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“Un’altra volta questa storia eh?” Disse il dottor Lanari entrando nel piccolo ambulatorio e chiudendosi la porta alle spalle. "Quanto era, soltanto due anni che non succedeva mi pare, no?”
Il vecchio non parlava molto, stava in piedi in mezzo alla stanza, un rivolo di sudore gli colava lungo la guancia, e si limitò ad annuire.
Intanto il dottore si lavava le mani con calma, dandogli le spalle, mentre il vecchio studiava il disegno delle mattonelle del pavimento e si stropicciava le mani a disagio.
Dopo che si fu girato, Lanari buttò lo sguardo sul lettino. “E’ tua nipote questa, o sbaglio?”
Il vecchio annuì ancora una volta.
“Cristo santo…” si lasciò sfuggire il dottore. “Bisognerebbe farla smettere questa cosa, trovare il sistema per piantarla”. Ma non continuò oltre. Il vecchio era uno di quelli del Cerchio Stretto. Quelli del Cerchio Stretto organizzavano tutto, erano quelli che ci parlavano con quello, anche se non aveva ancora ben capito in che modo. Doveva essere una specie di chiaroveggenza a quanto aveva inteso: sogni, visioni e cose del genere, forse sotto l’effetto di droghe, va a capire.
La ragazza non parlava, la conosceva già. Era stesa sul lettino, con la bocca semiaperta e un’espressione ebete, mentre si teneva il ventre enorme con le mani.
“Si muove parecchio” se ne uscì il vecchio con un sorrisetto compiaciuto, come se fosse una constatazione divertente da fare.
Lanari cominciava già a sudare, un po’ per il caldo torrido, un po’ al pensiero di ciò che lo aspettava. “Se esce un’altra volta uno dei quei così, giuro che mi metto a vomitare. Non ho studiato da veterinario io, che cazzo!”
“Magari… si magari ha preso dalla linea materna, si dice così no?” azzardò il vecchio. “Anche se non penso, quando si muovono tanto così, di solito prendono da lui, anche la pancia, visto com’è grossa?”.
“State riempiendo il delta di questi… cosi!” sbottò il dottore “E quando ci dice bene escono ragazzini con va a capire quante problematiche: oltre a quelle all’epidermide, ai bulbi oculari, alla sindattilia e dio solo sa che cos’altro. E non voglio nemmeno immaginare che fine gli fate fare”.
“No, no dottore” si affrettò a rassicurarlo il vecchio “le garantisco che stanno tutti bene. C’è una persona, una donna, che si prende cura di loro. Beh non le posso dire proprio tutto, lei lo capisce, anche se fa parte della congrega, ci sono cose delle quali noi del cerchio stretto non possiamo parlare, nemmeno tra di noi. Ognuno ha dei compiti, e non ne può parlare con gli altri”. Fece una breve pausa e aggiunse “lui lo verrebbe a sapere, glielo assicuro”.
Lanari lanciò un’ultima occhiata di disapprovazione al vecchio, mentre già cominciava a preparare il sedativo e i ferri necessari. Lavorava silenziosamente, cercando di ripercorrere mentalmente tutte le tappe dell’operazione. Doveva prevedere tutto, per filo e per segno, perché il vecchio non sarebbe stato un grande aiuto, e comunque, una volta estratta, avrebbe dovuto occuparsi della creatura. Lanari non riusciva proprio a considerare che stava per far nascere un bambino, era preparato al peggio, perciò lo escludeva dalla propria mente.
Dopo aver sedato la ragazza si mise al lavoro, era meglio sbrigarla il prima possibile quella faccenda pensò, così almeno il vecchio si sarebbe tolto dai piedi, insieme a qualsiasi cosa gli fosse toccato tirare fuori da lì. La ragazza sarebbe dovuta restare almeno un giorno, ma lei non era un problema, sempre che non ci fossero state complicazioni. In quelle condizioni, da solo, non avrebbe potuto gestire nemmeno una trasfusione senza coinvolgere altre persone; e non sarebbe stato facile giustificare l’operazione che stava svolgendo. Doveva cercare di ridurre al minimo le perdite ematiche, quello che gli premeva era salvare la ragazza, per il feto non si preoccupava affatto, andasse pure come doveva andare.
