Tallone da killer.

scritto da Rubrus
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Con qualche aggiustatina.
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Testo: Tallone da killer.
di Rubrus

«C’è ancora una macchia».
Samir sospirò.
Sapeva che, presto o tardi, il vecchio l’avrebbe beccato.
Ciondolava per la ditta tutto il giorno con uno strano passo oscillante, come se fosse un po’ sbronzo o avesse problemi d’equilibrio.
Gli piaceva soprattutto il parco automezzi e correva voce che, una volta, fosse il padrone di tutta la baracca.
Samir non gli l’aveva mai chiesto. Anzi, a dirla tutta, l’aveva sempre evitato.
Ma adesso eccolo lì che puntava il dito contro una macchiolina di grasso nascosta nell’incavo della maniglia della portiera.
Samir afferrò lo straccio e prese a strofinare. «Cos’è, una roba tipo “togli la cera, metti la cera?”».
Il vecchio gli lanciò un’occhiata interrogativa. Non aveva capito.
Ovvio: mica li conosceva, i vecchi film.
Il guaio era che non li conoscevano neanche i coetanei di Samir e lui si sentiva come se vivesse fuori sincrono: troppo giovane per i vecchi e troppo vecchio per i giovani.
Per questo preferiva le macchine. O i camion, come quello. Un Mercedes 1223 del 2001, con la decalcomania di un felino sulla portiera. Presto una qualche direttiva europea anti – inquinamento lo avrebbe messo fuori legge e quindi anche il camion, in un certo senso, era fuori sincrono.
Forse per questo a Samir non dispiaceva che fosse sempre pulito, e togliere anche quell’ultima macchia non gli pesava.
Quando ebbe finito, il vecchio zoppo si avvicinò e passò una mano sulla decalcomania. Non si capiva che razza di animale fosse: un leone, un puma o solo un grosso gatto. Facile che chi l’aveva stampata non lo sapesse neanche lui.
«Una volta ne guidavo uno così anche io» disse lo zoppo «anche quello aveva un qualche animale sulla portiera. Un bisonte o un rinoceronte. Io lo chiamavo “il Bestio”».
«Domani sarà di nuovo sporco» disse Samir.
«Mi piaceva guidare» proseguì lo zoppo, come se non avesse sentito, poi, voltandosi verso Samir «E a te?».
«Non ho l’età».
Lo zoppo sogghignò «Davvero?».
Samir non rispose. Aveva fatto qualche giro. Senza patente, senza foglio rosa e, naturalmente, senza doppi comandi. Più di qualche giro, per essere precisi. E qualcuno anche su un camion. Sì, gli piaceva guidare. Ma non era il caso di dirlo.
«Scartoffie» sentenziò il vecchio «Non è un pezzo di carta che può dire se sai davvero portare un camion, ma il mondo è governato dalle scartoffie ed è meglio che te lo ficchi in testa il prima possibile».
Samir si infilò lo straccio nella tasca posteriore dei jeans, con un lembo di stoffa che penzolava come una specie di bandiera, e non disse niente.
«Sì, lo so» disse lo zoppo «pensi che tutto quello che conta sia guidare bene e conoscere le macchine. Essere il migliore. Anche io lo pensavo, alla tua età. E per un po’ lo sono stato».
«Il migliore?» il tono di Samir era stato ironico. Forse lo zoppo si sarebbe offeso, ma ormai era fatta.
Il vecchio annuì «Una specie di leggenda»-
Samir non riuscì a trattenere un ghigno sarcastico. Se lo zoppo se la prendeva, pazienza. «Sul serio?».
«C’erano i C.B. allora. Una specie di internet prima di internet. Solo per i camionisti. Avevamo tutti dei soprannomi. Il mio era “Tallone da Killer” ».
Samir scoppiò a ridere. Lo zoppo proseguì come se non avesse sentito.
«Potevo guidare per venti ore di fila, non ho mai avuto incidenti, ero in grado di riparare qualsiasi mezzo, ma soprattutto...». Si interruppe.
«Soprattutto?». Samir sapeva che, oggi, con cronotachigrafi, gps, app e tutto il resto c’era poco da scherzare, ma all’epoca dello zoppo doveva essere stato diverso. A quei tempi, se ci sapevi fare, potevi davvero guidare per intere giornate evitando i controlli della stradale, senza fermarsi neanche per mangiare, bevendo litri di caffè e usando come pitale una bottiglia di plastica.
