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Buia e fredda era la stanza d’oro. Dalla finestra entrava un piccolo sospiro di vento, proprio come il lamento di quell’ombra. Fragile e disperava sostava al centro della camera. Uno sguardo pieno di miseria e nient’altro aveva. Nera come le sere d’inverno, guardava fissa davanti a sé. Si percepiva la sofferenza che il mondo le infliggeva, incurante del destino della piccola ombra smarrita. Non pronunciava alcuna parola, solo lamenti. Insignificanti e quasi impercettibili al suono essi erano, ma struggenti e taglienti apparivano all’animo, come coltelli di diamante pronti a maciullare le povere carni. Non era mai stato percepito cosi tanto dolore. Viaggiava indisturbato nella vuota stanza. Più esso si manifestava, più l’ombra sembrava scomparire. Non le era rimasto nulla oltre la sofferenza che percepiva. Straziata ed esausta emise l’ultimo lamento, sperando forse di tornare a battere le ali come faceva un tempo. Morente sospirò l’ultima parola del tormento che l’aveva, per l’eternità, resa schiava della sua stessa mente. Il lamento di quell’ombra riempì la stanza e tornò, spaesato e senza meta, nel povero corpo della piccola ombra, anima destinata a soffrire.