Dopo aver praticato l’incisione alla fascia addominale, fino ad arrivare all’utero, constatò che il feto era veramente grosso. Dovette allargare l’incisione, rischiando di danneggiare le vene laterali, ma ormai bisognava tirarlo fuori a qualsiasi costo. Quando lo prese e riuscì ad estrarlo, si accorse con un moto di disgusto che era un’altra di quelle creature. Fortunatamente non era molto più grosso di un bambino normale, soltanto un po’ più lungo. Era completamente verde, molto chiaro però, le mani e i piedi erano palmati, la testa, piegata da un lato, aveva forma allungata, con grandi labbra sporgenti, mentre non c’era traccia di orecchie o del naso. Ma la cosa che ogni volta Lanari trovava più rivoltante, erano quegli enormi occhi spalancati senza palpebre.
Lo liberò dalla placenta, tagliò il cordone, e si sbrigò a passare la piccola creatura, che già cominciava a dimenarsi, alle mani premurose del vecchio, che se lo guardava con occhi pieni di entusiasmo.
“Tieni, ripuliscilo e portalo via da qui prima che puoi, io intanto mi occupo della ragazza” Disse il dottore ancora disgustato da quell’essere, rimettendosi subito al lavoro per chiudere l’incisione.
Il vecchio non aspettò nemmeno di vedere l’esito dell’operazione sulla ragazza, prese il borsone che aveva portato, sul fondo del quale aveva sistemato una coperta, e vi adagiò delicatamente la piccola creatura. Chiuse le due cerniere lampo, avendo l’accortezza di lasciare qualche centimetro per far passare l’aria, e se ne uscì dall’ambulatorio con la sua borsa sportiva come se niente fosse.
A quell’ora non incontrò nessuno nel breve tratto di corridoio che portava all’uscita sul retro dell’ospedale. Quando uscì fu investito da una ventata di aria calda, era stato uno dei giorni più caldi dell’estate, il sole era appena sceso oltre l’orizzonte, verso il mare il cielo si era già fatto di un blu intenso, con un’ultima striscia di arancione che virava al rosa, e Giove che già brillava luminoso vicino a uno spicchio di luna calante. Nonostante l’afa l’aria era tersa: non era consueto assistere a serate così da quelle parti, c’era quasi sempre quel velo di umidità, quasi a separare dal cielo dalle cose che accadevano in basso, in quella piatta terra a malapena emersa dal mare. In quel periodo dell’anno a volte capitava, e chi era nato lì, come lui, restava spesso incantato davanti la bellezza di un cielo così ampio e dai colori vividi. Per un momento arrivò a scordarsi completamente della borsa che gli pesava nella mano e del suo contenuto; poi sentì la voce che arrivava, e ricominciò a muoversi. Non era propriamente una voce che sentiva, non si esprimeva a parole. Era più che altro una volontà, diversa dalla propria. Una forza che lo spingeva a compiere certe azioni, che lo usava come una marionetta e niente più. Non che il vecchio non fosse consapevole di quello che faceva, lo sapeva benissimo, ma non era dalla propria volontà che prendevano origine le sue azioni. Il più delle volte certo agiva per pura abitudine, in modo meccanico, come accade alla maggior parte degli esseri umani. Ma ormai aveva imparato a riconoscere la volontà della creatura, poteva sentirla farsi strada dentro di lui, e allora doveva soltanto mollare gli ormeggi, lasciarsi condurre come una barca sulla laguna; perché ogni forma di resistenza, oltre a essere inutile, gli avrebbe provocato soltanto un gran mal di testa dopo.
Si diresse a passo spedito verso la centoventisette giallo sporco parcheggiata nei posti riservati al personale, aprì lo sportello e appoggiò con cautela la borsa sul sedile del passeggero. Mise in moto e partì, lasciandosi dietro una nuvoletta di fumo pallido che si dissolse rapidamente nell’aria della sera.