«Soprattutto avevo un sesto senso per le volanti e le auto civetta» disse lo zoppo «Le... sentivo, come se ne captassi l’odore. Una specie di istinto... non so... come certi animali che sentono i terremoti. Quando mi capitava, rallentavo, facevo il bravo, e, quando capivo di essere al sicuro, via di nuovo a tutta birra».
«Piedino pesante, eh?».
«Tallone da killer» puntualizzò il vecchio. «Quello sull’acceleratore».
Con la coda dell’occhio, Samir notò alcuni dipendenti della ditta sgattaiolare via. Avevano visto lo zoppo attaccare bottone con Samir e se la battevano all’inglese.
«E non ti hanno mai beccato».
«Sapevo quando fermarmi e quando accelerare. Comprai un camion che ero poco più vecchio di te. Feci un sacco di viaggi e un sacco di soldi .Come ho detto, credevo che il trucco fosse tutto lì: saper guidare».
Toccò a Samir annuire. Aveva capito dove stava andando a parare il discorso. «Ma avevi dimenticato le scartoffie».
Lo zoppo gli diede una pacca sulla spalla. Leggera, quasi un buffetto. Ma, dal peso della mano, Samir capì meglio perché, una volta, il vecchio era stato “Tallone da Killer”.
«Le scartoffie e gli uomini. Ma lo capii tardi. Dopo aver comprato tutta questa baracca». Fece un gesto che abbracciava l’intero piazzale del parcheggio. Un gesto ampio, solenne, come se volesse indicare l’intero universo. E forse per il vecchio Tallone era proprio così.
«Devi sapere – lo devi proprio sapere – che più mezzi hai più si presume che tu guadagni. Al fisco non glie ne frega niente se i clienti non ti pagano, o ti mollano perché in giro c’è qualcuno più disperato di te che si fa sottopagare. Quelli del fisco se ne sbattono se un autista non porta a termine un viaggio perché preferisce andare a cogliere i pomodori. Sì, ragazzo, quelli se ne infischiano. E se non paghi le tasse che loro pensano tu debba pagare, vengono in ditta a ficcare il naso e ti dicono quanto devi sganciare per metterti in pari. E se non ci stai ancora, ci sono gli avvocati, e i commercialisti, e i giudici, e li devi pagare, e...».
«Meglio guidare e basta?».
«Io questo non l’ho detto. Ho solo parlato di limiti. Di sapere quando accelerare e quando fermarsi».
Un camion poco lontano partì con un rombo improvviso come un tuono nel cielo sereno. Qualcuno che faceva il turno di notte. L’autocarro accelerò e infilò l’uscita emettendo una nuvola di fumo. Lo zoppo l’odorò come se fosse stato profumo di rose. Samir aveva sentito dire che, una volta, i ragazzi correvano dietro i camion ad annusare i gas di scarico per sballarsi. Gli era sembrato incredibile, ma, guardando la faccia del vecchio Tallone, si chiese se non fosse vero.
«Si chiamava Donato, o Renato, o qualcosa del genere» riprese il vecchio «Ma tutti lo chiamavano “Nato”. Da “Nato pronto”.
«Era il suo nome da CB?».
«CB Baracchino, esatto. Lo conoscevo da un po’ Un giorno viene da me e mi racconta la sua storia. Sai, a volte capita che gente con cui, fino a quel momento, hai scambiato qualche “buongiorno e buonasera” venga a spiattellarti i fatti suoi. Forse se li sono tenuti dentro così a lungo che rischiano di scoppiare e allora devono raccontarli a qualcuno, uno qualunque. Oppure ti hanno girato intorno, come gli squali».
«Era uno squalo, Nato?».
«Aveva avuto un incidente. Per come la raccontava lui, si era fermato a prestare soccorso a un automobilista di passaggio ed era stato investito a sua volta».
«Era vero?».
«Molta gente non ci ama. I camion sono grossi, rumorosi, ti fanno rallentare e fanno anche un po’ paura. Ma tu non puoi sapere a quanta gente abbiamo prestato soccorso, a volte anche salvato la pelle. Un camionista conosce la strada, ha sempre dietro un kit di emergenza e sa come usarlo e anche come farne a meno, se per caso manca. A me piace pensare che abbiamo un nostro codice. Una specie di “legge del mare” che vale sull’asfalto: se serve, intervieni e al diavolo tutto il resto. Anime erranti che a volte si rivelano angeli».
