Racconto di un giorno qualunque

scritto da Matteo86
Scritto 11 anni fa • Pubblicato 11 anni fa • Revisionato 11 anni fa
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Autore del testo Matteo86

Testo: Racconto di un giorno qualunque
di Matteo86

RACCONTO DI UN GIORNO QUALUNQUE
di Matteo Limiti



Ho conosciuto un tipo strano, l’altra sera. Si aggirava con passo pesante per il Parco delle Cave dicendo di essere Marcos e di essersi inspiegabilmente perso, finché si avvicinò chiedendomi la strada per Città del Messico. Non era proprio matto, credetemi. O almeno non lo era del tutto. Penso solo che il desiderio di emulare le gesta del celebre Subcomandante si fosse completamente impadronito di lui. Mi apparve uno di quei casi in cui realtà e desiderio si erano perfettamente incontrati. Ma questo ovviamente lo ipotizzai in seguito. All’inizio mi sembrò solo un povero pazzo e questa mia convinzione orientò le prime battute della nostra conversazione. “Beh, non è proprio dietro l’angolo!” gli risposi con tono sarcastico. Ma quel vecchio credo non apprezzò proprio la mia ironia. Mi squadrò con fare severo e mi disse che, certo, lo sapeva bene ma non per questo intendeva desistere. Debbo ammettere che fui alquanto sorpreso dalla sua reazione e mi sentii tra l’altro un po’ in colpa per averlo deriso un attimo prima. Cercai quindi di riparare all’offesa azzardando una risposta più seria, col risultato che inciampai nelle mie stesse parole senza riuscire ad aggiungere alcunché di sensato. In effetti non sapevo proprio che cosa dirgli. Avrei potuto facilmente indicargli il panettiere, la fermata del metrò, l’ufficio delle poste o dirgli anche che ore fossero ma per quanto riguardava Città del Messico non trovavo affatto il modo per aiutarlo. Pensai subito quanto sia incredibile la preparazione che generalmente ciascuno di noi esibisce di fronte ad un numero esorbitante di domande scontate, col risultato che quando incontriamo qualcuno che sembra sforare questa gamma appariamo immediatamente spiazzati. E il modo più facile per riprendere il controllo di noi stessi è considerarlo pazzo.
Ma quel vecchio ruppe l’imbarazzante silenzio e, chiedendomi una sigaretta, riportò subito al presente la mia concentrazione che i soliti pensieri contorti stavano conducendo alla deriva. Contento di potermi rifare dalla precedente mossa gli allungai l’ultima del pacchetto e il vecchio mi ringraziò soddisfatto. “La vuoi sentire una storia?” incalzò l’uomo subito dopo. E per la seconda volta in meno di un minuto fui colpito dall’eccentricità di quel personaggio. Egli notò sicuramente il mio volto sbigottito ma non aggiunse nulla. “Si tratta di una storia particolare?” gli chiesi. “No” rispose. “Ti racconto di un giorno qualsiasi. Non sono forse quelli i momenti più particolari?”. Pensai di riflesso al mio primo bacio o al primo giorno di scuola e finii, mio malgrado, per concordare con lui: il ricordo di quei giorni mi lasciava del tutto indifferente.
Intanto il vento si levava sempre più alto e l’oscurità che avvolgeva l’ambiente circostante contribuiva a rendere quell’incontro tetro e misterioso. Annuii quindi abbastanza convinto e il vecchio si abbandonò ad un lungo respiro come chi inizia a raccontare una storia passata di cui percepisce ancora l’antica vividezza. E così fu che quell’uomo che diceva di essere Marcos mi narrò di quel giorno qualunque. Fu una storia come tante, in fondo aveva ragione. Non pensiate ci sia qualcosa di eclatante. Nessuna impresa eroica, nessun viaggio lontano, né re, né regine. E dopo tutto, debbo ammetterlo, non posso nemmeno dire di averla conosciuta appieno. Quel vecchio mi spirò a fianco alle prime luci dell’alba ed io con la mia squallida bottiglia di vodka rimasi a lungo accanto al suo cadavere, quasi come il soldato di quella celebre “veglia” ungarettiana, finché mi decisi a chiamare i soccorsi, ormai indubbiamente vani. La strana vicenda si concluse col vecchio all’obitorio e il sottoscritto al pronto soccorso in chiaro stato confusionale. Della mia solita squallida bottiglia di vodka, invece, non seppi più niente. Un amico mi raccontò di averla vista qualche giorno dopo nelle mani di un barbone, non lontano da via della Moscova. Ma non gli credetti affatto. Dopo tutto ne fui anche contento, avevo trovato il modo di liberarmi di un feticcio che ormai apparteneva al passato. Certo, era pur sempre un ricordo. Me la portò mio zio dalla Russia, il giorno del mio diciottesimo compleanno. E da lì non me ne separai mai più. Si sa, ogni distacco è sempre traumatico, ma pensare e ripensare alla vicenda di quel vecchio mi aiutò sicuramente ad affrontare la perdita.
Mi sta balenando per la testa l’idea di raccontarvi la sua storia. Beh, a dire il vero, le premesse erano ben altre. Avrei voluto parlarvi della mia vita senza più quella misera bottiglia di vodka, le peripezie che feci per cercare di ritrovarla e i tentativi piuttosto maldestri di mio zio di aiutarmi a dimenticarla. Tra l’altro – non ve l’ho detto – mio padre tornò a casa tre giorni dopo con una bottiglia di vodka nuova di zecca, scatenando inevitabilmente in me un’ira incontenibile. Come quando il giorno dopo la morte del mio amato gattino, la vicina mi regalò il cucciolo di una sua amica norvegese ed io lo annegai subito dopo nella vasca da bagno. Povera creatura, a ripensarci…

