Contenuti per adulti
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Spesso si dice che a fare più male sia il momento in cui qualcosa finisce… io non credo sia così.
La cosa più dolorosa che esista non è la fine di una storia o di un’ avventura, no; è la disillusione. L’attimo in cui il tuo piccolo mondo di mera fantasia si sgretola, il momento in cui il castello cade e non resta altro che un mucchio di macerie, polvere fatta di speranze infrante, sogni rotti e cuori sgretolati, ferite che sanno di attimi sospesi ma mai destinati a compirsi.
Ogni cosa resta congelata nel tempo, tutto ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.
Sapevo che questo momento sarebbe arrivato, in fondo non tarda mai a presentarsi alla porta… ogni volta che lo fa, però, fa sempre più male.
“Cosa c’è di sbagliato in me?”,”Io mi merito questo?”,”Non sono abbastanza”.
I pensieri cominciano ad affollarmi la mente, una stridula vocina si insinua nella mia anima: “Avresti dovuto aspettartelo, le persone a cui ti aggrappi sono quelle capaci di farti sprofondare nel più infimo degli abissi… dovresti saperlo”.
Io, però, non lo voglio sapere, non voglio credere che ogni attimo di felicità sia come una bolla di sapone: magica ma destinata a scomparire da un momento all’altro.
Forse, per una volta, volevo credere che curare il dolore di qualcuno mi avrebbe permesso di guarire dal mio, di non pensarci troppo.
Non è stato così.
Quando aveva bisogno di me mi sono addentrata in un territorio del tutto inospitale, in cui mai avrei dovuto inoltrarmi. Mi sono fatta strada in un labirinto di spine solo per salvarlo, per salvare lui e liberarlo sono finita per rimanere vittima del suo stesso dolore.
Pensavo che stare nel proprio inferno e in quello degli altri fosse la stessa cosa.
Mi sbagliavo.
Stare nella propria sofferenza significa abitare in un regno fatto di distruzione e perdita ma che, in fondo, riconosci come tuo. Abitare in quel mondo è difficile all’inizio ma, pian piano, è in grado di curare ferite che non sapevamo di avere… abitare nella sofferenza altrui invece è completamente diverso; nel momento in cui guardi negli occhi di quella persona vedi solo una cosa: sofferenza, un velo di nostalgica disperazione gli accarezza le iridi.
Nell’istante in cui ti immergi in quegli specchi senza fondo non c’è più via di fuga, vieni istantaneamente travolto da una burrasca.
Proprio come un temporale estivo si abbatte su di te, inaspettatamente e senza via di fuga.
L’acqua si fa sempre più insistente, sembra voglia bucarti la pelle, toglierti il respiro.
Non puoi scappare.
Sei bloccato.
Cominci a sprofondare travolto da nera melma, ti circonda le membra, lo stomaco, la gola… ti impedisce di respirare.
Il mento, la bocca, il naso, le guance.
Tutto nero.
Nulla se non oscuro, pesante, opprimente, buio.
Questo è quello che succede quando tenti di salvare una persona dalle tenebre, da se stessa: diventi sua vittima.
La sofferenza ha sempre un prezzo da pagare, un’anima per un’anima.
O scappi o muori, o lui o te stessa.
Impossibile da accettare, doloroso, incredibilmente.
Purtroppo, però, ci sono persone che non vogliono essere salvate, non vogliono rinunciare al dolore.
Non possono farlo perché il dolore fa parte di loro, loro che non hanno mai conosciuto altro, che non pensano di meritare altro.