«E questa da dove salta fuori?».
Tallone scompigliò i capelli di Samir. «Tu cerca di tenerla a mente e basta, ok?». Guardò il cielo come se si aspettasse di vedere qualche ala candida, ma non c’era niente. Neanche un piccione.
«Stavi parlando di Nato. Nato Pronto».
«Giusto. Scusa. Divagavo. Comunque sì, la sua storia poteva essere vera, anche se forse aveva omesso qualche particolare. Gli avevano tolto la licenza per gli autotrasporti, anche se non la patente. Lui diceva perché, secondo il giudice, Nato, nel fermarsi a prestare soccorso, aveva arrestato il camion nel posto sbagliato: una Golf che viaggiava a tutta birra ci era finita contro e il conducente ci aveva rimesso la pelle. Il classico tamponamento a catena, ripeteva Nato, lui non aveva colpa. Ma durante il processo qualche maledetta scartoffia doveva essere finita fuori posto».
«Può essere».
Lo zoppo annuì. «Comunque, Nato aveva perso la licenza. Un giorno viene da me e mi propone di acquistare un camion e di metterci in società. Eravamo diventati amici. Mi spiaceva di quello che gli era accaduto. Poteva capitare a me. Può capitare a tutti».
«Ma ti sei rifiutato».
«”Nato”, gli dico “ho già troppi mezzi. Quelli delle tasse mi ammazzano. Se devo pagare un altro dipendente, poi...” Ma lui mi fa “Non c’è problema. Io mica lavoro solo per te. Sono in affari con altra gente. Una cooperativa. Tu intesti il camion a loro, io lo guido, facciamo più viaggi, fatturiamo di più e dividiamo».
«Ma allora perché non l’ha intestato direttamente a loro, a quelli della cooperativa? Perché ha messo di mezzo te?».
«L’idea era che il camion lo pagasse lui, Nato, ovviamente in contanti. La fattura doveva essere intestata a me. Io poi avrei rivenduto il camion alla cooperativa, che però in tasse non avrebbe pagato quello che avrei pagato io se fossi stato al loro posto. Non chiedermi perché. È una dannata faccenda di scartoffie e non l’ho mai capita del tutto».
«Ma se dovevi rivendere il camion alla cooperativa, dove stava il tuo guadagno?».
«Nel prezzo del camion. I soldi per comprarlo ce li metteva Nato, quelli della rivendita io. “E, di fatto” conclude Nato “tutto quello con guadagno con quel camion ce lo spartiamo noi due. Con la cooperativa me la vedo io”».
«Ma la cooperativa la pensava diversamente»
La mano dello zoppo si abbatté di nuovo sulla spalla di Samir. Forte, stavolta. «E bravo ragazzo. Vedo che sei veloce di testa. Io invece mi illudevo di esserlo. O forse credevo davvero che tutti i camionisti fossero angeli erranti con le ali sporche di nafta».
«Comunque, a me, tutta ‘sta storia pare assurdamente complicata. Perché ci sei rimasto invischiato?».
«La cooperativa avrebbe dovuto pagarmi cash. I passaggi di proprietà servivano anche a nascondere meglio il nero».
«Chissà che cifra». Di nuovo il tono ironico. Ma Samir sapeva che il vecchio Tallone non se la sarebbe presa.
«Una miseria, figliolo, una dannata miseria di cui però avevo bisogno. La cooperativa però non solo non vuol pagarmi cash. Non vuole pagarmi affatto. Se davvero voglio rifilargli quel bidone di camion, mi fanno sapere, gli devo fare un paio di trasporti gratis, giusto per andare in pari. Altrimenti posso anche tenermelo e pagarci le tasse sopra. Esattamente il contrario di quel che volevo».
Samir non disse nulla.
Tallone proseguì: «Ne parlo con Nato e gli dico chiaro e tondo che io il camion me lo tengo. È intestato a me, dopotutto. Posso rivenderlo a un altro oppure usarlo. Se devo pagarci le tasse sopra, almeno che frutti qualcosa. Lui risponde che l’ha pagato lui e quindi è suo. Qualche giorno dopo viene a trovarmi a casa e la scena si ripete. Qualche giorno dopo ancora lui mi telefona...».
«… e registra tutto quanto».