Ma torniamo al vecchio. Credetti sin da subito che il fatto stesso di raccontare quella vicenda a qualcuno lo coinvolgesse alquanto. Pensai che si fosse sempre ripromesso di farlo ma non avesse mai trovato nessuno disposto ad ascoltarlo. Più tardi infatti ebbi modo di confermarlo. Quella storia aveva sempre avuto la consistenza impalpabile di un pensiero, o meglio di pensieri spesso sconnessi che si avvicendavano confusamente. Raccontarla significava in qualche modo darle forma, renderla reale, consegnarla a qualcuno che sperava l’avrebbe custodita.
“Era il millenovecentosettantasettetredici”, attaccò il vecchio, ma la data dopo tutto non mi interessava affatto. Si era appena laureato e dopo una breve vacanza con gli amici ritornava ai suoi doveri di sempre. Non chiedetemi dove fosse andato o che cosa avesse studiato, non era di quello che voleva parlare. Viaggiava su un treno regionale, sapete, uno di quei treni che fa continuamente fermate e non hai nemmeno il tempo di rimetterti in marcia che già si annuncia la sosta successiva. Una cabina a sei posti, sporca e impersonale, come quelle di adesso per intenderci. Di fronte un uomo sulla cinquantina, brizzolato, che guardava continuamente l’orologio e picchiettava nervosamente il dito sul bordo inferiore del finestrino creando un ritmo che di tanto in tanto, inaspettatamente, modificava. Nient’altro arricchiva quella scena quasi imprigionata in un momento eternamente ripetitivo, scandita soltanto dal monotono scorrere del treno. Sembra impossibile infatti, ma se quell’uomo non avesse cambiato occasionalmente la successione dei suoi rintocchi, non ci si sarebbe neppure accorti del passare del tempo. Eppure quel movimento, ogni tanto arbitrariamente variato, serviva a mantenere il nostro caro ragazzo ancorato a quella realtà che, seppure apparentemente statica, rispondeva ad un costante divenire. Pensava a quella solita ragazza. A lei, sì. Non c’era da stupirsene, in fondo. Gli aveva rubato il cuore. Ora voi crederete che io sia pazzo, direte che è impossibile vivere senza cuore, perché il cuore è l’organo primario del nostro corpo, ci garantisce la vita e mille altre cose ancora. Ma vi assicuro che a quell’uomo avevano rubato il cuore...