Imboccò il lungo nastro dritto della provinciale, e guidava piano col finestrino aperto per godersi il vento che entrava. I suoi pensieri cominciarono a vagare, andarono per un attimo a sua nipote Adele, che aveva lasciato stesa con la pancia ancora aperta nell’ambulatorio del dottore. Ebbe come il principio di un rimorso di coscienza, che però non riuscì a cristallizzarsi in consapevolezza, perchè spazzato via da quell’altra volontà, quella più forte, che gli diceva che se la sarebbe cavata, non le sarebbe accaduto niente di male. Lui doveva solo concentrarsi nella guida, nel mantenere le ruote dentro le linee della carreggiata. Ma dopo qualche istante di quiete accompagnata dall’intermittenza ipnotica della linea di mezzeria, la sua mente ricominciò a vagare. Fu catturata per un attimo dal corso buio del fiume che scorreva alla sua destra: ritornò a quando qualche anno prima nello stesso ramo del delta gli capitò di pescare un grosso luccio. Rivide la lunga bocca del pesce che usciva dall’acqua attaccata all’amo, e poi il suo corpo, dannatamente lungo: non finiva mai quell’affare. Sulle prime non aveva neanche capito di che pesce si trattava, non ne aveva mai pescato uno, non erano ancora così diffusi da quelle parti. Quanto si sentiva soddisfatto, mentre con le mani nude, staccava l’amo da quella bocca enorme. Già immaginava le facce dei ragazzi quando sarebbe entrato in casa con quel bestione. Quando all’improvviso la bocca della bestia partì con uno scatto e gli piantò tre file di denti, che si strinsero intorno a tutta la mano. Il dolore partì immediato come una scossa, mentre il sangue cominciava a colargli lungo il braccio. Dovette staccare mezza testa a quel bastardo per levarselo di dosso. Una cosa era certa, pensò per l’ennesima volta con mezzo sorriso, di sicuro non lo si poteva più imbalsamare.
Aveva da poco superato il vecchio zuccherificio abbandonato, quando arrivò ancora una volta la voce, a ricordargli che doveva svoltare sulla stradina che si trovava subito lì sulla sinistra. Si trovò in poco tempo circondato dallo specchio della laguna, che rifletteva in modo impeccabile il cielo terso. Continuò a guidare ancora più lentamente, finchè la strada non diventò uno stretto sentiero, e alla fine, giunse al palo della luce spezzato, relitto di quando c’era stato un tentativo di portare la corrente elettrica anche laggiù. Ma alla fine avevano fatto i conti, e non conveniva a nessuno tirare un cavo tanto lungo per un paio di baracche. Svoltò nella stradina alla sua destra, e dopo qualche centinaio di metri tra l’erba alta che strusciava sulla coppa del motore, arrivò alla casa di Ilde. Era una donnina esile, con la faccia rimasta mezza storta da una paresi, che tradiva ancora i tratti da zingara. Nessuno sapeva perché vivesse laggiù, né come mai le fosse toccata quell’incombenza. Il vecchio sapeva soltanto che era arrivato lì la prima volta esattamente come aveva fatto tutte quelle successive: portato da quella voce che lo guidava senza parole.
Scese dalla macchina, andò a recuperare la borsa sul lato del passeggero, poi si avviò verso il portone del basso edificio dalle pareti di calce scrostate.
Bussò, e dopo qualche momento il portone si aprì, lasciando il posto alla faccia grigia, sbiadita di un ragazzino. “Chi sei?” chiese il moccioso. Il vecchio potè sentire la puzza di pesce marcio, molluschi e alghe che venivano dall’interno della casa e dal ragazzino.
“Sono un amico della nonna” disse il vecchio “È in casa Ilde?”.
Il ragazzo esitò, e per un momento, da quel volto cinereo svanì ogni traccia di vita. Poi si rianimò, e disse soltanto “Vado a chiamarla”.
Ilde arrivò, col suo passo strascicato, giunse alla porta e quando vide il vecchio le si illuminò il viso, e mezzo sorriso riempì la parte ancora dotata di mobilità.
“Allora?” disse tutta fremente “dov’è? sapevo che me lo dovevi portare. Com’è, a chi somiglia? fammelo vedere dai”.
Il vecchio spostò delicatamente il borsone, e aprì la lampo sotto lo sguardo impaziente della donna.
“Oh guardalo!” fece lei, con una nota di tenerezza “è tutto il padre, è uno spettacolo! Si, proprio uno spettacolo!”
“Sei sicura che puoi gestire la situazione? Non mi pare che te la passi tanto bene qua, ti serve una mano, che ti porto qualcosa?”
“Non preoccuparti” lo rassicurò Ilde, che aveva già avvolto la piccola creatura nella coperta portandosela al petto “Ci pensa suo fratello maggiore a noi, ci porta lui tutto quello che ci serve”.
“Già” annuì il vecchio “Si è messo a figliare anche lui ho visto” e fece un cenno con la testa, in direzione del ragazzino che gli aveva aperto e adesso era uscito fuori “Diventerà impegnativo governare la faccenda quaggiù”.
La donna lo guardò: la bocca congelata in quella smorfia, simile a una maschera della tragedia: “Lo sai benissimo che non sta a noi decidere. Dobbiamo solo eseguire i compiti che ci vengono affidati meglio che possiamo. E se ci vengono affidati, vuol dire che possiamo eseguirli” concluse secca.
