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La gonna di velluto nero era rimasta incastrata nella portiera del carro funebre, trasformando il suo ingresso trionfale al cimitero in uno sgraziato balletto a balzi, degno di un corvo con l'artrite.
L'oceano con i tacchi a spillo
La prima figura era una creatura fatta di abissi emotivi e gaffe monumentali.
Dentro di sé ospitava un oceano di sensibilità:
Percepiva il dolore del cosmo, decodificava i drammi esistenziali racchiusi in un colpo di tosse e si emozionava, fino alle lacrime per il destino dei piccioni metropolitani.
Il problema era la sua coordinazione motoria, totalmente inadatta a sostenere una tale profondità psicologica.
Voleva essere un'eroina tragica, ma finiva sempre per rovesciare il caffè caldo sul proprio velo funebre.
Quella mattina, mentre cercava di mantenere uno sguardo vitreo colmo di ancestrale sofferenza, inciampò in una corona di fiori di plastica, finendo dritta tra le braccia di un becchino terrorizzato.
Per lei, la vita era un dramma, recitato da un clown.
La pozzanghera in tailleur
A pochi passi da quel disastro deambulante, immobile e impeccabile, svettava l'antagonista.
Essa era la perfetta incarnazione della pozzanghera.
Indossava un completo grigio, senza una singola piega e il suo volto, era una superficie liscia e impenetrabile.
L'antagonista non provava emozioni profonda, le bloccava.
Se una goccia di empatia osava cadere sulla sua coscienza, ristagnava lì, congelata nel primo millimetro di pelle.
Guardava il mondo come un registro contabile:
Priva di profondità, immune ai sensi di colpa e sorda a qualsiasi marea emotiva.
Tutto si fermava in superficie e lì ristagnava.
Considerava la protagonista non come una rivale, ma come un errore di calcolo particolarmente rumoroso che andava urgentemente eliminato dal pentagramma della sua giornata perfetta.
Lo scontro dei due mondi
Il confronto finale avvenne davanti alla tomba di famiglia.
La protagonista, nel disperato tentativo di evocare un'atmosfera lugubre e solenne, tese le braccia al cielo per lanciare un'invettiva colma di pathos e costringere l'antagonista, a guardare dentro l'abisso del proprio vuoto interiore.
«Sentirai il peso del mio tormento!»
Gridò, con gli occhi lucidi e la voce tremante, cercando di far colare il mascara per un effetto più drammatico.
Ma proprio sul più bello, il tacco a spillo cedette con un crack secco.
La marea di emozioni franò rovinosamente in avanti, travolgendo l'antagonista.
L'impatto fu devastante, ma squilibrato: L'oceano cercò di trascinare la pozzanghera nei suoi gorghi di disperazione, ma andò a sbattere contro un muro di pura, gelida indifferenza.
L'acqua dell'infinito scivolò sopra la superficie fangosa senza penetrarla. L'antagonista rimase dritta, limitandosi a ripulirsi il bavero della giacca dalla polvere del cimitero con un gesto geometrico.
Non un brivido alterò la sua superficie di fango.
La protagonista si ritrovò a terra, con il tulle strappato e l'orribile consapevolezza di aver fallito la sua più grande scena drammatica. L'antagonista la guardò dall'alto in basso, girò i tacchi e si allontanò con passi ritmici, lasciando l'eroina tragicomica a galleggiare da sola nella vastità del suo oceano, con un tacco rotto in mano e un singhiozzo che somigliava maledettamente a una risata.