«Aveva uno di quei nuovi maledetti telefoni, gli smartphone. Non mi sono mai abituato a tutta questa nuova tecnologia. Sono rimasto fermo ai CB».
«Un bel guaio» disse Samir senza specificare a che cosa si riferisse.
«Siamo finiti in mezzo alle scartoffie, questo è il guaio. Vado dall’avvocato e mi dice che la faccenda è complicata. Nato può provare di aver pagato il camion – praticamente l’ho confessato e infatti lui mi denuncia per appropriazione indebita – ma non può usarlo perché non ha la licenza per i trasporti. La fattura di acquisto è intestata a me e quindi tutti i costi e le tasse sono mie. D’altra parte, la cooperativa non vuole comprarlo e per obbligarla a farlo ci vorranno tempo e soldi, anche perché mica c’era la cooperativa quando io e Nato abbiamo architettato “il colpo del secolo”».
«Ma se il camion era intestato a te, la cooperativa non lo voleva e Nato non poteva averlo, potevi sempre usarlo».
«E qui ti volevo, ragazzo. Perché, una notte, Nato sgattaiola qui dentro e smonta l’antifurto dell’autocarro. Senza quello, il dannato arnese non parte. “Se non posso usarlo io, non lo userai nemmeno tu” deve aver pensato».
Il vecchio zoppo sogghignò. Non era un sorriso da killer, ma non era del tutto piacevole. «Stavolta però la fortuna gioca a mio favore. Un dipendente è tornato in ritardo da una corsa notturna. Sta parcheggiando quando vede Nato sgusciare via dal camion quatto quatto come Gatto Silvestro. Stavolta tocca a me denunciare il buon Nato Non Tanto Pronto. Violazione di domicilio, furto, danneggiamento, violenza privata, quel diavolo che è. Salta fuori la vecchia storia dell’incidente, quello per cui gli avevano tolto la licenza di autotrasportatore».
«Come è andata a finire?».
«Nel peggiore dei modi. Nato finisce dentro, quanto a me...». Lo zoppo frugò nel taschino ed estrasse un pacchetto di sigarette. Era mezzo vuoto e gualcito come la faccia del vecchio. «Con tutto quel casino era inevitabile che la finanza venisse a ficcare il naso, ma a ficcarlo sul serio. Mi hanno rivoltato la ditta come un calzino. Mesi e mesi di lavoro bloccato. E poi qualche scheletro nell’armadio salta sempre fuori, specie se non è un armadio, ma l’archivio della contabilità». Sospirò. «Ho dovuto chiudere. Me la sono cavata per il rotto della cuffia e solo perché non mi ero scordato come si guida. Ho dovuto tornare a lavorare sotto padrone. Vedere se avevo ancora il vecchio Tallone da Killer».
Diede un colpetto da sotto al pacchetto e una sigaretta saltò fuori come una scimmia ammaestrata. Indicò il camion e fece un cenno a Samir di seguirlo; i due si allontanarono, l’ombra del vecchio, davanti, allungata dal sole al tramonto, era tutt’uno con la figura smilza del ragazzo.
Raggiunsero una panchina vicino all’ingresso e si sedettero. Tallone non offrì una sigaretta al ragazzo, ma accese la propria. Soffiava il fumo verso l’alto. Un uccello scuro, forse una cornacchia, attraversò il cielo. Parve metterci molto, come se fosse diventato più grande, come se davvero il parcheggio, che pareva più vasto, ora che tutti se ne erano andati, contenesse l’intero universo.
«Perché ho l’impressione che la storia non sia finita?» chiese Samir.
«Anni dopo, sere dopo. Sere passate bevendo litri di caffè e usando come orinale una bottiglia di plastica. Avevo il camion di cui ti avevo parlato all’inizio. Quello che chiamavo “Il bestio”» rispose lo zoppo «Ci avevo montato sopra il CB, fa niente se non era più di moda. Di colpo sento una voce che conosco bene: è proprio lui, il caro Nato Pronto, il compare col quale, per pochi quattrini in nero, ci eravamo rovinati l’esistenza». Chiuse gli occhi, come se stesse facendo i conti. Come se li facesse per l’ennesima volta. «Non so che mi ha preso, ragazzo. Nato era a una manciata di chilometri da me, e allora ho fatto quello che non avevo fatto, mai: ho mandato al diavolo il trasporto, ho cambiato strada e ho iniziato a inseguirlo. Non so cosa volessi… anzi, no… non voglio saperlo. Avevo davvero il Tallone da killer, in quel momento».
