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La sognava. La desiderava. Sotto la doccia si era portato le mani al viso mentre l'acqua, come uno scroscio primaverile, voleva che attutisse i suoi pensieri su di lei. Invece fu il contrario. Sussurrò il suo nome, come fosse una formula magica, come se quelle tre sillabe potessero placare la voglia di averla tra le braccia. Invece no. Indossò l'accappatoio. Il telefono vibrò sul piano sotto il grande specchio. Il suo riflesso era stanco, anche se non conforme all'età. Si fissò negli occhi e si domandò cosa trovasse in lui. Non era un uomo come tanti. Era piuttosto una "femminuccia" in un corpo maschile. Dalla sua aveva intelligenza, simpatia e una dannata sensibilità che lo rendeva fragile come un cristallo. Come poteva piacerle. A lei che era molto più giovane e poteva avere di meglio. Le aveva scritto che amarla era un sogno, un sogno dolce e pauroso al contempo. La paura era lei. La paura che se anche il suo amore fosse vero..."Ti stancherai presto di me", le aveva scritto. E lei in risposta: "Addirittura". Che caxxo c'entrasse quell'avverbio, non comprese. Si distribuì la schiuma da barba sul viso. Sorrise. I denti non erano così bianchi. L'amava alla follia e gli bastava, anche se lei non lo avrebbe detto mai, anche se lei lo rendeva felice. Anche se lei, forse, lo traeva a sé perché non aveva di meglio in quel momento. Anche se lei amava essere amata, come lui l'amava. Non gli interessava sapere se lei lo amava. Temeva la risposta. L'amore per lei lo faceva sentire vivo, come non lo era mai stato. Era sufficiente.
Un punto rosso di sangue comparve sulla guancia appena dietro il bilama.
Non stava sognando. E amava. E aveva paura. E si sentiva vivo. Non c'è altro da pretendere dalla vita.
La schiuma scomparve dal viso.
Si sciacquò e le lacrime si dissolsero tra le dita.
Non si erano mai appartenuti.
Lei non era mai stata lì e neppure lui.
Anche se i loro riflessi apparvero vicini sul grande specchio.