Si dice che fare spesso lunghi viaggi in treno renda introspettivi. Potrebbe essere il modo migliore per iniziare un’autoanalisi, sempre se si ha la fortuna di non incontrare passeggeri invadenti che ti raccontano la loro vita o ti tempestano di domande impertinenti. Forse perché osservare l’inesorabile consumarsi del mondo, là, fuori dal finestrino, rende spettatori anche di un altro mondo: quel palcoscenico interiore che altrettanto incessantemente scorre sui binari della vita carco di ricordi, pensieri, aneliti.
E il nostro caro ragazzo ancora pensava. Sommessamente, pensava. Ma, dopotutto, egli non era certo il tipo da abbattersi completamente. Ricordava un po’ un eroe romantico, animato da forti passioni, capace di soffrire e, poi, prontamente risorgere, tenace, combattivo, nell’aspirazione di qualcosa che sapeva non avrebbe mai potuto raggiungere. Mi immedesimavo un po’ in lui, già. Anch’io stavo vivendo il mio “piccolo” lutto. La mia solita squallida bottiglia di vodka non c’era più. Ma nemmeno io mi persi d’animo e riuscii a farmi forza. Beh ci volle parecchio tempo, devo ammetterlo. Tuttavia reagii, eccome se reagii! E adesso sono qui a parlarvi di lui.
“Ma questa volta era diverso” insisté il vecchio. “Quella ragazza mi aveva rubato il cuore”.
Nel frattempo l’uomo seduto di fronte, così mi raccontò il vecchio parlandomi della sua giornata qualunque, aveva leggermente modificato la sua successione ritmica. Batteva sette tocchi ravvicinati tra loro rendendo l’atmosfera piuttosto incalzante, come se l’ansia spasmodica per qualcosa di imminente lo stesse cogliendo all’improvviso. Scese alla fermata successiva e con un cenno del capo abbozzò frettolosamente un saluto. Ora il tempo si era fermato completamente. Ritornava l’incessante pensiero di quella solita ragazza che costantemente si presentava alla sua attenzione. Ed ecco che veniva sfrattato da quell’isola di serenità a cui si era temporaneamente aggrappato e trascinato nuovamente nell’incessante rimuginìo del suo ragionare, al cospetto di una coscienza esattrice che gli ricordava che doveva soffrire.
In quel mentre entrò una ragazza. I loro sguardi si incrociarono appena, arrossirono entrambi. Era di una bellezza imbarazzante, ma non sembrava averne l’aria. Ancora acerba, apparentemente ingenua, per questo squisitamente incantevole. Un fascino spontaneo, non ancora incanalato dal conformismo di chi vuole renderlo prevedibile e scontato. Si sedette di fronte a lui ma non disse nulla. Poco dopo arrivò anche un’amica e le due ragazze si spostarono due cabine più in là, raggiungendo una comitiva di giovani che entrambe sembravano conoscere.
Il nostro caro ragazzo era di nuovo solo. Ma il treno è così, si sa. Vite che si sfiorano per un momento, cammini che si incrociano al di là di ogni possibile supposizione, per poi consegnarsi nuovamente all’incognita del futuro. Coincidenze rare e irripetibili che nessuna equazione matematica potrebbe mai prevedere. Ma ci pensate quanto ci sia di straordinario in un incontro? E’ come se un incantesimo venisse spezzato, una maledizione che per anni ha tenuto separate due persone immediatamente venisse sconfitta. Due strade che per lungo tempo si sono costeggiate ignare l’una dell’esistenza dell’altra, arrivano improvvisamente ad incrociarsi. Così come me e la mia bottiglia di vodka. Veniva dalla lontana Russia, fabbricata in un paese abbandonato nella regione del Tatarstan. Aveva fatto tanta strada. Era finita negli scaffali di un maledettissimo supermercato qualunque, in una via qualunque di un quartiere qualunque di Mosca. Eppure mio zio era andato fin là e tra tutte le bottiglie esposte scelse proprio lei. Non si sa né come, né perché, quale folle ragione, quale motivazione inverosimile. Fatto sta che finimmo per incontrarci.
Intanto il nostro caro ragazzo venne colto ancora una volta da quell’insopprimibile senso di vuoto. Raccontandomelo riusciva a renderlo materiale e tremendamente percepibile. “Il vuoto riempiva la mia vita” chiosò il vecchio con un ossimoro a dir poco calzante. Sapeva che in fondo c’entrava anche lei, quella solita ragazza. O forse no. Forse era solo un futile pretesto di chi ha bisogno sempre di una ragione per stare male, di chi non riesce ad abbandonarsi all’inspiegabile assenza di un perché. Ma spiegare le emozioni è la cosa più difficile. Il nostro caro ragazzo però lo faceva spesso. Dava loro una coerenza, una logica personale che le stesse non smettevano mai di tradire. Proprio quando gli sembrava di averle dominate, gli sfuggivano inaspettatamente di mano. Era come cercare di calmare un toro scatenato, magari spiegandogli che sarebbe stato più ragionevole fermarsi. Era passato molto tempo, questo è vero, ma non significava nulla. Le emozioni non invecchiano mai. Sono un po’ come la scia che certe imbarcazioni lasciano dietro di sé, un’onda qualunque sarebbe sufficiente a cancellarla, ma la nave ne ricreerebbe prontamente un’altra in un eterno divenire di cui è impossibile intravedere la fine.
La ripetitività del rumore del treno rifletteva la ripetitività dei suoi pensieri. Il nostro caro ragazzo pensava tanto, ma giungeva sempre alle stesse conclusioni, alimentava le medesime speranze e ripiombava nei soliti, sconfinati dolori.
Poteva sembrare passivo, là, ripiegato su di sé, intento macchinosamente a ragionare, ma segretamente voleva cambiare.

