gli occhi al soppalco, non c’era nessuno,solo un microfono spento e la sua ombra che, per imitazione, teneva la schiena dritta.
Uscì dalla casa, o credette di uscire,
la voce lo seguì sul marciapiede, con il suo passo.
Aveva preso la sua cadenza,o forse era lui ad aver preso la sua.

Il super-io testo di Annabelle
10