“Hai ragione” rispose il vecchio a disagio “tolgo il disturbo allora, non ho altro da fare qui” aggiunse raccogliendo la borsa inquieto. Non gli piaceva quella zingara, non gli piaceva nessuno zingaro. Li trovava sfuggenti e ambigui, sempre in bilico tra il voler fregare e il prendersi gioco del prossimo. Ripercorse i suoi passi, senza che la donna aggiungesse una parola. Era andata a dedicare le sue cure alla piccola creatura, senza nemmeno prendersi la briga di chiudere la porta alle sue spalle.
Il vecchio si dirigeva alla sua macchina e buttò uno sguardo oltre l’angolo del basso edificio. Restò per un attimo con la bocca spalancata. Nell’oscurità, riuscì a distinguere il ragazzino chino, davanti a lui un enorme uccello bianco, un airone. Si avvicinò, arrivandogli alle spalle e gli fece: “Che fai?”. Il volto pallido si girò nella sua direzione “Dò da mangiare al mio airone” rispose, mentre ancora posava dei gamberi sul cemento consumato, che l’uccello si chinava con eleganza a raccogliere col suo lungo becco: “Si chiama Nicodemo”. L’uccello aprì le enormi ali candide, sbattendole lentamente nell’oscurità, ricordando al vecchio l’immagine delle bianche lenzuola dei fantasmi. Rabbrividì nonostante il caldo, e si sbrigò ad andarsi a infilare nella sua centoventisette, per filarsela finalmente lontano da lì.
Accese gli abbaglianti, e guidò con prudenza, cercando di ricordare dove doveva mettere le ruote per non finire nella laguna. Ora che aveva portato a termine il suo compito, la voce si era finalmente placata, e la sua mente poteva tornare a vagare come un pesce rosso dentro a una boccia di pensieri. Ripensò per un attimo a sua nipote Adele, a come l’aveva lasciata, senza neanche sapere se alla fine stava bene. Il senso di colpa tornò ad insinuarsi, ma questa volta trovò campo libero. Lo placò promettendosi di andare da lei la mattina stessa, e non ci pensò più.
Arrivò all’incrocio col palo della luce spezzato, e mentre rallentava per imboccare l’altro sentiero, alzò lo sguardo per un momento, e lo vide: sopra al moncone che restava del palo, era appollaiato il grosso airone bianco, e lo avrebbe giurato si, avrebbe giurato che lo stava guardando, con la testa e il lungo becco leggermente piegati di lato.
Aveva quasi raggiunto la provinciale, e finalmente si sentiva più tranquillo. Non gli piaceva quello che succedeva laggiù, in quella catapecchia in mezzo alla laguna. Sapeva che era tutta una follia, che erano tutti piegati alla volontà folle di quella creatura. Ma era come se soltanto laggiù, quella follia riuscisse a oscurare ogni barlume di ragione, e prendere il sopravvento sulla realtà. Fu un lampo, come foglie secche spazzate via con lo spostamento d’aria di un’esplosione, così tutti i pensieri si sparpagliarono all’improvviso. C’era ancora qualcosa da fare. Doveva dirigersi verso il mare: all’imbocco della provinciale, invece di girare a destra verso il paese e tornarsene verso casa, avrebbe svoltato a sinistra, doveva andare verso il mare, verso le spiagge. Seguì docile quell’impulso alieno, ma profondamente ancorato alla sua mente. Guidò lentamente nei pochi chilometri che restavano, animato da una appena vaga curiosità. In realtà ciò che doveva fare una volta arrivato sulla spiaggia non lo riguardava, e non lo interessava nemmeno più di tanto. Attraversò quasi a passo d’uomo, scrutando intorno, lo spettrale profilo dell’ultimo villaggio del delta, quello più estremo, ormai completamente disabitato da qualche anno. Le poche case si confondevano nell’oscurità, e sembravano essere state abbandonate di fretta, all’improvviso, come per una calamità. Molte finestre erano rimaste aperte, così come qualche uscio, che si apriva simile a una fauce scura, alimentando l’atmosfera sinistra. Superò quella che doveva essere stata una vecchia osteria, con l’insegna “da Elvira” che penzolava in verticale, poco dopo si lasciò indietro la piccola chiesa, dall’architettura semplice e squadrata, con la porta sbarrata, e il piccolo spiazzo di cemento infestato da erbacce alte fino al cofano della macchina. Lasciatosi alle spalle il paese abbandonato avvertì i muscoli che tornavano a rilassarsi, non aveva mai visto un posto così spaventoso in vita sua.
