Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Erika aveva diciotto anni e una voce che non sopportava.
Non quando parlava.
Quando cantava.
Alle feste, arrivato il momento di "Tanti auguri", muoveva appena le labbra.
Le sembrava che la voce le uscisse storta, come se appartenesse a un'altra persona.
Una volta il professore di musica le aveva detto che non era stonata.
Era solo questione di timbro: aveva un timbro particolare. Ecco tutto.
Erika aveva pensato che gli adulti chiamassero "particolare" tutto quello che non sapevano come consolare.
La piccola cicatrice sul naso, invece, non le dava fastidio.
Gliela vedevano tutti.
Lei aveva smesso di pensarci.
Succede spesso così.
Ci si abitua proprio alle cose che gli altri continuano a guardare.
Aurora compiva diciannove anni.
La festa era a casa dei suoi genitori, in campagna.
Quelle case costruite negli anni Settanta con il portico grande e il giardino troppo largo perché qualcuno lo usasse davvero.
Sul tavolo c'erano bottiglie di lambrusco, ciotole di patatine, salame, erbazzone, torta salata.
Le sedie non bastavano mai.
Qualcuno finiva sempre per mangiare sul gradino della veranda.
Erika arrivò tardi.
Aveva i capelli ancora umidi.
Salutò tutti con un bacio sulla guancia, anche Alessandro.
Ci mise qualche secondo, però, a ricordarlo: l'anno prima. Stessa festa.
Avevano parlato due minuti.
Forse tre.
Lui aveva raccontato una cosa assurda sui fenicotteri. O sulle meduse.
Non lo ricordava.
Ricordava solo di aver riso.
Adesso Ale aveva ventitré anni.
Le stesse sopracciglia troppo folte.
Gli stessi capelli spettinati.
E delle scarpe che sembravano pantofole.
Grigie.
Con una suola enorme.
Erika continuava a guardarle.
Lui se ne accorse.
«Lo so.»
«Cosa?»
Indicò i suoi piedi.
«Sembrano pantofole.»
«Un po'.»
«Molto. Me l'hanno già detto.»
«E continui a metterle.»
«Ormai sono affezionato.»
Erika rise.
Non alla battuta.
Per il modo in cui l'aveva detta.
Come se fosse perfettamente normale essere presi in giro.
A tavola finirono uno di fronte all'altra.
Succede spesso alle feste: i posti sembrano casuali,
poi qualcuno racconta una storia e ci si accorge che non lo erano affatto.
Aurora distribuiva le fette di torta.
Gli altri parlavano tutti insieme.
Alessandro ogni tanto guardava Erika.
Non abbastanza da metterla in imbarazzo.
Abbastanza da farle venire voglia di dire una sciocchezza.
«Ma te le hanno regalate davvero?» chiese indicando di nuovo le scarpe.
«Le ho vinte.»
«A cosa?»
«A una gara di scelte sbagliate.»
Lei abbassò la testa per non sputare il vino dal ridere.
Più tardi si allontanarono dal gruppo per fare due passi.
La casa restò alle loro spalle.
Dal giardino arrivavano ancora le voci.
Si sentivano le posate, qualcuno che parlava troppo forte, una sedia trascinata sul pavimento.
Camminarono fino alla rete del campo dietro casa.
Poco oltre c'era un fosso.
Dal buio saliva il verso delle rane.
All'inizio sembrava un rumore confuso.
Poi, restando fermi qualche secondo, diventava quasi regolare.
Erika ascoltò.
Che casino.»
Alessandro sorrise.
«Non proprio.»
«No?»
Indicò il fosso.
«Ho letto una cosa tempo fa. Alcune specie di rane cercano di non sovrapporsi quando cantano.»
«Davvero?»
«Se gracidassero tutte insieme, le femmine farebbero fatica a distinguere da dove arriva il richiamo. Così, senza mettersi d'accordo, aspettano una frazione di secondo. Una canta, l'altra lascia passare il suono, poi risponde.»
Rimasero in silenzio.
Erika provò ad ascoltare meglio.
All'inizio sentiva solo confusione.
Poi, poco alla volta, iniziò a distinguere le pause.
Era come se il rumore respirasse.
«Fa un po' impressione,» disse.
«Perché?»
«Perché da lontano sembra un casino. Invece ognuna sta aspettando il proprio momento.»
Alessandro annuì.
«Succede spesso.»
«Alle rane?»
«No. A noi. Da lontano sembriamo tutti uguali.»
Erika abbassò gli occhi.
Le venne da pensare che, a volte, anche lei aveva avuto paura di parlare troppo presto.
O troppo tardi.
Poi tornarono verso la casa.
Le voci della festa ripresero a farsi sentire.
Ma per un po', mentre camminava accanto ad Alessandro, le sembrò che anche tra loro ci fosse quello stesso ritmo: nessuno cercava di riempire il silenzio dell'altro.
Ognuno, senza saperlo, aspettava il proprio turno.
Qualcuno propose di andare al luna park.
Era arrivato quel pomeriggio.
Due giostre.
Autoscontri.
Pesca dei cigni.
Una ruota panoramica piccola.
Il paese, ogni settembre, sembrava ricordarsi improvvisamente di avere diciassette anni.
Salirono tutti in macchina.
Erika finì seduta accanto ad Alessandro.
Le loro braccia si toccavano ogni volta che la strada faceva una curva.
Nessuno dei due si spostò.
Arrivati in piazza, il gruppo si disperse quasi subito.
Aurora sparì col fidanzato.
