Arresto

scritto da Sonia Anguzza
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Autore del testo Sonia Anguzza

Testo: Arresto
di Sonia Anguzza

La luce del mattino si riflette sul vetro della finestra, spezzandosi in riflessi opachi che accendono il verde del basilico sul davanzale. Fuori, la strada è già sveglia, ma il suono arriva attutito, come filtrato da qualcosa di più spesso dell’aria, quasi imminente. Enry è seduto al tavolo, le spalle leggermente curve, le mani occupate in un gesto che si ripete con una precisione quasi rituale. Mescola le carte, le distribuisce, le raccoglie. Non c’è distrazione nei suoi movimenti. Gioca da solo — o almeno così sembrerebbe, se non fosse per quella concentrazione ostinata, come se qualcuno, davanti a lui, stesse davvero aspettando la prossima mossa. Io sono poco distante. Osservo senza intervenire, con la vaga sensazione di essere entrato come un ospite non accetto. Le mie orecchie si rivolgono al corridoio, dei passi. Si avvicinano senza esitazione, regolari, misurati. Non rallentano davanti alla porta. Si fermano. Un colpo secco. Enry non alza lo sguardo.

Apro. 

L’uomo sulla soglia indossa una giacca nera troppo pesante per la stagione ma perfettamente consona al suo viso. Il volto è pallido, ma non stanco — piuttosto privo di qualunque segno che possa suggerire una storia, privo di emozioni vitali. Gli occhi, invece, sono precisi. Mi osservano con una calma distaccata che non cerca risposta perché sono arrivati al punto. Per un istante ho l’impressione di essere nel posto sbagliato, lo sguardo fisso mi inquieta. «Signore,» dice, «la dichiaro in arresto.» La frase cade nella stanza senza urto, ma tutto, intorno, sembra riorganizzarsi per farle spazio.

«In arresto?» ripeto.

La mia voce è più bassa di quanto pensassi. Cerco qualcosa a cui aggrapparmi — un errore, un equivoco, un nome scambiato. La mia vita non contiene deviazioni evidenti, non abbastanza da giustificare una presenza simile. È una vita ordinaria, forse persino trascurabile. E proprio per questo, mi sembra improvvisamente inadatta a difendermi. Alle mie spalle, le carte si muovono ancora. Enry continua a giocare, non guarda verso la porta, non mostra segni di aver sentito. Le sue mani procedono con la stessa esattezza, come se ogni gesto fosse già stato stabilito. Come se ciò che sta accadendo qui — tra me e quell’uomo — non lo riguardasse. O lo riguardasse da sempre. «Il processo sarà lunedì,» prosegue l’uomo. Fa una pausa breve, studiata. «Ha poco tempo.» Non cambia tono. Non insiste. Eppure, nella distanza tra una parola e l’altra, qualcosa si stringe. «Vita o morte.»

Resto in silenzio.

Perché in quel momento non è la minaccia a colpirmi, ma la sua naturalezza. Come se quella scelta fosse già iscritta da qualche parte, indipendentemente da me. Come se la morte fosse qualcosa da poco, uccidere un uomo, decidere se è vivo o morto. Come se il processo non dovesse stabilire nulla — solo rivelare. Alle mie spalle, Enry posa una carta. Per la prima volta, il suono è netto.

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