Arrivò dove la strada diventava sterrata, e via via la sabbia cominciava a mescolarsi alla terra, lasciando rinsecchire le rade sterpaglie che spuntavano a ciuffi sparuti. Quando le prime dune di sabbia si profilarono davanti, fermò la macchina, raccolse la borsa sportiva e scese. Sapeva che era lì. Poteva sentire la debole risacca delle onde, e una piacevole brezza gli scompigliava i radi capelli grigi. Ma queste percezioni restavano confinate nel sottoscala della sua mente. Si chinò, lì dove la sabbia era più sottile, quasi polvere, mescolata all’argilla, aveva una consistenza simile a farina macinata grossolanamente. cominciò a raccoglierne a mani nude, e a riempire il borsone più velocemente che poteva. Prendeva lo strato più superficiale, spostandolo con ampi movimenti delle braccia, e raccogliendolo poi con le mani a coppa. Il sudore aveva cominciato a colargli dalla fronte, quando capì, o meglio la voce glielo disse, che poteva bastare così. Sollevò a fatica la borsa per rimetterla in macchina e ripartì in direzione del paese. Riattraversò rabbrividendo il villaggio fantasma, e sperò di non doverci fare ritorno mai più, specialmente di notte. La strada provinciale si immerse nella campagna buia, e gli abbaglianti della centoventisette erano l’unica fonte di luce, nel raggio di decine di chilometri.
Arrivò alla lunga curva dello zuccherificio e accostò l’auto sul bordo della carreggiata. Si intravedevano le luci del paese in lontananza, ma non c’era nessun’altra macchina sulla strada. Scese, trascinandosi appresso il pesante borsone, quando si trovò al centro della curva, rovesciò a terra tutta la sabbia dalla borsa, sparpagliandola avanti e indietro su una lunghezza di diversi metri. Appena finito di fornirgli istruzioni, la voce tacque, e il vecchio sapeva che poteva finalmente tornarsene a casa.
Il vecchio era seduto sulla sedia di plastica della sala d’aspetto, sfogliava il giornale locale distrattamente, quando arrivò il dottor Lanari scendendo a passo spedito le scale e guardandosi le spalle.
“Vieni entra” gli disse con un cenno della testa, mentre apriva la porta del suo studio personale.
“Come sta?” chiese titubante il vecchio, mentre il dottore armeggiava ancora con la chiave.
“Fortunatamente sta bene, la tengo ancora sedata per sicurezza, non vorrei si mettesse a farmi casino qua dentro. Ma per il resto direi che non c’è da preoccuparsi, questa sera puoi riportarla a casa”.
Entrarono, e dopo aver appoggiato il quotidiano sulla scrivania, il vecchio si avvicinò alla ragazza: dormiva con la bocca semiaperta, e i capelli sparpagliati sul cuscino. “Puoi stare tranquillo con lei” disse “è una brava ragazza, non farà casino, nemmeno un fiato, su questo è bravissima”.
“Va bene, basta che entro stasera vi levate di qui entrambi, prima di cacciarmi nei guai. Ne ho avuti già abbastanza per oggi”. Disse Lanari, prese il giornale e lo aprì sulla prima pagina “Hai visto cosa è successo stanotte no? Quell’incidente sulla provinciale, mi hanno portato quel ragazzo che era ridotto a brandelli: ho combattuto ore per salvarlo, ma alla fine non ce l’ha fatta. Qualche anno fa era morto suo padre, annegato sul fiume, e ora è toccato a lui, così giovane, si è sfracellato contro l’unico albero su tutta la provinciale; che famiglia disgraziata. Ecco, dovrebbe essere quello il mio lavoro: salvare ragazzi come quello, non… far nascere quelle cose” concluse, indicando con la testa la ragazza che dormiva sul lettino.
“Quanti anni aveva?” chiese l’altro.
“Una ventina, forse poco più”
Il vecchio parve per un attimo assorto, poi mormorò “Eh, la sabbia…”
Il dottore lo guardò per un momento, poi gli chiese: “Cosa vuol dire?”
“Niente, soltanto che il vento, a volte porta la sabbia dal mare, che si deposita sull’asfalto. Sarà andata così, avrà preso un po’ di sabbia con le ruote, e la macchina gli è partita, te lo dico io”.
“Non vedo cosa cambia, intanto quel poveretto è morto” sentenziò il dottore.
Il vecchio stava intanto tirando fuori i vestiti della ragazza dal borsone, si fermò, li scrollò e un po’ di sabbia cadde sulle mattonelle.