Ci incontreremo di nuovo e finalmente parleremo, perché tra quelle onde scroscianti, in quel moto irrefrenabile è cominciato tutto...
Non mi resta che il mare a parlarmi di te, la brezza salina asciuga le mie lacrime roride del tuo ricordo. Dovevi salpare al largo, lo sapevo dal nostro primo incontro: eravamo consci che il nostro amore sarebbe stata una parentesi. Temevo già quell'addio, seppur non prevedevo quanto mi avrebbe segnata.
Il vento mi scompiglia i capelli e sussurra alle mie orecchie il tuo nome. La burrasca, che ti aveva costretto all'approdo, si alza ora nel mio cuore. Rivedo i tuoi occhi, che con un guizzo mi hanno parlato, facendomi comprendere quanto profonda potesse essere la nostra intesa. Confesso che ho avuto paura: puro terrore d'innamorarmi e soffrire. Perché quando il cuore si spalanca, prima o poi, giunge puntuale qualche spina a trafiggere la carne viva. Ma non si può amare altrimenti: ogni attimo di felicità ha un prezzo salato da pagare. Ne è valsa la pena, mio capitano, hai dato un nuovo modo di sentire alla mia anima.
Il nostro primo incontro era fatto di silenzi e sguardi a cui ci eravamo arresi impotenti. Un sorriso, come un raggio di sole, ha rischiarato un cielo adombro e tu ti sei presentato a me. Modi galanti ma affatto disinvolti; percepivo bene tutta quella timidezza, la paura di fare un passo falso. Quasi toccavo il tuo affanno, dettato dal timore che mi allontanassi. Ma io restavo lì, aspettando quelle parole tremanti che avevano l'impellenza di sgorgare, piccoli mattoni capaci di costruire il nostro paradiso con frasi dolci e ambrate che si spalmavano sopra la nostra pelle, che scivolavano nel nostro profondo.
Poche battute unirono per sempre le nostre strade.
“Cerco un posto per dormire. Sa indicarmi una locanda?”
“Allo stesso prezzo posso affittarle io una casetta. Mi si è appena liberata.”
Fu quel giorno al calar del sole, che mi hai seguito fino alla casa vuota. Ci trovammo davanti al camino. Mi hai lasciato accendere il fuoco prima di sussurrare: “Sei bellissima.”
Ardevano le fiamme tra ceppi scoppiettanti, ma dei brividi mi scuotevano a ogni tua carezza. Erano i tuoi occhi scuri a sfiorarmi, non c'era altro, se non i nostri respiri che si spandevano nella stanza. Sentivo un calore salire dallo stomaco, era una sensazione nuova e mi chiedevo se lo stesso fosse per te... non osavo domandarlo, proprio non ne ero capace.
Se chiudo gli occhi sento ancora le tue labbra indugiare sul mio collo. Con il dito risalgo dal mento fino alla bocca, sognando che i ricordi si materializzino. È un attimo di felicità, quello che mi fa scappare dal presente. Corro via lungo la riva. È troppo violento il vuoto di quest'assenza, così denso il passato con te. Non posso accettare che tutto sia finito, non posso credere che questo mare ci separerà per sempre.
Sono state settimane colme di passione, spesso mi fermavo con te la notte e ogni minuto si colorava di magia. Non poteva importarmi niente di quanto pensava la gente, degli sguardi severi che non riuscivano a scalfirmi. Per il paese mi ero macchiata di una grave vergogna, ma in me vigeva solo una radiosa gioia. Avvinghiati l'uno all'altra ho perso la mia identità, il senso del reale. Esistevamo noi come perfetta e armoniosa unità, mi sentivo trasparente e le mie emozioni trapelavano senza filtri, con la massima disinvoltura, in te. Mai sono stata tanto a mio agio con un altro essere vivente.
Rammento quel mattino dai raggi tiepidi che creavano macchie di luce sul nostro letto. Mi abbracciavi mentre me ne stavo rannicchiata di lato, avvertivo le tue mani forti sul ventre, in un nuovo giorno da passare insieme. Qualcosa però ti rattristava, lo emanavi da tutti i pori. Indugiavi con mille baci senza deciderti a dirmelo. Fu allora che ti chiesi: “Qualcosa non va?”
Un sospiro prima di cominciare: “Sai che aspettavo l'ordine di salpare...” poi singhiozzando “è arrivato.”
“Quando, amore mio? Quando mi lascerai? Quando?”
“All'alba la nave leverà le ancore. Tutte le riparazioni sono state fatte. È l'ultimo giorno che passeremo insieme, l'ultima notte.”
Sapevo che anche per te era difficile, non potevo crollare proprio ora. Avevi bisogno di me della mia forza. Resistetti finché non venne nuovamente il buio, poi l'amore ci fece piangere separati. Ore, insonni e laceranti, in cui fingevo di dormire e silenziosa affondavo nel tormento. Ma il malessere spiccò sotto i riflettori, alle prime luci dell'addio. Anche tu parevi un fantasma, costretto a seguire il suo destino.
Un grido di dolore si perde nel vento, ti chiamo come se potessi tornare dal passato, come se il mare potesse riferirti del mio sentimento. Nel pugno serro il ciondolo che mi avevi regalato.
Prima che la nave salpasse, ti guardavo attonita da quelle due fessure erose dai pianti. Mi mettesti al collo quel medaglione e mi mostrasti la cavità in cui era serbata una ciocca dei tuoi capelli. Tagliasti dalle mie chiome un ciuffo corvino che conservasti con cura. Salisti sulla nave all'ultimo, il mio sguardo non si staccava da te, poi non lasciava la nave e infine si diresse verso l'orizzonte. Restai lì tutto il giorno a cercare quel puntino nell'azzurro infinito, ove si trovava il mio capitano. Stringevo il tuo dono contro il petto dolente, non so quanto restai così, immobile.
Oggi mi ritrovo ferma innanzi ai marosi da ore, fitte m'attraversano come saette in una burrasca, il mio cuore affoga nella tormenta assieme alla speranza.
Allora mi dicesti: “Non passerà l'anno senza che io sia tornato, non ti lascerò sola. Te lo prometto.”
Eppure un altro inverno è trascorso solitario nel gelo e di te non c'è traccia. Interrogo il mare che scroscia senza sosta. Muto, il cielo si affolla di gabbiani e in quello stridere raccolgo le ultime tracce di vita. Perché tra le nubi giocano e si rincorrono, liberi di ritrovarsi e amoreggiare su sponde fatte di sogni.
Vorrei due ali anch'io per raggiungerti in qualche angolo dell'oceano. Ti cercherei senza fermarmi, fino a quando Dio esaudisca le mie preghiere indicandomi la rotta.
Con le lacrime che arrossano le palpebre, m'inerpico sulle rocce e mi spingo su quel braccio di pietra che s'allunga nel mare. Giungo alla punta, spruzzata da cavalloni ribelli che alla calma piatta preferiscono il tumulto delle correnti. Un'occhiata finale per indagare l'ignoto prima che m'abbandoni l'ultimo filo d'illusione. Respiro profondamente qualche volta, prima di tuffarmi in quell'acqua ancora gelida. Qualche bracciata e poi un vortice mi spinge sul fondo. La mia pelle si lacera e si copre di squame. Posso spingermi dove voglio con la mia nuova coda, ora sarà più facile raggiungerti e ti sarò vicina per sempre.
Ci incontreremo di nuovo e finalmente parleremo, perché tra quelle onde scroscianti, in quel moto irrefrenabile è cominciato tutto...
DEL MARE. testo di alchimista