Altri andarono verso il tiro a segno.
Alessandro guardò Erika.
«Beh?»
«“Beh” cosa?»
«Adesso siamo rimasti noi.»
Lei fece finta di pensarci.
Poi, con una naturalezza che la sorprese, infilò la mano sotto il suo braccio e intrecciò le dita con quelle di lui.
«Dai.»
Alessandro la guardò.
Sorrise.
E cominciarono a camminare.
Passarono davanti alle bancarelle.
C'erano i peluche appesi al tiro a segno, le collane fluorescenti, i bicchieri di plastica pieni di birra.
Ale si fermò davanti a una bancarella di oggetti inutili.
Prese una tazza con sopra un gatto.
«Questa la metterei in cucina.»
Erika lo guardò.
«Nella nostra cucina?»
Lui la rimise a posto.
«Nella nostra cucina.»
E continuarono.
Sulla ruota panoramica non salirono.
Era troppo piccola e sembrava sul punto di cadere a pezzi.
Si sedettero invece sul bordo della fontana.
Erika appoggiò la testa sulla sua spalla.
Rimasero così per qualche minuto.
Una coppia anziana passò davanti a loro.
La donna camminava lentamente.
L'uomo le teneva una mano sulla schiena.
Erika li guardò.
«Noi saremo così.»
Alessandro si voltò.
«Così come?»
«Vecchi.»
«Ah.»
Ci pensò.
«Tu avrai ancora quella cicatrice.»
Erika si toccò appena il naso.
«E tu quelle scarpe.»
«Sicuro.»
Più avanti entrarono nel bar della piazza.
Era quasi vuoto.
Ordinarono due caffè.
Erika prese una bustina di zucchero dalla ciotola.
Alessandro gliene accostò un’altra.
«Due sono troppe.»
Disse lei.
«Lo so.»
«E allora?»
«Tanto poi dici che non è abbastanza dolce.»
Erika lo studiò.
«Mi conosci da un'ora.»
«Sbagliato. Ti conosco dall’anno scorso.»
Uscirono dal bar.
Camminarono ancora.
A un incrocio lei lasciò per un momento la sua mano.
Doveva sistemarsi i capelli.
Alessandro aspettò.
Quando ebbe finito, riprese a camminargli accanto.
Come se fosse successo centinaia di volte.
Come se quella piccola attesa appartenesse a una vita intera.
Oltrepassarono la farmacia.
La serranda era abbassata.
Sopra la porta c'era il cartello col nome del farmacista di turno.
Erika lo lesse.
«Quando saremo vecchi avremo sempre male da qualche parte.»
«Tu alla schiena.»
« E tu alle ginocchia.»
«Io alle ginocchia perché avrò giocato a calcio fino a cinquant'anni.»
«E non saprai lo stesso giocare.»
«Appunto. Mi rovinerò per niente.»
Lei gli strinse forte la mano.
Poi venne una discussione.
Non grave.
Quasi ridicola.
Erika voleva andare verso il luna park.
Alessandro voleva tornare alla festa.
Rimasero fermi sul marciapiede.
«Ci voglio andare.»
«Ci siamo già stati.»
«Non abbastanza.»
«È mezzanotte e mezza.»
«E quindi?»
«E quindi domani lavoro.»
Erika lo squadrò.
«Tu lavori sempre!»
«Qualcuno dovrà pur portare a casa il pane!»
Lei incrociò le braccia.
«Sei già diventato insopportabile.»
«E tu sei già diventata viziata.»
Si guardarono.
Poi scoppiarono a ridere.
La discussione finì lì.
Ma per qualche minuto avevano avuto trent'anni, un mutuo e una cosa importante da decidere.
Ripresero a camminare.
Arrivarono di fronte a un’abitazione con le finestre illuminate.
Dietro una tenda si vedeva una donna che tirava a mano strisce di pasta fresca.
Un bambino correva da una stanza all'altra.
Erika rallentò.
«Avremo una casa così.»
Alessandro non rispose.
«Con una finestra grande.»
«Perché?»
«Per vedere quando arrivi.»
Lui sorrise.
«Io tornerei prima apposta.»
«E io ti aspetterei con le pantofole in mano.»
Più avanti trovarono una panchina.
Si sedettero.
La mano di Erika era ancora nella sua.
Non si erano mai baciati.
La cosa cominciava a sembrare normale.
Come se tutto fosse già successo.
Alessandro guardò l'orologio.
«Dobbiamo tornare.»
Erika annuì.
Si alzarono.
Sulla strada del ritorno parlarono poco.
Erano ormai arrivati alla parte in cui non c'era più bisogno di raccontarsi tutto.
Davanti alla casa di Aurora si fermarono.
Gli altri erano già lì.
Qualcuno cercava le chiavi della macchina.
Qualcuno fumava.
La festa era finita.
Anche la loro.
Alessandro lasciò la mano di Erika.
Per qualche secondo rimasero uno davanti all'altra.
«Allora ciao,» disse lui.
«Ciao.»
«Ci vediamo.»
Erika sorrise.
«Sì.»
Alessandro tornò dagli altri.
Erika rimase a guardarlo per qualche secondo.
Poi entrò in casa con Aurora.
L'anno dopo, alla festa dell’amica, Alessandro non ci fu.
Erika ogni tanto pensò alle sue scarpe.
Alle rane.
Alla tazza col gatto che non avevano comprato.
E soprattutto a quella strana ora in cui erano riusciti a vivere una vita intera senza cominciarla davvero.