Il sole scomparve dietro un palazzo. Le ombre si infittirono e la temperatura si abbassò di un paio di gradi. Da qualche parte, una lattina vuota rotolò sul cemento.
«Rincorro Nato, lo raggiungo. È su una strada provinciale, poco più che un viottolo di campagna. Si è fermato a mangiare in una trattoria che conosco anch’io, sta salendo sul camion e, senz’altro, ha intenzione di tornare in autostrada. Mi vede che gli piombo addosso. Non so come abbia fatto a riconoscermi: non aveva mai visto il Bestio. Lo avevo comprato prima che tutto andasse in malora. Dell’intera baracca, era l’unica proprietà che ero riuscito a salvare».
Lo zoppo finì la sigaretta, la buttò per terra e la spense con la punta del piede. «Fatto sta che Nato mi vede, capisce chi sono, balza sul camion e parte in quarta» riprese il vecchio. La sua espressione era quasi trasognata «è stato un gran bell’inseguimento, figliolo, anzi, è stato un inseguimento da pazzi. Non so perché Nato non abbia imboccato l’autostrada, ma non passa giorno che non ringrazio Dio che non l’abbia fatto. Perché, se Nato avesse preso l’autostrada. io gli sarei andato dietro. E se avesse sfondato la barriera del casello gli sarei andato dietro. E se si fosse messo a correre come un pazzo sulla corsia di emergenza gli sarei andato dietro. E se avesse travolto chi gli sbarrava la strada gli sarei andato dietro. E...».
«Ho afferrato il concetto».
«Sarebbe stata una strage. Non so se Dio esista o se si intrometta nelle faccende degli uomini. Credo di no. Ma poi penso a quella notte e ho dei dubbi». Il vecchio Tallone guardò di nuovo in alto, ma subito abbassò gli occhi, come deluso da non aver trovato risposte. «Nato rimase sulla provinciale, invece, e per fortuna non c’era nessuno. Solo le curve, la banchina non transitabile, i campi e qualche riccio che non faceva in tempo a scansarsi».
«E tu dietro» disse Samir.
Lo zoppo ridacchiò. «Avevo un carico di cassette di frutta. Ho smesso di pagarlo sei mesi fa, dopo tre anni, e non l’ho pagato tutto. Il proprietario si è stufato e mi ha condonato una parte del debito. Una scelta saggia. Se c’è un principio cui devi attenerti quando ci sono di mezzo i soldi è “non fare questioni di principio”. Avrei voluto saperlo allora».
«Ma l’hai raggiunto o no, Nato Pronto?».
«Te l’ho detto, è stato un bell’inseguimento. Non come nei film americani, dove si vedono quelle strade deserte, dritte e lunghe, perfette come se le avesse tracciate l’Onnipotente in persona, ma è stato un bell’inseguimento. Però...».
«Però?».
«Però a un certo punto mi si è risvegliato l’istinto. Non importa che cosa dicono gli scienziati e i poeti, che i pensieri si trovano nel cervello o nel cuore, o al massimo nella pancia. Io ce l’avevo nel tallone. Il Tallone da Killer».
Il sole spuntò da dietro il palazzo. Un ultimo saluto prima di tramontare.
«Stavo rallentando prima ancora di accorgermene. Sapevo che c’era una pattuglia nelle vicinanze. Dovevo calmarmi e fare il bravo o sarei finito in un mare di guai, sempre che non ci fossi già» disse il vecchio «Ma Nato no. Lui non ce l’aveva il tallone magico. Vide che mi stava distanziando e prese coraggio. Diede gas, perse il controllo del camion e finì in un fosso».
«È morto?».
«Saprai già che non è come nei film. Un veicolo non prende fuoco, a meno che non sia lesionato il serbatoio, che, come sai, è ben protetto, e non ci sia qualche scintilla nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il camion di Nato si rovesciò nel fosso, con la motrice dentro e il rimorchio in bilico sull’orlo, ma non si incendiò». Tossì. «Ma non era messo bene. Avevo visto abbastanza incidenti da capire che era questione di minuti. Bastava che chiamassi aiuto, mi mettessi di lato e aspettassi. Il rimorchio sarebbe scivolato, a un certo punto avrebbe preso l’abbrivio e tutto il mezzo sarebbe finito dentro il fosso. Non c’era molta acqua, ma abbastanza da affogare un uomo. Specie se era svenuto o non poteva muoversi, imprigionato nella lamiera della cabina».