Intanto la pioggia cominciava a scendere a catinelle, là, fuori dal finestrino, due mondi separati da una sottile lastra di vetro: il caldo torpore della carrozza e il gelo novembrino di una radura di cui non si vedeva la fine. Si addormentò. O quasi. I suoi pensieri lo tenevano sveglio ma l’oblio ristoratore del sonno sembrava tentarlo ripetutamente. Addormentarsi era un po’ come lasciarsi andare. Ma non ne era capace. In quel mentre sopraggiunse, inaspettata, la scoreggia di un altro viaggiatore che nel frattempo si era accomodato in cabina. Se non altro ebbe l’effetto di alleggerire l’intensità emotiva del racconto che stava prendendo una piega alquanto impegnativa. Soprattutto considerando l’orario e la quantità di alcool che avevo in corpo.
E’ assurdo come nella mia mente confusa di giovane idealista abbia sempre sognato d’incontrare la donna della mia vita, così, casualmente, magari ritornando a casa per il parco dopo un’anonima serata in compagnia. L’immaginazione, in fondo, è un’arte, cerca sempre la perfezione. Ma la realtà, inutile dirlo, è tutt’altra cosa. Ragion per cui mi ritrovai a parlare con un vecchio che mi aveva adescato con una domanda piuttosto singolare e non sembrava volerne sapere di lasciarmi andare. Mi colpì, tra l’altro, che egli si ricordava, a distanza di anni, di un evento così insignificante. Dopo tutto era un giorno qualsiasi, l’aveva detto il vecchio. E, si sa, nei giorni qualsiasi accadono eventi qualsiasi. E allora perché ci teneva così tanto a raccontarmeli?