Si udì un frullo d’ali. Nessuno dei due guardò se era un angelo o un piccione.
«E lo feci» continuò lo zoppo. «Mi fermai, mi misi di lato, chiamai soccorso e attesi. Come nel proverbio cinese: “siediti vicino al fiume e aspetta che il cadavere del tuo nemico passi”. Nel mio caso era un fosso, ma poteva andare. Però...» si strofinò la bocca, come se volesse pulirsela «però era iniziato tutto per una stupida furberia da quattro soldi che ci aveva rovinato la vita e ora stava portandocela via. Vidi un lampeggiante lontano e capii che, al solito, l’istinto non mi aveva tradito: c’era una pattuglia nelle vicinanze, ma non abbastanza vicino. Prima di riflettere ero sceso dal camion e correvo verso Nato. Il rimorchio stava scivolando. Pochi istanti e sarebbe finito tutto in acqua. Passai sotto il cassone, che scricchiolava, gemeva e ruggiva come una bestia ferita. Raggiunsi la cabina, afferrai la portiera e tirai. Non cedette e tirai ancora, e ancora. I miei strattoni accelerarono il movimento del camion, che minacciava di cadermi addosso. Se fosse successo, saremmo morti tutti e due schiacciati prima che affogati. Però tirai ancora. Dicono che una madre possa sollevare un’auto, se si tratta di salvare il proprio figlio. Io non sono una madre, e senz’altro Nato non era mio figlio, ma un po’ di quella forza speciale deve essermi venuta perché quella volta la portiera cedette. Afferrai Nato, che era svenuto, e lo tirai fuori, trascinandolo. Ricordo di aver sentito uno schiocco strano, diverso dai rumori prodotti dal camion e, più tardi, seppi che nell’estrarlo dalla cabina gli avevo rotto una spalla. Sia come sia, quando fu fuori me lo issai sulle spalle come se fosse un gigantesco poppante. Il camion sopra di noi, più che scivolare, precipitava. Il cassone era inclinato di almeno quarantacinque gradi e non vedevo più il cielo. I tiranti cedevano, le gomme si deformavano, i cerchioni saltavano via e pezzi di ferro e lamiera schizzavano da tutte le parti. Scivolai, mi tirai su, sempre con Nato sulle spalle, e credo di aver percorso gli ultimi due, tre metri piegato ad angolo retto. Il camion ci cadde addosso, ma ormai eravamo fuori. Quasi».
Si fermò, ansimante, come se avvertisse ancora lo sforzo, o se stesse, anche in quel momento, sgusciando via da sotto il camion con il peso morto di Nato sulle spalle.
«Ed eccomi qui» concluse semplicemente.
Si era fatto tardi e il parcheggio era quasi al buio. La luce mutevole del sole era stata sostituita da quella, indifferente, imperturbabile, dei lampioni. Le stelle non si vedevano ancora. Samir non era mai rimasto in ditta così a lungo. Il giorno dopo, gli altri gli avrebbero chiesto se lo zoppo gli avesse attaccato bottone e lui avrebbe risposto di sì senza aggiungere altro perché voleva che quella storia rimanesse tra lui e il vecchio.
«Perché me l’hai raccontata?» chiese.
«Non credo che i camionisti siano degli angeli della strada – neanche dei diavoli, se è per questo. Però credo che anche tra gli esseri umani possa esserci qualcosa di buono. Possiamo fare delle enormi fesserie, possiamo lasciarci trascinare da noi stessi e finire in rovina, ma se siamo fortunati possiamo cavarcela all’ultimo minuto, e uscirne, anche se magari un po’ ammaccati. Forse tutto sta nell’evitare certe piccole meschinità, certe piccole macchie, perché, senza accorgertene, e senza sapere come, rischi di trovarti sporco per sempre. Perciò, anche se non potrai mai essere pulito del tutto, e anche se ogni giorno ti sporcherai di nuovo, non importa: tu metti la cera, togli la cera».
Diede un’ultima pacca sulla spalla di Samir, poi si puntellò su quella spalla e si alzò con fatica, allontanandosi con passo sbilenco, come se avesse una protesi al posto del tallone e, quella sera, gli facesse più male del solito.
Tallone da killer. testo di Rubrus
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