“Ero partito, volevo dimenticare”, attaccò dopo una lunga pausa. Ma liberarsi dei suoi problemi era come volersi separare dalla propria ombra. Avrebbe potuto correre all’infinito, sino ad arrivare ad un certo punto, stremato, accorgendosi di non essere riuscito a seminarla. Eppure una soluzione doveva esserci. Questo continuo arrovellarsi prima o poi doveva finire.
Mentre era intento a ragionare in maniera forsennata lo colse un’intuizione geniale. Non seppe dirmi come gli prese, da dove venne fuori, fatto sta che in quel momento ne fu letteralmente abbagliato. E’ uno di quei casi in cui il linguaggio non tiene il passo dell’imprevedibile follia del pensiero. Una sensazione fugace, talmente sfuggente che la lenta attività analitica della mente non fece in tempo ad elaborare. E il nostro caro ragazzo, abile processore di emozioni, ne venne colto impreparato.
Nel frattempo il treno stava rallentando, appropinquandosi alla fermata di Firenze. In quell’istante unico, irripetibile, accadde qualcosa di assolutamente indecifrabile. Un attimo troppo breve perché in esso il tempo potesse scorrere, troppo irrazionale perché fosse possibile prevederlo.
Non era il risultato di tutti gli istanti che lo avevano preceduto, l’ennesimo tassello di una catena già avviata. C’era in esso qualche cosa di nuovo.
Il frastuono dei freni accompagnò l’arrestarsi del treno. Poco prima che si chiusero le porte, il nostro caro ragazzo balzò in piedi con un repentino scatto di reni, prese al volo lo zaino che aveva depositato nel sedile a fianco e scese dal treno correndo...

Adesso faceva proprio freddo. E’ vero era pur sempre estate ma tirava un gran vento e l’effetto della vodka iniziava pian piano a venire meno. Ma la storia cominciava sempre più ad incuriosirmi e per nessuna ragione al mondo ne avrei persa la fine. Mi capita spesso di continuare un film scontato o un libro noiosissimo, figuriamoci se non avrei proseguito ad ascoltare questa vicenda! Eppure il vecchio si era fermato. Non parlava più. Attesi, inizialmente, credendo fosse una normale pausa del discorso ma poco dopo mi accorsi che purtroppo non si trattava di questo. Lo chiamai, sempre più a gran voce. “Vecchio!” gli dissi “Vecchio, ci sei? Che fai, ti sei addormentato?”
Credetti poi fosse una burla, d’altronde da un personaggio così eccentrico avrei potuto anche aspettarmela. Ma capii che anche questa ipotesi non era corretta. Decisi quindi di alzarmi e di avvicinarmi a lui: aveva gli occhi sbarrati ma sembrava sereno. Mi fermai a guardarlo a lungo. Non avevo mai visto la morte. Pensavo facesse più paura. Se ne era andato come un eroe pensai. Stava raccontando la sua storia, era morto combattendo. Poco dopo mi decisi a chiamare l’ambulanza, arrivarono tempestivamente. O forse no, ci misero tanto. Fatto sta che non ricordo più nulla.

Mi svegliai il giorno dopo in una stanza d’ospedale. Maledette lampade al neon. Fanno più luce i lumini dei cimiteri. Raccontai la vicenda al personale, fui straripante di dettagli ma non mi prestarono molta attenzione. Avevano troppi pazienti da seguire. Fatto sta che mi dimisero in giornata. Venne a prendermi un carissimo amico, un compagno anarchico del Ponte della Ghisolfa che conobbi ad un picchetto di una fabbrica. Tre anni fa o forse anche di più.
Mi accompagnò a casa. Lo ringraziai a lungo. Brava gente questi anarchici, pensai.
Ero confuso, stanco e inspiegabilmente ansioso. Poco dopo uscii di casa e raggiunsi la Stazione Centrale. L’odore dei treni mi dava la nausea. Mi fermai davanti ad un vagone. Aspettai ma non ricordo quanto. Era in partenza. Il capostazione mi fece cenno di salire o di spostarmi perché altrimenti sarebbe stato pericoloso. Decisi di tornare a casa. Anzi no. Mi voltai improvvisamente e con un agile balzo salii sul treno. Partii. Non sapevo dove stessi andando. Firenze, Città del Messico o forse pure oltre. Ma non mi importava affatto. Mi sentivo vivo perché in fondo ero tornato in cammino. Chissà mai che un giorno avrei anche ritrovato la mia solita squallida bottiglia di vodka.
Racconto di un giorno qualunque testo di Matteo86
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